Un umanesimo dell’attenzione. Forse si potrebbero usare queste parole per riassumere il lavoro di Carlo De Carli, l’architetto filosofo che ha disegnato e realizzato luoghi e cose da abitare pensate sulla misura dell’uomo, per poi dedicarsi a lungo all’insegnamento e, in una dimensione privata, anche alla pittura.
A raccontarlo è una mostra, “Carlo De Carli. Corollario”, appena inaugurata al Politecnico di Milano (aperta fino al 7 maggio), curata da Lola Ottolini, Margherita De Carli, Claudio Camponogara, Gianni Ottolini e Roberto Rizzi. Il titolo? “Corollario” è il titolo dell’ultimo libro di De Carli, questa volta autoprodotto, realizzato negli ultimi anni della sua vita, come corollario, appunto, a suoi due precedenti volumi, “Spazio primario e Creatività”, cui aggiunge anche le sue pitture. Corollario poi, come spiega Lola Ottolini, ha a che fare con la corolla, la parte finale del fiore composta di varie elementi tra cui i petali, perfetti, secondo la curatrice, per provare a descrivere la personalità poliedrica di De Carli ed esaminare i diversi aspetti del suo lavoro.

Perché proprio ora una mostra per parlare di lui? «L’attuale grande interesse internazionale per il design italiano tra gli anni Quaranta e Sessanta ha acceso l’entusiasmo», spiega Ottolini, «E il nome di De Carli torna sempre più di frequente. Ma quella del design è stata solo una parte della sua attività, diciamo, un corollario». De Carli, classe 1910, si laurea in architettura ed entra nello studio di Gio Ponti, dove lavorerà per un anno, per poi succedergli nella cattedra di Arredamento e decorazione al Politecnico di Milano. Firma elementi d’arredo per Cassina, Tecno e le principali industrie italiane, fonda la rivista “Il Mobile Italiano”, dirige la “Rivista dell’arredamento” cambiandone poi l’orientamento e trasformandola nella rivista “Interni” e riceve diversi premi, tra cui il Compasso d’Oro nel 1954 – il primo nella storia – per la seduta 683 prodotta da Cassina. Lavora anche come architetto, sia per committenze private – realizzando interni e arredi completi sia per l’edilizia pubblica, come le case a mattoni rossi del quartiere Feltre a Milano o la residenza per anziani a Negrar (Verona), e qualche chiesa. Un vulcanico e poliedrico creativo del progettare. Eppure, il nome di De Carli non è così noto al grande pubblico. Domanda un po’ “antipatica”: perché tutti conoscono il nome di Gio Ponti e nessuno – tranne appassionati ed esperti – quello di De Carli?

«Credo che una risposta vada cercata nel fatto che De Carli si è impegnato in tanti ambiti diversi» risponde Lola Ottolini che di questa mostra è sì curatrice, ma anche architetto, nonché nipote di De Carli, «Lavora un anno nello studio di Ponti che erano uno sponsor, diremmo oggi, eccezionale. Sosteneva moltissimo i giovani e aveva spinto De Carli anche a livello internazionale, con produttori di mobili importanti, in particolare la Singer & Son che negli Stati Uniti degli anni Cinquanta era una potenza. Nello stesso tempo gli aveva chiesto di affiancarlo nell’insegnamento e poi lo sostituirà nella cattedra a cui cambierà nome in “Architettura di interni”. E questa parte della sua attività professionale finirà per assorbirlo completamente, al punto che chiude lo studio, interrompe l’attività professionale per dedicarsi completamente alla ricerca e all’università. Il grosso dell’attività di architetto e designer si conclude con gli anni Settanta».
Ma quell’attenzione posta alla ricerca e all’insegnamento lo porta a diventare preside della facoltà negli anni Sessanta, anni difficili come li chiama lui, fatti di contestazione. E lui si pone dalla parte degli studenti sostenendone le istanze, al punto che quando occupano la facoltà, De Carli occupa la presidenza e resta per sette giorni e sette notti al Politecnico, facendosi mediatore. «In quell’occasione scrive con gli studenti i dieci punti della contestazione per portarli al rettore. Uno di questi riguardava la sperimentazione, l’importanza della ricerca nella formazione degli studenti, in cui lui credeva moltissimo. Ma non era ben visto questo aspetto, al punto che viene revocato, sospeso dall’attività di preside. È in quel momento pesantissimo che si mette a dipingere e poi non ha mai smesso di farlo», racconta Lola Ottolini.

In mostra c’è tutto, c’è questo aspetto e ci sono le sue riflessioni sul fare architettura, sul progettare inteso come attenzione ai gesti e alla vita di chi abita. «Coinvolge il filosofo Dino Formaggio al Politecnico fino a definire lo spazio come parola che esiste solo se al suo interno si svolge un gesto umano. Cioè, lo spazio per lui ha senso se è luogo di relazioni. Lo si vede benissimo nella sua chiesa di Sant’Ildefonso: a guardarla in pianta si legge un abbraccio sulla piazza con due braccia laterali per accogliere le persone. Naturalmente questa questione ha a che fare anche con la luce. De Carli toglie gli angoli retti in modo da lasciare alla luce la possibilità di creare oggetti dinamici. Lo si vede nei pilastri in cemento armato della chiesa ma anche nelle sue sedie».
Del resto, per lui progettare una casa o una sedia non faceva nessuna differenza, entrambe le cose devono fare i conti con chi le usa, con i gesti quotidiani. E se le forme non sono compatte, lasciano alla luce la possibilità di definirle, ammorbidirle e renderle più accoglienti. Fino alla chiesa San Gerolamo Emiliani a Cimiano, dove inserti in vetrocemento colorato fanno degli interni un luogo che cambia colore con il trascorrere delle ore. Lo spazio e le cose vivono se usate dalle persone. E questo è il filo rosso anche di tutta l’esposizione, che comprende anche il rapporto di De Carli con l’arte, profondo e quotidiano, ma anche estremamente semplice.

«Un esempio: il crocefisso per la chiesa di Sant’Ildefonso. Lucio Fontana aveva fatto degli schizzi che poi non sono stati usati, ma De Carli successivamente ci ha lavorato sopra senza nessuna sacralità, per continuare un lavoro. Ecco perché in mostra ci sono delle sue sedie prodotte da Cassina che De Carli aveva portato in presidenza e che noi abbiamo messo a disposizione dei visitatori. Non le abbiamo portate al museo, le abbiamo messe a disposizione di chi ha voglia di usarle». L’uomo è al centro dell’attenzione di De Carli, l’architetto filosofo, l’ingegnere artista, il pittore professore. Ma anche uomo ironico e affettuoso, immerso nel suo lavoro in modo così totalizzante che sua moglie, la nonna di Lola Ottolina che racconta l’episodio, «nel portafoglio aveva una foto di lui da giovane, una del loro matrimonio e poi le foto delle sedie. Ognuna aveva una storia, come le persone».
In occasione della Design Week è in calendario la proiezione di Ascensio: film dell’artista visivo Antonio Rovaldi – con musiche del compositore e musicista Stefano Pilia – dedicato alla chiesa milanese di Sant’Ildefonso. L’appuntamento è per il 10 aprile 2025 alle ore 17.30, al Politecnico di Milano, via Ampère 2.