Neoliberismo della stronzaggineLa terza spunta di WhatsApp, e l’illusione della privacy sui social

Nell’era in cui tutti commentano tutto, Zuckerberg vuole farci credere che basti ricevere una notifica se qualcuno fa uno screenshot dei messaggi per essere tutelati

AP/Lapresse

«Mi raccomando, non farlo girare ché deve andare ancora in onda» è il messaggio con cui ieri ho accompagnato un episodio di un programma televisivo che mi era stato mandato da qualcuno dicendomi «Mi raccomando, non mandarlo a nessuno», e che io ho quindi mandato a sole quattordici persone raccomandando discrezione a tutt’e quattordici.

Mesi prima, per mandarmi un altro programma televisivo di cui dovevo scrivere, un’altra produzione mi aveva inviato quello che tecnicamente si chiama NDA, accordo di riservatezza (Non Disclosure Agreement, perché non parlando più l’italiano ci piace illuderci di avere nel frattempo imparato l’inglese). Poiché mi piace rompere i coglioni alla gente che lavora, avevo riso in faccia alla povera ragazza dell’ufficio stampa.

Ti rendi conto, vero, che in Italia queste scritture private che avete copiato dai film americani per sentirvi moderni sono carta straccia? Che su questo pezzo di carta in cui c’è scritto che se faccio uscire l’articolo prima di quando concordato vi devo dare cinquecentomila euro un giudice si farebbe grasse risate? (Termini comunque battuti da quella volta che mi fecero firmare che, se avessi scritto d’un certo film prima del suo passaggio al festival di Venezia, riconoscevo che il danno non sarebbe stato sanabile con nessuna cifra. Forse con l’ergastolo, ma non era detto).

La ragazza aveva riso con me, innanzitutto perché è pagata per non mandare a quel paese chi scrive sui giornali, e poi perché lei fa quel che le dicono di fare, mica le importa se l’accordo poi non viene fatto rispettare dai giudici: deve portare a casa la mia firma, non il giudizio del tribunale.

Una volta la ragazza non avrebbe avuto questo problema non solo perché le cronache americane non ci avevano illuso che si potesse far firmare a qualcuno l’impegno a comportarsi bene, ma perché i giornali avevano tempistiche sotto controllo. Se scrivevo per un settimanale, il mio articolo sarebbe uscito per forza tra una settimana, non potevo violare l’accordo e pubblicarlo tra un’ora.

Ma una volta la puntata da vedere prima della messa in onda, il film da vedere prima di Venezia, sarebbero stati nei casi più comodi vhs, dvd (nei più scomodi roba da andare a vedere negli uffici della produzione), e nessuno si sarebbe dovuto preoccupare che tu girassi il tutto a millequattrocento dei tuoi più intimi amici. «Ti scrivo, tu mi scrivi, poi torna tutto come prima», diceva Renato Zero in quel manifesto della comunicazione che scambiammo per canzonetta estiva. Una volta non esisteva l’inoltro. Una volta non esisteva lo screenshot. Una volta spettegolare era un impegno, non un automatismo.

Adesso, che tutti commentano tutto, tutti inoltrano tutto, tutti vedono tutto, adesso si verifica questo bislacco fenomeno per cui le masse tengono tantissimo all’illusione del controllo. È impossibile aprire un social senza trovarci qualcuno risentito perché qualcun altro ha fatto uno screenshot d’un suo post, o l’ha citato in un account privato che non può vedere.

Speculari, ci sono quelli che s’illudono, sulla pubblica piazza social, di parlare di qualcuno senza farsene avvedere, cambiando le lettere del nome o altri trucchetti che neanche i bambini che giocano a nascondino covano illusioni così ridicole: pensate veramente che se scrivete qualcosa di “Zedef” allora le vostre chiacchiere resteranno ignote a Fedez?

In questo delirio attorno all’ubriachissimo concetto di privacy, praticato in posti che sono la negazione di quel concetto, si inserisce l’annuncio che WhatsApp aggiungerà la terza spunta. La prima, grigia, dice che hai inviato il messaggio. La seconda, grigia, dice che è stato recapitato. La doppia spunta divenuta azzurra direbbe (poi su questo condizionale ci torniamo) che il destinatario ha visto il messaggio.

«In questa azzurrità, tra le conchiglie e il sale, tanta la gente che ci ha già lasciato il cuore», diceva sempre in quella canzone lì Renato Zero, vedendoci lunghissimo decenni prima che l’azzurrità diventasse una trappola. E ora, ad aggravare il tutto, arriva la terza spunta azzurra, che mi dice se il destinatario ha fatto uno screenshot del mio messaggio per mandarlo a centoquarantamila dei suoi più intimi amici.

Andiamo con ordine. Innanzitutto, non è detto che la doppia spunta azzurra indichi avvenuta lettura. Sebbene coloro che uniscono alla viltà l’aver dato il loro numero ai cani e ai porci (Luca Bizzarri, Cristina Fogazzi, Roberto Burioni, Ludovica Rampoldi: parlo di voi) si siano affrettati a eliminare l’azzurrità per risparmiarsi gente che frigna rimostranze quali «mi hai letto e non mi hai risposto» (come se noi frignanti avessimo bisogno dell’azzurro per frignare), l’azzurro non certifica alcunché.

Io vedo continuamente messaggi che risultano già letti e non avevo proprio visto, perché la app era aperta e io non avevo l’occhio sullo schermo, o perché avevo il telefono in tasca, o perché pensavo agli affari miei e ho aperto i messaggi sovrappensiero.

Ci vorrebbero, per chi ha bisogno di rassicurazioni fornite da un software imparziale, quindici nuove spunte, una a certificare ogni diversa sfumatura da «ho il telefono con me» su fino a «ho capito cosa volesse dire il messaggio», passando per il caso più frequente: «ho letto ma non ho idea di cosa parli e non sono abbastanza interessata da farti domande».

Quanto agli screenshot, caro Zuckerberg, che io abbia fatto uno screenshot del tuo messaggio non vuol dire granché (certo che l’ho fatto, le conversazioni ormai sono tutte collettive). Quel che si dovrebbe voler sapere, se si ha l’ossessione del controllo, è tutto il resto. Ti ho a cuore abbastanza da, prima di inviare lo screenshot, tagliare dall’immagine il tuo nome, in modo che se il messaggio va in giro nessun tuo detrattore possa associarlo a te? È un disturbo che io mi prendo per un limitatissimo numero di persone, e la terza spunta non può dirti se sei in quel novero.

E poi: lo screenshot serve a dire «ma tu guarda che imbecille» o «ho un amico così spiritoso che non puoi perderti la sua battuta»? È una differenza non da poco: io per esempio sono così mitomane che a ogni terza spunta di screenshot dirò compiaciuta a me stessa che in effetti faccio delle battute irresistibili, mentre le ventenni medie che vedo sui social sono così convinte che se qualcuno ride di loro sia la fine del mondo che la terza spunta le ammazzerà di paranoie.

E poi come la mettiamo con la vera arma di tutte le stronze del mondo, ovvero l’anteprima del messaggio? Non sai quanta gente è convinta che il suo messaggio non sia mai stato letto perché la destinataria non s’è neanche presa il disturbo d’aprirlo facendo comparire l’azzurrità. La stessa destinataria ne ha però scrinsciottato subito l’anteprima, che è stata letta non solo da lei ma dalle sue quattordicimila più intime confidenti, senza che il povero mittente sappia.

La soluzione non è la notifica dello screenshot. Quella è la soluzione con cui Zuckerberg v’illude di tutelarvi dagli interlocutori stronzi. Ma non esistono tutele, al massimo esistono rilanci e competitività: un neoliberismo della stronzaggine. E quindi l’unica via d’uscita dalle paranoie relative alla privacy, agli inoltri, alla condivisione, è imparare ad avere verso la vita e verso WhatsApp lo stesso atteggiamento che Renato Zero diceva avesse l’estate: più disinvolta e più puttana che mai.

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