«La sicurezza dell’Europa è a un punto di svolta, riguarda l’Ucraina ma riguarda anche noi. Dobbiamo avere un approccio emergenziale». Ursula von der Leyen ha chiara l’idea di ciò che dovrebbe essere e ciò che dovrebbe fare l’Europa in questa fase storica, presa in mezzo dal disimpegno militare statunitense e il desiderio della Russia di trovare un accordo che le permetta di uscire impunita dalla guerra in Ucraina e riarmarsi con calma nel perimetro di casa.
Dopo una Conferenza di Monaco che ha scottato l’Europa, il presidente francese Emmanuel Macron ha convocato d’urgenza i leader europei all’Eliseo. Ma a Parigi non c’era tutta l’Unione europea – che in certi contesti corre il rischio di essere troppo lenta e farraginosa nel prendere decisioni – piuttosto una coalizione di volenterosi che può permettersi di guidare il continente a un futuro diverso da quello che immaginano Donald Trump e l’ubercriminale del Cremlino Vladimir Putin. L’obiettivo non è rendere l’Europa grande, Make Europe Great Again, come suggeriscono J.D. Vance, Elon Musk e gli altri accoliti del presidente antiamericano che sta ora alla Casa Bianca. L’obiettivo all’apparenza è ben più mesto: rendere l’Europa di nuovo rilevante. Tanto basterebbe. Darsi un ruolo per indirizzare almeno gli imminenti negoziati di pace sul futuro dell’Ucraina, che poi è il futuro dell’Europa stessa, dell’Occidente, del mondo libero e democratico. «Una pace giusta per l’Ucraina e l’architettura di sicurezza europea sono inseparabili», ha detto lo spagnolo Pedro Sánchez con un messaggio sui social prima ancora che finisse il vertice (verosimilmente pubblicato dal suo staff).
Quindi undici leader europei in tutto. Le istituzioni dell’Unione, la Nato e gli otto Paesi che hanno più capacità militari e uomini per aiutare l’Ucraina. A Parigi c’erano la presidente del Consiglio Giorgia Meloni (arrivata per ultima), il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il polacco Donald Tusk, la danese Mette Frederiksen in rappresentanza degli otto Paesi nordico-baltici, lo spagnolo Pedro Sánchez, l’olandese Dick Schoof, i leader dell’Unione europea, quindi la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Antonio Costa (in più, prima dell’inizio del vertice, il Collegio dei Commissari dell’Ue ha fatto sapere che andrà a Kyjiv la prossima settimana in occasione del terzo anniversario dell’invasione russa), e il segretario generale della Nato, Mark Rutte.
C’era anche il Regno Unito, che in Keir Starmer ha trovato un leader europeista di primissimo livello. E infatti ha fatto sapere che Londra è disposta a considerare l’invio di truppe in funzione di peacekeeping in Ucraina, come aveva già anticipato domenica sera dalle colonne del Telegraph. «In questo momento, dobbiamo riconoscere la nuova era in cui ci troviamo, senza aggrapparci alle comodità del passato. È tempo per noi di assumerci la responsabilità della nostra sicurezza, del nostro continente», ha detto il premier britannico, che la settimana prossima sarà in visita a Washington per parlare con Trump, e sul tavolo ci sarà inevitabilmente anche il dossier ucraino. Starmer insiste sul fatto che qualsiasi garanzia offerta all’Ucraina deve includere un sostegno da parte degli Stati Uniti, perché «questo è l’unico modo per scoraggiare efficacemente la Russia da nuovi attacchi».
Il summit ha anticipato di poche ore i colloqui di oggi tra Stati Uniti e Russia in Arabia Saudita, dove il Segretario di Stato americano Marco Rubio dovrebbe incontrare una delegazione di Mosca. Colloqui ai quali non prenderà parte l’Ucraina, come ha già detto il presidente Volodymyr Zelensky parlando in collegamento video dagli Emirati Arabi Uniti: «L’Ucraina non prenderà parte ai negoziati, non sapevamo che fossero pianificati». Quando l’amministrazione Trump ha detto che in Arabia era stata invitata anche una delegazione ucraina, a Kyjiv sono rimasti piuttosto sorpresi. Forse a Washington hanno affidato il messaggio ai canali di Starlink e la tecnologia ha fatto difetto. Zelensky ha aggiunto che non riconoscerà l’esito né le conseguenze di un colloquio sull’Ucraina in cui l’Ucraina non è coinvolta.
Ad ogni modo, nel corso dell’incontro parigino si è discusso sulle capacità di difesa che l’Europa potrebbe fornire per dare all’Ucraina garanzie di sicurezza credibili, tra cui un piano per far sì che l’Ucraina diventi automaticamente membro della Nato in caso di violazione del cessate il fuoco da parte della Russia.
La prima coalizione da formare è necessariamente quella militare. Ma l’obiettivo non è stato raggiunto. O meglio, du questo punto, il più importante, l’Europa si è divisa. Come al solito.
La Francia ha proposto di discutere di una «forza di garanzia» che verrebbe posizionata dietro la linea del fronte, non sulla linea stessa, in caso di cessate il fuoco in Ucraina. Una posizione sfumata rispetto all’invio di truppe discusso – con toni molto vaghi – nelle ultime settimane e negli ultimi mesi.
Per il cancelliere tedesco Olaf Scholz è ancora «altamente inappropriato» discutere della possibilità che truppe europee prendano parte a una forza di mantenimento della pace in Ucraina: si è limitato a dire che la necessità è rafforzare l’esercito ucraino. «Nessun diktat può essere imposto all’Ucraina, il nostro sostegno deve continuare», ha detto Scholz dopo l’incontro. La buona notizia è che nel fine settimana ci saranno le elezioni in Germania, Scholz è nettamente sfavorito e chi dovrebbe prendere il suo posto – tutto fa pensare che sia Friedrich Merz della Cdu – sembra essere su tutt’altra linea.
Una posizione simile a quella di Scholz in realtà è arrivata proprio dalla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Secondo la leader di Fratelli d’Italia il dispiegamento di soldati europei in Ucraina è ancora un percorso complesso, una soluzione poco efficace.
L’impegno più forte, su questo fronte, arriva come sempre dal Nord e dal Baltico, cioè da quei Paesi che conoscono più da vicino – nel tempo e nello spazio – la pericolosità di Mosca. Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha detto alla Reuters che inviare truppe svedesi in Ucraina come parte di una forza di mantenimento della pace è «assolutamente una possibilità». Mentre il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre ha detto di aver parlato lunedì con il britannico Keir Starmer e di aver espresso «una chiara aspettativa che l’Ucraina debba avere un posto al tavolo» durante eventuali colloqui di pace con la Russia. I due hanno anche sottolineato che anche l’Europa «deve partecipare» ai negoziati. «Purtroppo la Russia minaccia tutta l’Europa», ha detto la danese Mette Frederiksen. «Non c’è alcun segno che la Russia voglia la pace e non sarà possibile raggiungere un accordo di pace duraturo senza il coinvolgimento diretto dell’Ucraina nei colloqui». Anche il primo ministro olandese Dick Schoof si è detto disponibile a discutere di un invio di truppe in Ucraina, ma con forti riserve.
La stessa Polonia di Donald Tusk, atlantista di ferro e sempre in prima linea nella difesa dell’Ucraina, ha frenato. Ha detto che Varsavia non è pronta a inviare truppe in Ucraina, «ma sosterremo, anche in termini di sostegno logistico e politico, i Paesi che vorranno eventualmente fornire tali garanzie in futuro. Se noi europei non spendiamo molto per la difesa adesso, saremo costretti a spendere dieci volte di più se non impediamo una guerra più ampia».
Su questo punto però, nota il Washington Post, gli europei non hanno intenzione di allontanarsi troppo dall’ombrello americano: «Sebbene Washington abbia escluso la presenza di truppe statunitensi in Ucraina, i funzionari europei affermano che l’amministrazione Trump non ha escluso la prospettiva di sostenere una forza europea e si sono chiesti quale tipo di sostegno statunitense potrebbe essere necessario».
Se l’Europa cerca un posto in questo dibattito, questo appuntamento non è andato proprio come sperato. E il tempo è sempre meno: c’è bisogno che i leader del continente si diano un ruolo in questa storia. Sperando di non essere solo comparse.