L’Europa sta facendo di tutto per trovare la sua coalizione di volenterosi da schierare al fianco dell’Ucraina. Ora che gli Stati Uniti non sono più un alleato credibile per l’Occidente e la democrazia globale – e anzi fanno il gioco di dittatori criminali come Vladimir Putin – l’Europa cerca la formula giusta per aiutare Kyjiv e sé stessa.
Ieri il presidente francese Emmanuel Macron ha riunito a Parigi un altro gruppo di leader europei, dopo il summit convocato d’urgenza per lunedì. Quindi c’erano Lituania, Estonia, Lettonia, Repubblica Ceca, Grecia, Finlandia, Romania, Svezia e Belgio, più Canada e Norvegia, entrambi alleati della Nato ma non membri dell’Unione europea. Del gruppo dei Ventisette dell’Ue tra lunedì e mercoledì hanno partecipato quasi tutti, fanno eccezione solo Ungheria e Slovacchia – guidate da presidenti molto vicini al Cremlino – e poi Irlanda, Malta, Cipro, Austria, Croazia, Bulgaria e Slovenia.
Il nuovo gruppo è composto da tutti i Paesi che un tempo si consideravano alleati sicuri degli Stati Uniti, ma che ora stanno mettendo in discussione le basi stesse di questa relazione transatlantica, visto come Washington abbraccia Mosca di questi tempi e non perde l’occasione per sferzare i suoi alleati della Nato.
«Dimenticatevi della Nato. Dimenticatevi dell’Ue», scrive Politico Europe. «Sta emergendo una nuova coalizione di nazioni per affrontare la più grande crisi di sicurezza che abbia colpito l’Europa negli ultimi decenni, mentre mercoledì il presidente Donald Trump ha allineato apertamente gli interessi degli Stati Uniti con quelli del Cremlino».
Da padrone di casa del secondo vertice, ieri Macron ha aperto il suo discorso criticando le false dichiarazioni di Donald Trump sull’Ucraina e l’invasione da parte della Russia. Poi ha insistito sul fatto l’Ucraina deve necessariamente far parte dei colloqui di pace, e deve anche ricevere delle solide garanzie di sicurezza. Infine, è inaccettabile che Stati Uniti e Russia tengano colloqui ed eventuali negoziati ignorando completamente opinioni, posizioni e richieste dei leader europei: «Le preoccupazioni per la sicurezza degli europei dovranno essere prese in considerazione», ha detto Macron.
Al fianco di Macron, alla guida di questa coalizione di volenterosi, c’era da aspettarsi Donald Tusk, il presidente del Consiglio della Polonia che è un atlantista di ferro e fino a luglio sarà alla guida del Consiglio dell’Unione europea. Ma lunedì Tusk è sembrato meno determinato del solito, soprattutto sulla disponibilità a fornire truppe polacche in funzione di peacekeeping al fronte ucraino in caso di cessate il fuoco. Disponibilità che invece ha dato apertamente il premier britannico Keir Starmer, ormai sempre più leader europeo e spalla ideale di Macron in questa fase delicata. Sono loro a prendere il timone della difesa del continente: sono le uniche due potenze nucleari del gruppo, sono al tavolo del Consiglio di sicurezza Onu, hanno forza politica e militare. E la settimana prossima Macron e Starmer voleranno insieme a Washington per condividere con il presidente americano una soluzione per le “garanzie di sicurezza” da offrire all’Ucraina in caso di scenario postbellico.
Intanto ieri è emersa una proposta per coinvolgere un contingente di meno di trentamila truppe da piazzare sulla difesa aerea e marittima. «La Gran Bretagna e la Francia stanno guidando gli sforzi per creare una “forza di rassicurazione” europea destinata a prevenire futuri attacchi russi alle città, ai porti e alle infrastrutture critiche ucraine nel caso di un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti», scrive ancora Politico. Le forze di terra sarebbero minime e non dispiegate vicino alla linea del fronte nell’Ucraina orientale. Tra gli obiettivi del contingente ci sarebbe quello di garantire la riapertura in sicurezza dello spazio aereo ucraino ai voli commerciali e di mantenere la sicurezza del commercio marittimo sopra il Mar Nero, fondamentale per le esportazioni di cibo e cereali del Paese.
Il fermento politico europeo è il contrappeso di un alleato americano ormai schierato dall’altro lato della cortina di ferro. Dopo aver mentito spudoratamente sull’inizio della guerra, sulle cause e le responsabilità, Trump se l’è presa direttamente con Volodymyr Zelensky. Sul suo social Truth l’ha definito «un dittatore senza elezioni», un presidente che «farebbe meglio a muoversi in fretta o non avrà più un Paese». Questo perché il mandato quinquennale di Zelensky è scaduto l’anno scorso, ma la legge ucraina non richiede elezioni in tempo di guerra: sarebbe molto problematico con circa quattro milioni di sfollati interni e quasi sette milioni di ucraini all’estero, oltre ai continui bombardamenti alle città, edifici già distrutti e aree anche molto grandi che hanno energia elettrica ancora a intermittenza.
Ovviamente il presidente ucraino ha reagito, opponendogli la verità – pur sapendo che questo presidente americano antiamericano la ignora, più o meno consapevolmente. Zelensky ha fatto notare che secondo un sondaggio il cinquantasette per cento degli ucraini si fida di lui. Però ha anche voluto porgere ancora una volta la mano agli Stati Uniti, dicendosi fiducioso sulla possibilità di dialogare. Se non altro perché il sostegno americano è ancora importante per Kyjiv. Inoltre oggi Zelensky incontrerà nella capitale l’inviato statunitense Keith Kellog. «Credo che gli Stati Uniti abbiano aiutato Putin a uscire da anni di isolamento», ha detto Zelensky. «Tutto questo non ha alcun impatto positivo sull’Ucraina». Zelensky ha poi aggiunto di volere valide garanzie di sicurezza dai partner occidentali che consentirebbero di porre fine alla guerra nel 2025.
Le critiche a Zelensky sono valse a Trump gli elogi del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov – non certo una medaglia al valore. Lavrov ha anche definito «patetico» il presidente ucraino. Lo stesso Vladimir Putin ha voluto mettere la maschera del diplomatico dialogante dopo i colloqui bilaterali Usa-Russia di martedì in Arabia Saudita (coinvolti il Segretario di Stato Marco Rubio e lo stesso Lavrov). «Abbiamo compiuto il primo passo per ripristinare il lavoro in vari settori di interesse comune», ha detto il presidente della Russia durante la visita a uno stabilimento di produzione di droni nella sua città natale, San Pietroburgo. «Russia e Stati Uniti devono fidarsi l’uno dell’altro per far andare a buon fine i negoziati».
Poi però Putin ha cambiato registro, e mentre Trump sembrava il megafono della propaganda del Cremlino, l’autocrate a Mosca lo ha criticato per la mano troppo morbida con Europa e Ucraina: «Sono sorpreso dalla moderazione di Trump nei confronti degli alleati che si sono comportati in modo maleducato. Quando Trump era candidato, parlava di risolvere rapidamente la crisi ucraina. Ma dopo essere diventato presidente e aver ricevuto maggiori informazioni, la sua posizione è cambiata», ha detto. E ha aggiunto che non incontrerà Trump finché questi non si mostrerà pronto a raggiungere dei risultati concreti.