Quesiti linguisticiCos’è la «teopatia»? Risponde la Crusca

È possibile che la parola sia «nata» più volte ogni qual volta si sia sentito il bisogno di associare il concetto di dio e quello di sofferenza, in modalità sempre diverse

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Teopatìa è una parola molto rara, che non compare nei vocabolari dell’uso. Usata quasi soltanto in contesti specialistici, conta poche occorrenze nel web italiano (1.900 ca, secondo una ricerca aggiornata al 6/8/2024). A suscitare i dubbi del nostro lettore è stata la spiegazione di Wikipedia, che recita così: “La teopatia è un fenomeno studiato nella Storia delle religioni, in base al quale un essere umano entra in contatto indiretto con la divinità, grazie all’azione esplicata da suoi intermediari naturali o soprannaturali”. Per questo carattere di “mediatezza” la teopatia si differenzierebbe dalla teofania, “in cui la divinità si manifesta direttamente a un essere umano”. Teopatia deriverebbe «dai due termini greci θεός [theós, n.d.r.] (“dio”) e πατέω [patéo] (“essere percorso, frequentato”)». A differenza di altre voci Wikipedia, la pagina non ha corrispondenti nelle altre lingue e non cita fonti: in definitiva fornisce informazioni che non trovano riscontro in altri luoghi né, come si vedrà, sono sostenute dalla testimonianza fornita dai contesti d’uso.

La spiegazione non convince né sul piano etimologico né sul piano semantico: sulla ricostruzione potrebbe aver influito il significato di telepatia, che però ha tutt’altra origine. L’eredità italiana di patéo (che significava ‘calpestare, calcare con i piedi’ e ‘camminare, percorrere’) è rappresentata dal grecismo perìpato (dal greco περίπατος [perípatos], letteralmente ‘passeggio’), che nella nostra lingua ha mantenuto il significato esteso che già aveva nell’antichità, quando fungeva anche da nome per la zona del giardino del Liceo di Atene dove Aristotele teneva lezione (si dice, appunto, camminando), e il derivato peripatetico, che ha assunto anche altri valori. Appare più facile e più naturale leggere il suffissoide -patia come esito del greco -πάϑεια [páthia, latino -pathia], derivato del tema παϑ- [path-] del verbo πάσχω [páscho] ‘provo impressione, sentimento, sensazione, sto sotto l’influenza, gradita o spiacevole’, e ‘soffro, sopporto, tollero, subisco, provo’ (Lorenzo Rocci, Vocabolario greco-italiano, Roma, Società Dante Alighieri, 1943). In greco antico, lo stesso tema παϑ- era alla base, per esempio, di πάϑος [pathos] ‘ciò che si prova di bene o male, nel fisico o nel morale’, ‘esperienza, prova, ciò che s’è provato’, che vive ancora in italiano come grecismo non adattato; in italiano, tra le parole riconducibili alla stessa origine abbiamo patire e passività, che sarà bene tenere presenti per comprendere meglio il significato della nostra teopatia.

In italiano, -patìa è secondo elemento di molti composti nei quali «indica il fatto di essere soggetto a determinati affetti, sentimenti, passioni […] o ha il sign[ificato] più generico di “sofferenza”» (Vocabolario Treccani online): e infatti i composti di -patìa sono frequenti non solo nella lingua comune, ma anche in quella tecnica della medicina e della psicologia, alcuni ereditati dal greco attraverso il latino (apatia, empatia, simpatia), altre formate modernamente, combinando -patia con elementi in origine greci (cardiopatia, da καρδία [kardía] ‘cuore’; psicopatia, da ψυχή [psychḗ] ‘soffio vitale, spirito, anima’) ma anche latini (ludopatia da lūdus ‘gioco’; cerebropatia, da cĕrĕbrum ‘cervello’) o presi da lingue vive (webpatia, cibopatia, non registrate nei vocabolari ma attestate in rete rispettivamente dal 2014 e dal 2011).

Interpretando letteralmente questi elementi di base secondo la struttura determinante+determinato tipica dei composti di origine classica, si ricava un significato approssimativo di teopatia come di ‘patimento, sofferenza di dio’. Oltre al significato, di cui vanno precisati i contorni, resta da capire quale sia l’origine del nostro termine; in altre parole, se teopatia è una voce antica poi passata all’italiano, e dunque un grecismo, o se è un cosiddetto “composto neoclassico”, vale a dire una parola formata modernamente (in italiano o in un’altra lingua, da cui l’italiano l’ha ripresa) con elementi di origine classica. Poiché le due questioni sono intrecciate e una risposta secca, in questa fase della spiegazione, sarebbe fuorviante, conviene procedere per gradi.

Partendo dall’espressione “sofferenza di dio”, interpretazione letterale del composto, è naturale chiedersi chi sia il soggetto del patire, ossia quale sia la funzione logica della parola dio che compare nel complemento di specificazione: è necessario capire se, nel nostro composto, il costituente teo- indica un rapporto di specificazione soggettiva, in cui dio è il soggetto del patire, o oggettiva, in cui a patire è qualcun altro, nella fattispecie il credente, e dio è l’oggetto, il contenuto dell’esperienza (per un approfondimento sulla questione rimandiamo all’articolo di Giovanni Nencioni su pericolo di vita/pericolo di morte, “La Crusca per voi” 18 (aprile 1999), alla risposta di Marco Biffi sullo stesso argomento, “La Crusca per voi” 51 (2015, II), e anche alla scheda di consulenza linguistica di Vittorio Coletti).

Esistono sia composti di teo- sia composti di -patia che realizzano queste due possibilità semantiche: pensiamo, per esempio, a teofania, la ‘manifestazione di dio’, in cui dio è il soggetto che si manifesta, e dall’altra parte a teofagia, la ‘consumazione rituale di un cibo identificato con la divinità’, in cui dio è l’oggetto della consumazione, ciò che viene “mangiato”; e pensiamo, anche, a una parola come embriopatia (da ἔμβρυον [émbryon], ‘neonato, feto’), che indica la ‘malattia del feto’, in cui è il feto a essere in stato di sofferenza, in confronto a una come meteoropatia, in cui a soffrire non è la situazione climatica, ma chi ne subisce le alterazioni.

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