Growth machineCome si è passati dalla Grande Milano al Salva Milano

Il futuro dell’edilizia del capoluogo lombardo, e forse di tutto il Paese, si gioca sulla norma attualmente in discussione al Senato. I nodi sono tanti, ma una cosa è certa: il consumo di suolo e le altre questioni ambientali non possono restare ai margini del dibattito. Storie, gioie e dolori del rinascimento urbanistico meneghino

LaPresse

Con i suoi quattro metri d’altezza, pesante poco più di una tonnellata, la statua della Madonnina viene issata per la prima volta sulla guglia maggiore del Duomo nel 1774, intrecciando da allora tradizione e timore reverenziale, scolpito a tal punto nelle menti dei milanesi da essere mantenuto a ogni costo. 

Una reverenza che si fece verbo attraverso un’ordinanza comunale che sanciva che il punto più alto della città dovesse coincidere con la Madonnina, posta a vegliare su Milano delimitando, urbanisticamente e simbolicamente, il limite oltre il quale nessuno avrebbe avuto il permesso di spingersi. 

Ne è la dimostrazione la Torre Velasca, che negli anni Cinquanta fu volutamente progettata per essere appena più bassa della Madonnina, il cui primato sarebbe stato infranto da lì a poco dal grattacielo Pirelli, nel 1960, in quel momento l’edificio più alto d’Europa. Si apre una nuova era, quella dei famigerati grattacieli nei cortili, di un approccio all’urbanistica che nelle ultime settimane è confluito nel Ddl “Salva Milano”, una matassa difficile da sbrogliare.

La norma, approvata alla Camera a novembre 2024 con centosettantadue voti favorevoli e quarantuno contrari, stabilisce che i “Piani attuativi comunali” – finora necessari per demolire e ricostruire con sagome e volumetrie diverse – non saranno più obbligatori per gli interventi realizzati in «ambiti edificati e urbanizzati». Per fare un esempio, per costruire un grattacielo al posto di un edificio di pochi piani sarà sufficiente la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) per ristrutturazione, senza necessità di un piano attuativo specifico.

Nel mirino della procura 
Un edificio lucido, rivestito di piastrelle di litoceramica marroni, finestre strette e lunghe dalla forma rettangolare a interrompere ordinatamente questo palazzo senza rilievi, risvoltando sugli angoli, garantendo la pienezza della vista. Un palazzo residenziale in piazza dei Carbonari, le cui foto sono pubblicate sul numero 403 della rivista di settore Domus: è il 1963 e quel palazzo è il simbolo di una città in trasformazione, con un orizzonte tutto da costruire. 

Sperimentare, sconvolgendo i piani e creandone di nuovi è da sempre una prerogativa di una città dalle mille vite. Ma se nel 1963 in piazza dei Carbonari si finalizzava un progetto che raccontava una Milano che si metteva in discussione e immaginava il futuro partendo da alcuni anonimi quartieri a decenni di distanza, poco lontano dalla stessa piazza, la storia raccontata è diametralmente opposta. 

Nel 2018 nel quartiere Maggiolina si inizia a costruire Torre Milano, complesso residenziale di ventiquattro piani di cui si occupano Impresa Rusconi e Storm.it. Un progetto mastodontico che rileva, in una zona già densamente urbanizzata, un edificio abbandonato da decenni da rinnovare sfruttando il primo equity crowdfunding immobiliare in città, con investitori che sostengono il progetto sponsorizzando una raccolta di capitali promossa online. Un modo come un altro attraverso cui, negli ultimi decenni, Milano è stata capace di attrarre capitale, rinnovando l’assetto cittadino per investire su beni ormai trascurati e in disuso con l’appoggio dei privati: una ricetta che ha permesso in questi anni un’evoluzione senza precedenti. 

Obiettivi lodevoli, almeno sulla carta, con una genesi ambigua. Torre Milano è solo uno dei tanti progetti a essere finito nel mirino della procura, il primo a finire a processo nell’ambito delle indagini sull’urbanistica milanese. A essere presumibilmente coinvolti sono Stefano e Carlo Rusconi come rappresentanti legali della Opm, ma anche cariche pubbliche: ex dirigenti di palazzo Marino, della direzione Urbanistica e funzionari dello Sportello unico edilizia. L’accusa è quella di  abuso edilizio, che ingurgiterà altri nomi noti, altri cantieri famosi. 

Torre Milano diventa presto infatti solo la punta dell’iceberg, l’esempio di come nell’urbanistica a Milano limiti e responsabilità tra il pubblico e il privato si siano spesso sovrapposte, legandosi indissolubilmente. È proprio questo sodalizio ad avere risvegliato l’interesse della magistratura, smossa spesso dalle denunce dei residenti delle aree interessate. 

Permessi illegittimi, violazioni di regole per l’altezza, assenza di piani attuativi che permettono la pianificazione dei servizi da fornire al quartiere: sono solo alcuni dei punti su cui la giustizia sta indagando ma che rilevano una tendenza pregressa e ben consolidata. Mentre le quotazioni medie per i locali residenziali, nel 2024, si attestano a 5.420 euro al metro quadro, sono oltre cento i cantieri bloccati per le indagini, una battuta d’arresto che vale milioni di euro e il futuro di una città. 

Come ci siamo arrivati
Oltre i numeri, basta uno smartphone per comprendere quanto davvero sia cambiata Milano negli ultimi decenni. Numerosi profili su Tik Tok, per esempio, offrono caroselli per i nostalgici digitali, testimoni a posteriori di una rivoluzione che già altri, come il fotografo Gabriele Basilico, avevano catturato con sorpresa. Polo industriale prima, punto di riferimento per la moda e le arti poi, passando per l’imprenditoria e gli scandali; una costante delle mille vite di Milano è il tentativo, anche riuscito, di incardinarsi nelle tele delle città globali, delle metropoli di successo, creando una narrazione spesso altisonante e incoerente ma funzionale a massimizzare il proprio fascino turistico ed economico. 

La retorica della città come growth machine, come macchina che cresce e si offre a uno sviluppo potenzialmente illimitato ha fatto sì che anche l’urbanistica fosse considerata una leva sulla quale puntare. L’abbandono delle fabbriche cittadine, di quartieri un tempo operai, ha reso evidente la necessità di reinventare spazi, anche coinvolgendo nuovi attori e varando alternative inedite. Un tentativo che si è intensificato già negli anni Novanta, quando si fa pressante a livello comunale e regionale la necessità di una revisione degli standard urbanistici, smorzando la  rigidità dei piani regolatori, territoriali e paesaggistici classici che rischiano di frenare, secondo il pensiero dell’epoca, la crescita del territorio. 

Una risposta a questo problema viene non da una legge urbanistica ma da una legge riforma degli enti locali, la 142/1990, che all’articolo ventisette sancisce la nascita degli “Accordi di programma”, un mezzo attraverso cui si dà il via a una politica degli interventi. Il progetto che metta d’accordo tutte le parti pubbliche coinvolte e responsabili a livello istituzionale è visto come variante dello strumento urbanistico vigente, anche quando difforme alle previsioni dei piani. 

Si tratta di una legge nazionale, poi modificata nel 1992, con l’introduzione dei “Programmi integrati di intervento” che prevedono che il progetto urbanistico possa essere proposto anche da soggetti privati, dando loro la possibilità di intervenire sia su parti del territorio comunale in tutto o in parte edificate, sia su aree da edificare, per riqualificarle a livello urbanistico e ambientale. Ritornando alla necessità evidentemente non tutta milanese di superare la rigidità dei piani regolatori, quello che succede poi è la prevedibile evoluzione di una legge già in vigore a livello nazionale. Nel 1999 la Lombardia dà attuazione alla legge del 1992, considerando i “Programmi integrati di intervento”, nella sua legislazione, un «nuovo strumento di programmazione territoriale», come lo definisce la Corte costituzionale

Una legge nazionale, recepita a livello regionale, che spinge la città di Milano a fare un passo in più: nel 2000 la giunta milanese approva il “Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali”, anche pubblicato con il titolo “Ricostruire la grande Milano”. Il documento fu proposto dall’urbanista e docente Luigi Mazza, consulente del Comune di Milano, che si fece portatore di un modello alternativo alla pianificazione tradizionale – che poi amministratori e giunte di vari orientamenti hanno assimilato – secondo il quale le trasformazioni urbane avrebbero accolto le proposte dei promotori immobiliari, promuovendo una nuova forma consensuale e collaborativa tra attori privati e pubblici. 

L’obiettivo è velocizzare e semplificare, come in parte previsto dalla legge nazionale, gli interventi urbanistici locali creando strumenti alternativi rispetto al piano regolatore. Ridisegnare la città attraverso, in teoria, una regia pubblica che ha visto il pieno boom dal 2014, in particolare con Expo 2015, a partire dal quale Milano ha attratto più di trenta miliardi di dollari di investimenti immobiliari secondo le stime di Reuters, provenienti anche da attori stranieri. Una cascata di investimenti che ha sancito il legame tra capitale finanziario e patrimonio immobiliare, virtuoso e ricco di potenziale, di una città in cui il problema del diritto all’abitare è una delle questioni più urgenti.  

Si tratta di un problema che non ha fornito soluzioni del tutto soddisfacenti, nel marasma della rigenerazione di aree cittadine in dismissione, che hanno sì accresciuto il prestigio immobiliare, finanziario e internazionale della città ma non risolto la questione abitativa. Porta Nuova-Garibaldi, Isola, Portello, Darsena, la nuova linea metropolitana M5, sono solo alcuni dei progetti che dal 2000 hanno cambiato il volto della città, il cui rebranding e la cui disponibilità totale alla penetrazione di capitale hanno valso un posto nell’Olimpo delle global cities: il quarantuno per cento degli investimenti in campo immobiliare in Italia, tra il 2010 e il 2017, hanno interessato Milano. 

Quello che però accade tra gli inizi di questo secolo e il boom del miracolo milanese, un esperimento urbanistico in piena regola, a venticinque anni di distanza appare più torbido che mai. Qual è stato il prezzo del rinascimento urbanistico di Milano? Secondo quanto emerso finora, quello dei privati non è stato solo un coinvolgimento marginale, bensì un’apertura agevolata, vantaggiosa ad alcune aree d’interesse della città. 

I privati, con il loro capitale, secondo la procura avrebbero avuto accesso a procedure fin troppo semplificate per le costruzioni ex novo di edifici: nello specifico, la pubblica amministrazione avrebbe permesso l’avvio dei lavori tramite una Segnalazione certificata di inizio attività (Scia), anziché “Permesso a costruire”, per la realizzazione di progetti immobiliari anche di grande entità che in realtà avrebbero avuto regole e parametri più stringenti. 

Questo avrebbe permesso, tra le altre cose, di spacciare per ristrutturazioni opere di rigenerazione urbana che invece si basavano su abbattimento e ricostruzione ex novo di edifici talvolta che avrebbe necessitato, come spiegato dal Foglio, di permessi ad hoc, nella fattispecie di un piano attuativo (per altezza superiore ai venticinque metri e un indice di cubature pari a tre). 

Negli ultimi anni, in pratica, le demolizioni di stabili in disuso sono state trattate come semplice ristrutturazione, innescando un circolo vizioso ai danni della collettività. Oltre il disorientamento visivo e ambientale di chi vive nei pressi di queste nuove costruzioni, permessi e lottizzazioni non idonee si traducono, infatti, in oneri di urbanizzazione più bassi per il Comune, diminuendo i proventi che potrebbero essere incassati e reinvestiti nella città. 

Cosa succede ora
Che il costo reale dell’urbanistica contrattuale che le amministrazioni milanesi hanno deciso di intraprendere sia sintomatico di un lassismo fin troppo audace nelle sue espressioni è la questione intorno alla quale si gioca il successo o il fallimento del Ddl Salva Milano, ora impantanato al Senato. L’ex sindaca di Barcellona, Ada Colau (amministratrice di una città in cui il diritto all’abitare è tema molto discusso), ha definito il Salva Milano «una perdita democratica», criticando la presunta rinuncia della giunta Sala al controllo del suolo urbano. 

Intanto la questione ha raggiunto la Capitale, dividendo il Partito democratico (Pd) e creando tensioni per la potenziale approvazione di una legge che, secondo i critici, rappresenterebbe un precedente pericoloso per l’urbanistica e l’edilizia italiana. Preoccupazioni legittime, eppure il capoluogo lombardo non ha inventato niente di nuovo, ma ha catalizzato più di altre città gli effetti di pratiche largamente diffuse in tutto il Paese, come dimostra ampiamente la cronaca nazionale. Dopo il sì della Camera e il sostegno del consiglio comunale, il sindaco di Milano Beppe Sala difende l’operato della sua amministrazione, inquadrandola in una cornice amministrativa e legislativa più ampia. 

«Milano non ha bisogno di essere salvata, ma ha bisogno di poter agire in un ambito normativo chiaro (oggi non lo è per nulla)», scrive il sindaco in una lettera pubblicata dal Foglio. Gli errori e le anomalie che la procura avrà il compito di verificare sono solo infatti l’espressione più evidente di un complesso di norme e pratiche che affondano le loro radici, come abbiamo visto, non solo in Lombardia e in tempi meno recenti, di cui le amministrazioni milanesi si sono appropriate, talvolta eccedendo. 

Il presunto precedente, nella questione Salva Milano, fa presa su una serie di libere interpretazioni finora passate in sordina, una deregulation strutturale del settore edilizio sulle quali è necessario intervenire. Il tempo del neoliberismo edilizio è evidentemente non più sostenibile: lo dimostrano il consumo sfrenato di suolo (che certo non caratterizza solo Milano), la gentrificazione che lascia ai margini la città reale, che indebolisce i diritti del cittadino. 

Il Salva Milano è stato definito una sanatoria edilizia, un “quasi-condono” per sbloccare i cantieri in stallo. Oltre le responsabilità pregresse e quelle che la giustizia dovrà valutare, è tuttavia innegabile che a Milano sia necessaria una discussione seria e immediata sul futuro di un comparto in affanno. Secondo il report UIL Lombardia sulla cassa integrazione, nel 2024 ha registrato un incremento del 22,6 per cento delle ore di cassa integrazione, circa novantasei milioni di ore autorizzate, con una crescita del 95,5 per cento tra i lavoratori del settore edilizio. 

Mentre altrove si progettano spazi a misura di persona, la diatriba tra centralità del piano e centralità del progetto la fa da padrona, escludendo dal discorso la questione climatica e il benessere del cittadino, di chi ha visto un grattacielo sorgere nel proprio cortile, di chi ha investito in una casa che rischia di non essere costruita, di chi non può più lavorare. Il Ddl Salva Milano è lontano dall’essere una legge perfetta ma può rivelarsi un fine esercizio di democrazia, per imparare dagli eccessi prima celebrati come virtuosi e poi ripugnanti e, finalmente, anche solo tentare di ridisegnare un vivere urbano davvero all’altezza delle città del futuro.

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