MusicatiPerché qualcuno usa la musica per affinare vino e distillati

A volte, per far maturare i preziosi liquidi in botte, si sceglie anche la musica, che attraverso le sue vibrazioni influisce sul risultato finale

Foto di C D-X su Unsplash
Foto di C D-X su Unsplash

C’è chi ama godersi un buon calice di vino ascoltando Chopin e chi a un whisky suggerisce di abbinare i riff dei Metallica (o viceversa). Ma un vino o un whisky possono avere delle preferenze su cosa ascoltare? Forse sarebbe il caso di chiederlo a quei produttori che scelgono di utilizzare la musica per la maturazione dei propri prodotti, diffondendola nei locali in cui riposano le botti.

Sebbene possa suonare strano e anche un po’ come una pura operazione di marketing, in realtà la musica ha degli effetti fisici sui liquidi e c’è chi li sperimenta tra cantine e distillerie un po’ in tutto il mondo.

Dalla musica classica al rock ‘n’ roll, ecco quello che succede quando si schiaccia play e il vino o i distillati stanno ad ascoltare.

Perché si usa la musica in affinamento
Per maturare vino e distillati i contenitori utilizzati sono moltissimi, di materiali, dimensioni ed età diverse. In particolare, nel caso del legno si può giocare con queste caratteristiche per decidere quanta interazione avere tra il contenuto e il contenitore, che cederà più o meno sostanze al vino o al distillato. Addirittura, nel caso dell’alta gradazione – anche del vino, ma è una pratica meno diffusa – si può scegliere tra botti che portano in dote gli aromi dei precedenti affinamenti.

Queste non sono però le uniche variabili. Sulla velocità dello scambio possono infatti intervenire la temperatura dell’ambiente circostante e gli sbalzi termici oppure il movimento del liquido, come ad esempio succedeva quando botti di Porto venivano caricate in nave a Vila Nova De Gaia o a Madeira per dondolare tra le onde verso altre destinazioni.

Proprio partendo dall’idea che l’ambiente e le vibrazioni conferiscano a vino e distillati un’identità peculiare, nasce l’idea di far ascoltare musica alle botti mentre è in corso l’affinamento. Il suono è infatti costituito da vibrazioni che si diffondono sotto forma di onde, spostando le molecole. E con l’accompagnamento musicale anche le molecole di alcol e i componenti dei liquidi all’interno delle botti si muovono, accelerando quello scambio tra contenitore e contenuto. In questo modo il tempo necessario per la cessione di sostanze dal legno al liquido dovrebbe ridursi.

Il maestro Beppe Vessicchio e il produttore di vino Riccardo Iacobone (credits Musikè Vini)
Il maestro Beppe Vessicchio e il produttore di vino Riccardo Iacobone (credits Musikè Vini)

Una via empirica
A questo punto, tra cantine e distillerie c’è da sbizzarrirsi. Negli Stati Uniti Copper & Kings, distilleria di brandy in terra di Bourbon, parla di «sonic aging» e fa maturare i propri distillati a suon di rock ‘n’ roll. A New York, la Dark Island Spirits ha addirittura messo a punto un metodo – il Tactile Immersed Isolated Maturation Engine (TIIME™), di cui ha registrato il marchio – e fa affinare le botti con generi musicali differenti che poi riporta in etichetta.

Tuttavia, il distillato a invecchiamento musicale che fin qui ha fatto più notizia è il Blackened, il brand di whiskey creato dai Metallica, storica band heavy metal, in collaborazione con Dave Pickerell e oggi prodotto dal master distiller e blender Rob Dietrich. In questo caso i brani della band vengono riprodotti in basse frequenze tra le botti di distillato da un sistema di diffusori appositamente studiati per lo scopo e chiamati “Black noise”. I risultati della maggiore cessione di sostanze aromatiche sono stati misurati e descritti.

In Italia invece, la musica classica accompagna la maturazione delle grappe di Berta, in Piemonte e lo scorso anno ha fatto notizia la grappa Ditirambo, realizzata dalla distilleria in collaborazione con il maestro Beppe Vessicchio – tanto per restare intorno al tema di Sanremo.

Vessicchio fonda la propria filosofia di invecchiamento sulle frequenze armonico-naturali e la applica anche al vino, in un progetto vinicolo che si chiama Musikè, portato avanti in Abruzzo assieme al produttore Riccardo Iacobone. E non sono i soli che usano la musica in affinamento, ci sono altri produttori in Italia e in giro per il mondo.

Le applicazioni sono tante e di solito si tratta di una via empirica, in cui la misurazione dei risultati viene fatta dagli stessi produttori, mentre molti altri studi si concentrano sull’impiego di ultrasuoni e altri tipi di onde. Certo, sarebbe interessante capire se ci sia effettivamente un tipo di musica più adatta – cosa preferiscano ascoltare il vino e i distillati – e quali possano essere le differenze di una musica suonata, con tutto il suo carico di vibrazioni, rispetto a una musica riprodotta.

Al momento, il giudizio più importante resta quello di chi poi si gode i calici, magari con un sottofondo musicale.

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