Abdullah Öcalan ieri ha dichiarato unilateralmente e senza condizioni la fine della lotta armata curda che ha provocato quarantamila morti in Turchia negli ultimi quarant’anni: «Tutti i gruppi devono abbandonare le armi. Io chiedo di abbandonare le armi, mi prendo la responsabilità di questo appello». Non solo, il leader storico dei curdi turchi e siriani ha anche ingiunto al Pkk di «convocare un congresso e di sciogliersi perché il Pkk ha finito il suo ciclo, è ora di voltare pagina».
Una dichiarazione storica, definitiva, ben oltre quella del cessate il fuoco del 2013, consegnata dal carcere di Imrali, nel quale è rinchiuso dal 1999, non a caso ai dirigenti del Dem, il partito curdo turco legale. Partito che, secondo la palese volontà di Öcalan, deve ora rappresentare pacificamente nelle istituzioni turche le aspirazioni all’autonomia del popolo curdo e contrattarne i termini col governo di Ankara.
Potenzialmente, questa coraggiosa presa di posizione del leader curdo, che segna un enorme successo politico per Recep Tayyip Erdogan, modifica radicalmente il Medio Oriente, non solo una Turchia insanguinata da quarant’anni da una guerra civile.
La pacificazione in Turchia e la trattativa per una autonomia regionale curda, se l’appello di Öcalan a deporre le armi verrà ascoltato – ma non è detto, come vedremo – potrebbe produrre un effetto domino in Siria come in Iraq con effetti anche in Iran. In Siria infatti le fortissime tensioni tra l’esercito turco, che occupa una larga fascia del territorio settentrionale, e il Pyd, il partito siriano curdo, erano e sono dovute a un unico fatto: l’appoggio radicale e strategico, logistico e militare, che questo partito ha offerto e offre appunto al Pkk, che usa la Siria come indispensabile santuario per condurre la lotta armata in Turchia.
Se il Pkk abbandonasse le armi e si sciogliesse la pacificazione della Siria farebbe un enorme passo avanti e si aprirebbe la strada per un’eccellente relazione tra i curdi siriani e il nuovo governo di Damasco di Ahmad al-Shara, peraltro fortemente influenzato dal governo turco.
Questa pacificazione possibile nel Kurdistan turco, e quindi in quello siriano, produrrebbe inoltre la fine delle tensioni tra curdi turco-siriani e curdi iracheni, che già godono di una larghissima autonomia dal governo di Baghdad (e sono molto legati al governo turco, tanto che economicamente il Kurdistan iracheno è di fatto una provincia turca).
Infine, se mai si consolidasse una situazione di autonomia effettiva dal governo centrale sia dei curdi turchi sia di quelli siriani, sommata a quella fortissima di cui già godono i curdi iracheni, si creerebbe una massa critica autonomista curda che potrebbe contagiare i mai domati curdi iraniani, sottoposti a una crudele e radicale repressione dai Pasdaran e dal governo di Teheran.
Naturalmente, la dichiarazione clamorosa di Abdullah Öcalan, pur se preparata da intensi colloqui e trattative segrete e discrete sia con il direttore del Servizio Segreto turco Ibrahim Kalin sia con i parlamentari curdo turchi del Dem, apre solo una difficile strada di trattative che deve poi essere percorsa per intero.
Come si è detto, la dichiarazione della necessità della fine della lotta armata, e addirittura dello scioglimento del Pkk, sono state fatte senza condizioni, senza contropartite esplicite e ufficiali da parte del governo dí Ankara. Ma sono state fatte dal leader curdo imprigionato all’interno di una complessa dinamica che ha i suoi inizi ben tredici anni fa, guidata personalmente da Tayyip Erdogan e dal suo braccio destro Hakan Fidan, attuale ministro degli Esteri e, di fatto, proconsole turco della Siria, molto ascoltato dal nuovo governo siriano. Nel 2012, quando era direttore del Mit, il Servizio Segreto di Ankara, Hakan Fidan si recò infatti più volte nel carcere di Imrali per trattare personalmente con Abdullah Öcalan una proposta di pacificazione in cambio dell’autonomia. Trattativa a cui parteciparono i membri del partito turco curdo diretto da Selhattin Demirtas che all’epoca si chiamava Hdp.
Una mediazione che ebbe pieno successo, tanto che il 21 marzo 2013 Abdullah Öcalan rese pubblica una sua dichiarazione che iniziava con queste parole: «Una nuova era inizia oggi, la porta si apre per passare dalla lotta armata alla lotta democratica». Era solo una dichiarazione di cessate il fuoco, non una rinuncia definitiva alla lotta armata pronunciata oggi, e men che meno una dichiarazione sulla necessità di sciogliere addirittura il Pkk. Era il frutto di una mediazione con Hakan Fidan per definire una road map per arrivare a una concreta autonomia dei curdi turchi, tra i cui passaggi era prevista anche l’istituzione di un canale televisivo statale in lingua curda.
Ma in realtà si è constatato presto che una larga parte della dirigenza del Pkk riconosceva la grande leadership morale di Abdullah Öcalan, ma non intendeva seguirlo sulla strada della pacificazione. Così, la dirigenza curda controllata da Duran Kalkan, Cemil Bayk e Murat Karayilan, che anni prima aveva espulso dal partito l’ala moderata di Kani Yilmaz, Nezamettin Tas e Osman Öcalan (fratello di Abdullah), e che si era addirittura resa responsabile dell’omicidio di alcuni dissidenti interni, aveva preso a pretesto il grave attentato di Suruç del 20 luglio del 2015 (trentaquattro curdi uccisi e cento feriti) per dichiarare il fallimento del cessate il fuoco e la ripresa della lotta armata curda. Una decisione pretestuosa e avventurista, tipica della dirigenza estremista del Pkk, perché invece tutte le evidenze portavano verso una netta responsabilità dell’attentato dello Stato Islamico e non delle autorità turche.
Da allora, decine sono stati i nuovi attacchi del Pkk contro militari turchi, così come gli attentati contro civili con nuove centinaia di morti da ambo le parti. L’ultimo attentato è molto significativo perché è avvenuto da poco, il 23 ottobre 2024 ad Ankara (quattro morti) nel pieno delle trattative nel carcere di Imrali tra Abdullah Öcalan, la delegazione politica del partito curdo Dem e i dirigenti del Mit, il Servizio Segreto turco, con l’evidente scopo di parte della dirigenza del Pkk di bloccare il processo di pacificazione, in evidente contrasto con lo stesso Abdullah Öcalan. Sia il Pkk turco sia il Pyd siriano infatti hanno una storia intrisa di estremismo avventurista, venata da maoismo, populismo e anche tendenze cambogiane (oltre che dal lucroso traffico di oppio e droghe) che peraltro portano loro molte simpatie scellerate tra la sinistra europea.
Evidentemente, però, sia da parte di Öcalan e del Dem sia da parte di Erdogan e Hakan Fidan (suo più che probabile successore) le ragioni profonde per arrivare a un accordo sono state più forti delle provocazioni.
A quel che si comprende dal contesto, la trattativa vede la parte curda ottenere l’impegno governativo per concreti provvedimenti di autonomia e di legittimazione politica dei curdi turchi (inclusa forse anche la fine della prigionia di Salahettin Demirtas, leader curdo pacifico, e degli altri dirigenti del Hdp arrestati) ma anche un guadagno personale per il presidente turco. Pare infatti che l’accordo preveda che i parlamentari curdi diano il loro voto, indispensabile ai fini del quorum richiesto, per una riforma costituzionale che permetta a Tayyp Erdogan di presentarsi ancora come candidato alle elezioni presidenziali del 2008.
Detto questo, è facile prevedere che la pur forte presa di posizione di Abdullah Öcalan non porterà facilmente a una pacificazione, e questo non solo per ragioni strettamente politiche, derivanti dalla matrice maoista-avventurista della dirigenza curda effettiva composta da Duran Kalkan, Cemil Bayk e Murat Karayilan. Di fatto, anche se i tanti media simpatizzanti lo omettono, il Pkk è pesantemente implicato e da sempre nel narcotraffico, è anche un’organizzazione criminale (in Italia, a Milano, prove certe in questo senso furono trovate dall’inchiesta del Pm Stefano Dambruoso) e quindi è prevedibile che l’appello-ordine allo scioglimento e a deporre le armi troverà forti resistenze interne e più che probabilmente porterà a una scissione del Pkk.
Comunque, va registrata come positiva la decisione del governo turco di aprire una fase riformista nei confronti della complessa questione curda. E in parallelo è positiva la formazione di una consistente massa critica altrettanto riformista e non più avventurista e militarista dentro il movimento curdo turco. Se questa logica riuscirà a imporsi, il che non è facile ma è possibile, il cambiamento in Turchia e in Medio Oriente sarà enorme.