Ci credo se lo vedo I nuovi mostri sono tornati, e c’è poco di artistico

La mentina dei Monty Python o il maltrattamento del cibo durante la scazzottata tra Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman nel film candidato all’Oscar sono cinema passato alla storia, nulla a che vedere con le scene a tema alimentare che oggi imperversano sui social. Tutta e sola colpa dell’Ai?

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Iniziare è tanto semplice quanto apparentemente innocuo: per caso, a volte cercando tutt’altro, ci si imbatte in un video che parla di cibo e ricette. Da quel momento in poi l’algoritmo, che ti ha puntato, non ti molla più e ogni giorno ti imbatti in qualcosa che ha a che fare con il tema, più o meno. Comincia così il viaggio alla scoperta di un mondo sorprendente e a tratti orripilante dove blogger di viaggio specializzati nell’assaggio di cibi esotici, e preferibilmente estremi, raccontano e masticano a favore di telecamera le loro scoperte in presa diretta, dalla Corea, all’Asia centrale, dal Sud-est asiatico all’intramontabile Cina, fino al Sud America, tra insetti, pastoni indefinibili, roditori giganti, vermi marini, tarantole, zampe d’orso, teste di cane e altre delikatessen.

Tra i più accaniti, Nicola Jiang promette cibo strano da tutto il mondo e spazia dalla cucina sarda tradizionale ai cocktail di gamberetti vivi. La più originale è una ragazza orientale che mostra come montare una tenda su un lago ghiacciato con dentro un buco per pescare i soliti granchi da far bollire vivi e vari pesci. Le tiene compagnia un gatto che arriva vivo fino alla fine del video.

A volte è persino difficile capire se si tratta di video reali o generati dall’intelligenza artificiale, e con la ragazza che addenta teste di rana il dubbio resta. Tanto più che c’è un florido filone AI di reel Instagram dedicati a tiger rolls che ballano, conchiglie al pesto che si trasformano in tartarughe, croissant e petti di pollo arrosto che diventano cagnolini, arrosti semoventi, pezzi di formaggio da cui escono topolini, tuorli d’uovo danzanti.

Su Instagram, e su You Tube, raccolgono centinaia di migliaia di like e cuoricini anche le serie di video che propongono scene di cucina in contesti esotici e spettacolari. Ci sono boscaioli, a volte di aspetto russo, a volte, forse, canadesi, che preparano fuochi giganteschi per cuocere alla brace interi animali e poi servirli su tavoloni di assi di legno a un inerme e solitario bambino. Tutto all’aperto, anche se attorno si vedono le cime di montagne coperte di neve.

Sono circondati dalla neve e da simpatici animali domestici, mentre preparano, sempre en plein air, manti, dolma e brodo di ossa, anche i pittoreschi protagonisti di Country Life Vlog. Sembrano usciti dai quadri di Chagall ma non c’è nulla di etereo nei loro giganteschi lamb burger.

Anche Wilderness tv, dal Bangladesh, mette in scena robusti villici e donne in fazzolettone legato in testa dall’aspetto caucasico, presentati come nomadi, alle prese con la riduzione a cibo di interi raccolti di peperoni e melanzane, alternandoli, come nei film orientali con pretese poetiche, a inquadrature di ruscelli che scorrono, arbusti in fiore, soffioni dispersi dal vento e un grande cane che dorme.

Rimane impressa la preparazione di un pastone vagamente inquietante che alla fine risulta essere halva, che richiede l’impiego di pani di burro grandi come incunaboli medievali, e che si conclude con il protagonista maschile che pianta gerani in vasi di legno fatti sul momento.

Sullo stesso stile, Faraway Village Family, che conta oltre due milioni di follower, spiega nel dettaglio, a chi volesse saperlo, come si cucina un cammello intero con l’aiuto di un escavatore e di una tonnellata d’aglio.

I cinesi ovviamente sono molto presenti, e pare che abbiano una fissazione per i topi e i roditori, ma anche per serie di video di grande successo ambientati in località bucoliche. Come il canale Cook & Food dove esili giovanette preparano a vista i cibi più svariati in quantità da ristorante per camionisti. Quasi in tempo reale, tagliano, affettano, sminuzzano, scottano, bollono, sciacquano montagne di verdure, enormi quantità di frattaglie, lucertole, rane, zampe di gallina, intere coltivazioni di aglio, cipolla e peperoncini, pesci assortiti, finendo per approntare wok per comunità numerose davanti a cui iniziano ad abboffarsi con una voracità insospettabile in creature così delicate.

L’ambientazione in ipotetici villaggi rurali di capanne di giunchi è un grande classico. Mancano le condutture dell’acqua, che si va ad attingere al fiume, ma evidentemente non le telecamere che riprendono primi piani di vecchine sdentate e sorridenti, romantiche ragazze con abiti fluttuanti e unghie curatissime, e bambini tuttofare. Anche qui si cucina a vista su fuochi di legna facendo bollire vivi pesci e anfibi e mescolando verdure e ingredienti difficili da identificare in recipienti di bambù.

 

E se l’India risponde alla sfida con beveroni di escrementi di mucca e street food ai limiti dell’epidemia, che si sperano frutto dell’intelligenza artificiale, ma forse non lo sono, in Africa spiccano gli allegri divoratori di babbuini.

Un capitolo a parte meritano i video di cucina propriamente detti, quelli cioè in cui vengono proposte preparazioni di cui si forniscono dosi e ingredienti, e dove la pasta viene particolarmente maltrattata. C’è un’elegantissima casalinga statunitense che spiega come fare le tagliatelle al sugo partendo dagli spaghetti crudi passati al frullatore e impastati con delle uova. «Un trucco che mi hanno insegnato in Italia», assicura la signora Grace Taylor, gettando inutile discredito su un made in Italy già bersagliato.

Sparking Allie mette i torciglioni crudi direttamente nella teglia per una pasta al forno da incubo, mentre un’ignota casalinga con guanti da chirurgo mette gli spaghetti, crudi ovviamente, dentro a un cospicuo panetto di carne tritata e giura che li cucina sempre e solo così.

Forse il peggiore, però, è “The Gondola”, uno spaventoso panino di spaghetti al pomodoro e polpette, ricoperto di sugo e inondato da una colata lavica di formaggio fuso.

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