
Ieri la signora Francesca Albanese, dai social di cui fa abbondante uso per la propria militanza, ha dichiarato che Israele e gli Stati Uniti, nonché i complici dell’«assalto genocida contro i palestinesi», devono dare i piccioli per la ricostruzione, mentre su come ricostruire devono essere i palestinesi a decidere. Siccome non si tratta del colore delle facciate o della quantità di fioriere nelle piazze, è chiaro a cosa alluda questa signora: alla pretesa che Gaza sia libera di ricostruirsi nella radicalizzazione e nel perseverare del c.d. “potere de facto” che sequestra Gaza da vent’anni, cioè Hamas.
La signora Albanese, sedicente avvocata e special rapporteur all’Onu sulla situazione dei diritti umani nei cosiddetti Territori palestinesi occupati, non è soltanto quella secondo cui gli Stati Uniti sarebbero «soggiogati dalla lobby giudaica» e gli europei assisterebbero inerti al genocidio compiuto da Israele perché si sentono in colpa per la Shoah. Non è soltanto quella secondo cui “gli ebrei” stanno facendo ai palestinesi ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei. Non è soltanto quella secondo cui Hamas aveva il diritto di “resistere”. Non è soltanto quella secondo cui una “resistenza”, per esempio come quella di Hamas, resta legittima pur se connotata da episodi criminali, cioè il 7 ottobre magari non è proprio ok dalla A alla Zeta, ma insomma non si butta via il bambino con l’acqua sporca.
Non è soltanto quella secondo cui Israele, in quanto forza “occupante”, non aveva il diritto di difendersi né dal pogrom del 7 ottobre né dai successivi attacchi provenienti da Gaza. Non è soltanto quella che si fa fotografare gioiosa tra filo-palestinesi bardati di kefiah che manifestano con cartelli inneggianti al boicottaggio di Israele. Non è soltanto quella il cui staff negozia la partecipazione a conferenze sulla «moralità dell’Intifada» nei campus universitari in cui si inneggia allo sterminio degli ebrei, con opportuna richiesta affinché il compenso sia girato allo staff medesimo.
Non è soltanto quella che manifesta solidarietà a criminali antisemiti, più volte destinatari di provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Non è soltanto quella che fa campagne social a sostegno di una parte – il Sudafrica – e contro un’altra – Israele – mentre è in corso un procedimento alla Corte internazionale di giustizia. Non è soltanto quella che rilascia interviste e rende dichiarazioni a proposito di un altro procedimento in corso, questa volta presso la Corte penale internazionale, accusando ministri e governi di favoreggiamento degli indagati perché non dicono ciò che vuole lei circa gli ordini di arresto emessi dalla Corte.
Questa sedicente avvocata è anche quella che dice tutte queste cose e tiene tutti questi comportamenti essendo vincolata all’obbligo, che grava sui consulenti come lei, «di assicurare che le proprie opinioni politiche non pregiudichino l’esecuzione della loro missione». È anche quella che dice tutte quelle cose e tiene tutti quei comportamenti essendo sottoposta al dovere che hanno i suoi omologhi, e cioè di attenersi, nell’esecuzione del mandato, «a prudenza, moderazione e discrezione così da non pregiudicare il riconoscimento del carattere indipendente del loro mandato».
Le inqualificabili condotte cui si è lasciata andare questa signora – forse legittime se a tenerle fosse un’attivista da corteo pro-pal – contravvengono in modo plateale agli obblighi che competono a consulenti delle Nazioni unite con simili incarichi. Per essere cacciata come merita che altro deve fare?