Entente CordialeLa telefonata tra Trump e Putin e quel profumo di imperialismo

Le dichiarazioni del “mediatore” promettono una trattativa tutta in discesa, per la Russia, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

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Donald Trump ha avuto ieri una lunga telefonata con Vladimir Putin, da cui sarebbe emersa la volontà di cominciare «immediatamente» le trattative per porre fine alla guerra in Ucraina. Il colloquio, cui è seguita una telefonata anche con Volodymyr Zelensky, è già di per sé un riconoscimento significativo, che le successive parole di Trump hanno ulteriormente amplificato, fino ai limiti del grottesco. «Abbiamo discusso dell’Ucraina, del Medio Oriente, dell’energia, dell’intelligenza artificiale, della forza del dollaro e di molti altri argomenti», ha dichiarato il presidente americano. «Abbiamo parlato della forza delle nostre nazioni e dei grandi vantaggi che potremmo ottenere lavorando insieme in futuro. Ma prima, come entrambi abbiamo concordato, dobbiamo fermare i milioni di morti che questa guerra sta causando». Sono i toni e le considerazioni di un alleato, per non dire di un amico, evidentemente per nulla turbato dal fatto che quei morti li stia causando, per essere più precisi, il suo affabile interlocutore. Non sembrano proprio le parole del leader di un paese impegnato da tre anni a difendere, sia pure indirettamente, il paese aggredito.

A questo inquietante incipit, per di più, bisogna aggiungere le dichiarazioni pronunciate nel frattempo dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, che ha escluso per l’Ucraina sia il ritorno ai confini del 2014 sia l’ingresso nella Nato. Se questa è la posizione iniziale del “mediatore”, il meno che si possa dire è che la trattativa per Putin si annuncia decisamente in discesa. Se poi a tutto questo colleghiamo le numerose dichiarazioni di Trump circa le sue mire espansionistiche – la principale e più sottovalutata novità del suo secondo mandato – il quadro che ne emerge è ancora più fosco, e non solo per l’Ucraina. Giusto ieri riportavo qui le considerazioni con cui Gideon Rachman, sul Financial Times, annunciava «l’epoca del neo-imperialismo», a partire dalla constatazione che oggi i leader di Stati Uniti, Russia e Cina sono tutti in qualche modo impegnati nell’espansione territoriale dei propri stati. L’indulgenza americana nei confronti dell’aggressione russa dell’Ucraina, e domani magari un analogo atteggiamento rispetto alle mire cinesi su Taiwan, potrebbe segnare davvero l’inizio di un modo completamente nuovo di considerare le relazioni internazionali, o meglio, terribilmente vecchio. Comunque si concluda la guerra ucraina – o l’altro delirante piano di pace trumpiano, quello mediorientale, con la deportazione di due milioni di palestinesi da Gaza – un simile cambiamento nelle regole, nei principi e nella prassi della politica americana, e quindi mondiale, ci porterebbe davvero in un mondo nuovo. Un mondo in cui nessuno potrebbe più sentirsi al sicuro, e noi europei meno di chiunque altro.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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