Il mio nome è mai abbastanzaIl disgraziato destino dei famosi costretti a fatturare, perché finirà tutto

Dalla soubrette agli scrittori, fino a Taylor Swift, sono tutti costretti a fare una vita di merda per esibirsi e accumulare ricchezza, prima che finisca. E non ci sono incassi e successi tali da far pensare che si possa finalmente rinunciare al cachet

AP/Lapresse

Il più gran genio che abbia mai conosciuto faceva il rappresentante di elettrodomestici. Poiché non esistono geni incompresi e talenti frustrati – le persone capaci sono ben meno dei posti in cui servono persone capaci – la sua carriera di rappresentante s’interruppe ben presto, ed è diventato uno sceneggiatore di successo.

Nel breve intermezzo tra rappresentante e sceneggiatore, lavorammo insieme a un programma televisivo. La soubrette di quel programma guadagnava da quel canale televisivo cifre impressionanti, e aveva affittato per una cifra anch’essa impressionante una villa a Cortina per le vacanze di Natale.

Non perché fosse appassionata di montagna (neppure sapeva sciare), ma per farci svernare il fidanzato mentre lei, all’epoca al culmine della sua monetizzabilità, faceva su e giù per l’Italia a fare apparizioni da mezz’ora in discoteche di provincia, pagate quanto un programma televisivo (le apparizioni in discoteca e le inaugurazioni di profumerie e tutto quel sottobosco lì erano il modo in cui la gente della tv faceva i soldi prima che arrivasse Instagram e bastasse taggare una crema per fatturare).

Passò il capodanno in macchina, a viaggiare tra una discoteca e l’altra in diverse regioni, e io chiesi al gran genio chi glielo facesse fare, alla celebrità per cui lavoravamo, di fare quella vita di merda, con tutto quel che guadagnava. E lui mi diede la risposta alla quale ripenso da trent’anni: sa che finirà tutto.

«Vado a fare una rapina», dicevano quelli che facevano le serate in nero, pagate in rotoli di banconote da benzinaio, negli anni Ottanta, quelli che poi magari in questo secolo hanno cambiato lavoro e son diventati moralizzatori: non c’è più la lira, in certi settori non ci sono neppure più i pagamenti in nero, tanto vale feticizzare l’onestà.

Se sai che finisce tutto accumuli tutto quel che puoi, serate di capodanno, inaugurazioni di pizzerie, concerti, libri, collaterali. Leggevo la biografia d’un’autrice sul risvolto d’un libro, e c’erano mille cose, ma erano tutte cose tipo «cura un podcast per», tutte cose di fronte cui chiunque conosca il mondo fa la domanda di Nanni Moretti: ma le sigarette come le compri?

Probabilmente le compra come tutti, facendo cose che non si sanno, che sono meno sputtananti delle creme su Instagram. Da quando la tv ha finito i soldi, chi la fa guadagna di più presentando convention aziendali, solo che adesso ci sono i telefoni con la telecamera e rischi di finire come quel cantante ripreso a una convention aziendale un paio di Natali fa: con le invettive del paese reale che si lamenta perché danno i cachet ai cantanti invece di aumentare gli stipendi aziendali.

Di recente c’è stato l’interessante caso d’una scrittrice che ha firmato una serie televisiva compattamente giudicata orrenda, e io mi sono chiesta quanti soldi in più le avessero dato per non levare la firma. Le stroncature erano così compatte che la poverina ha fatto un post per dire no ma io ho fatto solo la consulente (che è una cosa che non bisogna dire mai, è come dire che il titolo di quest’articolo non l’ho fatto io: è una scusa impresentabile). Il risultato è stato disastroso: i produttori si sono offesi, e il pubblico non ha capito e sotto quel post le scriveva garrulo «se ci sei di mezzo tu la guardo, sei una garanzia» (la tapina ha dovuto cancellare il post, e imparerà dal suo errore e la prossima collaborazione alimentare non la firmerà).

Chissà che anticipo hanno dato a Taffy Brodesser-Akner per “Long Island Compromise”, il suo secondo romanzo uscito quest’estate, dopo che il primo, “Fleishman a pezzi”, era non solo diventato una serie televisiva ma lei ne era anche stata capoprogetto (se sai che presto finirà tutto, non ti accontenti d’incassare la cessione dei diritti, ti sbatti anche a fare tu la serie televisiva e a incassare in nuovi ruoli).

Nell’edizione italiana (Einaudi Stile Libero), “Fleishman” era valso tremila miserabili copie, come prevedibile: il ceto medio complessato in Italia ha smesso di comprare gli autori stranieri da un bel po’, a meno che quegli autori non siano sì pretenziosi ma particolarmente a portata d’analfabeti (Sally Rooney, sto parlando di te). Comprano gli italiani, e ciò ci porta all’informazione che sta agitando gli animi dell’ambiente culturale (per così dire) italiano.

Tizio cambia editore. Lo cambia perché pare che il nuovo editore sia più bravo a vendere all’estero, e vendere all’estero è, per gli scriventi di questo secolo, ciò che «scrive sul giornale» era per le nostre prozie nel secolo scorso: un segno di prestigio. Tizio è uno di quelli che garantiscono le loro brave centinaia di migliaia di copie, e quindi il vecchio editore avrebbe fatto di tutto per tenerselo, anche dargli i tre milioni di euro per i prossimi due libri che gli ha dato l’editore nuovo.

Quando me lo dicono sono davanti a una vetrina di libreria in una stazione, sto andando o tornando da una di quelle trasferte che sono il corrispondente culturale della soubrette che faceva apparizioni in discoteca. Ogni tanto mi chiedo come mai chi si agita per lo spreco di soldi pubblici non dica niente dei festival letterari (e mi rispondo: perché tutti quelli che ne dovrebbero scrivere prendono soldi dai festival, e mica siamo scemi che facciamo le inchieste contro le nostre prebende).

Penso ai tre milioni di Tizio, e penso che Tizio fa la stessa vita meschina che faccio io, che facciamo tutti, a sbatterci in giro per province a incassare cachet dagli assessorati alla cultura per comparire su un palco e dire due cose si spera brillanti, bere vino cattivo, sorridere a gente che finge di volerti parlare d’un tuo libro volendoti in realtà parlare della propria disperatissima vita, trovare il tono giusto perché qualche genio dell’organizzazione ha messo in scaletta prima di te qualche resoconto straziante di profughi, dormire in alberghi la cui portineria se chiedi una manicure in zona la cerca su Google, e d’accordo, Tizio magari non fa la manicure, ma insomma: chi glielo fa fare? Cosa ti danno tre milioni d’anticipo a fare, se non ti ci compri il lusso di stare alla casa o in un albergo che ti piaccia?

Domenica, è proprio Taffy Brodesser-Akner a fare un tweet (o come si chiamano ora) illuminante: «Un bambino concepito alla prima data dell’Eras Tour ormai è nato, svezzato, e dice le prime parole. Quando Taylor Swift finirà le ultime date, salvo sorprese, il bambino starà imparando a camminare. Dura da così tanto che il concerto intanto ha incorporato un nuovo disco che è stato pensato, registrato, e messo in vendita dopo l’inizio del tour. In quell’album c’è una canzone che parla di questo tour, e che lei canta in questo tour». Subito sotto, risponde una tizia con una foto di bambino e questa didascalia: «Stavo facendo gli esami per l’infertilità quando sono andata al mio primo concerto dell’Eras, a marzo del 2023, e ieri sera, mentre ero al mio secondo concerto dell’Eras, mia madre mi ha tenuto il bambino».

Ci sono altre risposte di tizie che erano incinte quando Taylor Swift ha iniziato questa tournée e adesso hanno figli che vanno al nido: la tournée non ancora conclusa di Taylor Swift è iniziata a marzo del 2023; se come previsto (salvo sorprese, direbbe Akner) finirà a dicembre, avrà fatto centoquarantanove date in giro per il mondo, permettendo agli ecologisti di scandalizzarsi per gli aerei privati e agli americani di dimostrare la loro scarsa istruzione quando non capivano come potesse fare un concerto in Giappone e tornare in America in tempo per una partita del fidanzato.

Certo, andarsene in giro per il mondo per quasi due anni in aereo privato non è come andare alla sagra della ciammella di Scurcola Marsicana con Trenitalia, ma vale per Taylor la domanda che vale per Tizio e che valeva trent’anni fa per la soubrette: quand’è che hai abbastanza soldi?

Quand’è che decidi che questa vita di merda tu non la fai? Quali successi e quali incassi e quali anticipi servono per farti pensare che, anche se sì, certo, finirà tutto, tu intanto ti sei comprata abbastanza case, abbastanza borse, abbastanza assicurazioni sanitarie da poter rinunciare al cachet della sagra della seppia di Ostia, al concerto a san Siro, all’apparizione al Billionaire?

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