Red DevilsLa tragica fine del Manchester United di Matt Busby

In “Monaco 1958” (il Saggiatore), David Peace descrive i palpitanti attimi successivi allo schianto del volo British European Airways 609, il 6 gennaio 1958. In quella disgrazia morirono otto giocatori della squadra inglese, e i superstiti vennero ricoverati in condizioni critiche

AP/Lapresse

Bobby riaprì gli occhi. Avvertiva l’umidità, la fanghiglia bagnata che penetrava i suoi abiti fino alla pelle, ma non se ne curava, non gli importava. Provò a girarsi, di nuovo a muovere la testa, per guardare, per vedere e vide una casa in fiamme. Uomini con caschi che correvano, urlando parole che non capiva, un frastuono di campanelli e fischietti, sirene che si avvicinavano da lontano. 

Vide fiamme che balenavano sotto e intorno alla metà anteriore dell’aereo, grossi pennacchi di fumo nero che si alzavano nel cielo grigio e sporco. Doveva essere a una quarantina di metri dall’aereo o giù di lì, Dennis sdraiato accanto a lui, non sul suo sedile ma fuori dal suo sedile, disteso nella fanghiglia e nella neve e coperto di sangue. 

Dennis non si muoveva, non parlava, ma poi da qualche parte, dietro di lui o di lato rispetto a lui, Bobby sentì qualcuno lamentarsi, urlare di dolore. Pensò che fosse il Boss, sembrava il Boss. Bobby provò a girarsi, a guardare, a vedere, ma poi ci fu un corpo, vide un corpo,

un corpo che capì all’istante essere morto, capì all’istante che era un compagno di squadra, un amato compagno che non avrebbe mai nominato, le ferite che non vorrebbe avere mai visto, e di fianco a lui altri corpi, alcuni degli altri ragazzi, i suoi compagni tutti in fila, distesi nella fanghiglia e nella neve, in fila dall’aereo. 

Immobili e straziati, nessuno si muoveva. Bobby si sentì come nel mezzo di un quadro, un quadro terribile di un paesaggio terribile, e si voltò, distolse lo sguardo, sentì le sirene avvicinarsi e chiuse di nuovo gli occhi. Non aveva visto i suoi migliori amici, i suoi amici più cari, Eddie e David, e nemmeno Duncan. Non voleva vederli, distesi nella neve, immobili, voleva vederli vivi, sentirgli dire – 

Bobby? Bobby? Puoi sentirmi? 

Bobby aprì gli occhi, girò di nuovo la testa. Dennis si era alzato a sedere nella neve – 

Qual è il problema, Bobby, disse Dennis. Cos’è successo? Ci siamo schiantati?

È orribile, disse Bobby, poi desiderò non averlo fatto.

Bill si tolse il cappotto, si inginocchiò nella fanghiglia di fianco al Boss, lo avvolse nel suo cappotto, gli prese la mano nella sua, la tenne nella sua, e disse, Andrà tutto bene. 

È il fianco, il mio fianco, gemeva Matt. 

Bill alzò lo sguardo, si guardò intorno. Vedeva Harry lì vicino, la faccia coperta di sangue. Correva di qua, correva di là, sembrava un indemoniato: un momento era inginocchiato a pregare, l’attimo dopo si precipitava di qua, schizzava di là, ora Harry si inginocchiava di nuovo, a prendersi cura di Jackie, Bill pensava che fosse Jackie, lo sentiva lamentarsi, gridare per il dolore, poi all’improvviso Billy vide Bobby e Dennis alzarsi dai sedili come dopo un pisolino, come si fossero appena fatti un pisolino. 

Si incamminarono verso di lui e il Boss, guardarono lui e il Boss. Non parlarono, non dissero niente, e Bill non era certo che sapessero dov’erano, chi erano. 

Bobby iniziò a sbottonarsi la giacca. Si tolse la giacca, si chinò, la mise sotto il Boss, poi si rialzò proprio mentre un uomo arrivava di corsa con una barella.

L’uomo lasciò cadere a terra la barella di fianco al Boss e disse, Qualcuno arriverà a prenderla tra poco.

Meglio tardi che mai, cazzo, pensò Bill, e lui e Bobby e Dennis iniziarono a sollevare delicatamente, delicatamente il Boss dalla fanghiglia, dalla sporca acqua nera e lo misero sulla barella, pronto per l’ambulanza o qualunque altro aiuto fosse in arrivo, mentre Bill si chiedeva perché ci volesse tanto tempo, voleva che si sbrigassero, solo che si sbrigassero, cazzo.

Svelti! C’è qualcun altro qui, Pete. Dacci una mano. Sembra Frank Taylor. Sì, è Frank –

Frank si sentì sollevare, trascinare, tirare fuori dai rottami. Aprì gli occhi e vide Ted Ellyard e Pete Howard che lo trasportavano, lo posavano a terra, su una barella –

Tieni duro, Frank, stavano dicendo. Tieni duro, i soccorsi stanno arrivando, tu tieni duro…

Frank voleva parlare, ma non riusciva a parlare, riusciva a stento a respirare, e quando lo faceva gli faceva un male cane. Riuscì solo a guardarli, a fissarli, ma un attimo dopo se n’erano andati, e lui cercò di alzarsi a sedere, per vedere dov’erano andati, ma adesso era lì Harry Gregg, con la sua grossa mano sul suo petto, che lo spingeva delicatamente giù –

Non preoccuparti, Frank, te la caverai, adesso stai giù e fermo…

Frank aveva una sigaretta in bocca e non riusciva a capire come o perché avesse una sigaretta in bocca. Sua moglie gli aveva consigliato di smettere di fumare e lui aveva smesso, perciò Dio solo sa cosa Peggy avrebbe detto se lo avesse visto così, avrebbe pensato che aveva ricominciato a fumare. 

Già si sarebbe arrabbiata per come era il suo vestito, per come aveva ridotto il suo vestito, un vestito nuovo, completamente ricoperto di fango e melma, tutto inzuppato di sangue. Frank si guardò i piedi, vide il suo piede destro, quasi tranciato, sanguinante, del suo sangue, e Frank svenne.

Tratto da “Monaco 1958” (il Saggiatore), di David Peace, pp. 504, 26.00 €

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