A golpe sicuroGeorgescu pianificava un colpo di Stato per prendere il potere in Romania

Secondo la procura di Bucarest, da almeno due anni c’è un piano paramilitare del candidato filorusso per fomentare con la complicità di Mosca una serie di manifestazioni anti-governative, richiamando militanti dall’estero e condizionando l’opinione pubblica

AP/Lapresse

Quando lo scorso dicembre la Corte costituzionale rumena ha annullato le elezioni presidenziali, l’opinione pubblica occidentale ha scoperto Călin Georgescu. Con il suo arresto recente, i presunti difensori della libertà di espressione – un branco che riunisce il vicepresidente americano J.D. Vance, Matteo Salvini e gli altri politici da sempre impegnati nella destabilizzazione dell’Europa – si sono mobilitati per denunciare quella che hanno definito una prova delle interferenze antidemocratiche dell’Unione europea. Adesso la Commissione elettorale ha escluso Georgescu dalle presidenziali di maggio e i suoi sostenitori sono insorti arrivando allo scontro con le forze di polizia.

Poco importa se la cosiddetta campagna “miracolosa” di TikTok (quella che avrebbe giustificato l’exploit di un candidato semisconosciuto) sia stata il risultato delle massicce interferenze di Mosca. Importano ancora meno le armi e le enormi quantità di denaro contante recuperate dalla polizia rumena dopo le perquisizioni in casa di Georgescu e nei locali degli altri ventisette indagati per associazione sovversiva.

Il candidato anti-establishment è, per i soliti noti, solo un’altra vittima dell’Unione liberticida. Ma le notizie degli ultimi giorni mostrano un quadro diverso e spiegano la vera natura del personaggio e delle recenti manifestazioni in suo sostegno. Manifestazioni che nei piani del candidato alla presidenza della Romania avrebbero dovuto anticipare un golpe.

Per capire cosa sta succedendo nel Paese bisogna introdurre un personaggio chiave di questa storia: Horatiu Potra. Ex combattente della legione straniere, Potra è un mercenario con doppia cittadinanza rumeno-francese fermato dalle autorità lo scorso dicembre mentre si dirigeva, con i suoi uomini, a Bucarest. Il suo nome era stato già accostato a quello di Georgescu – all’epoca gli inquirenti avevano confermato il suo ruolo di capo della sicurezza del candidato – ma quest’ultimo ha negato di conoscerlo. Almeno fino a venerdì scorso, ma è necessario fare un passo indietro. Potra è stato attivo, come addestratore e mercenario operativo, in diversi Paesi africani come la Repubblica Centrafricana, Sierra Leone e il Congo dove ha fiancheggiato l’esercito governativo contro i ribelli dell’M23. Teatri bellici dove ha avuto modo di stringere rapporti con il gruppo Wagner di Evgenij Prigožin; un legame, quello con i mercenari russi, che il rumeno ha sempre negato («Forse alcuni fanno un collegamento e dicono che ero sul libro paga di Wagner. Non ho alcun legame, non ho mai conosciuto nessuno del gruppo Wagner» ha dichiarato nel 2023). Poi il suo nome scompare per due mesi e nel frattempo continuano le indagini (e il dibattito) sulla candidatura di Călin Georgescu.

Dopo l’ultima ondata di blitz e con gli interrogatori ai fedelissimi del candidato antisistema, le autorità decidono di pubblicare la corrispondenza tra Georgescu e Potra. Quest’ultimo avrebbe dovuto approfittare dell’annullamento delle presidenziali per fomentare una serie di manifestazioni anti-governative, richiamando “attivisti” dall’estero e, condizionata l’opinione pubblica dentro e fuori i confini nazionali, creare le premesse per un innalzamento dello scontro. Il colpo di mano sarebbe stata una conseguenza naturale. Il ruolo dei mercenari di Potra sarebbe stato essenziale.

Nelle case degli uomini legati all’ex legionario è stato ritrovato, dalla polizia rumena, un arsenale da guerra: quaranta caricatori per cartucce, cinquantuno granate militari, quarantaquattro proiettili per lanciagranate, ventuno pistole, sette pistole mitragliatrici, due lanciagranate, un fucile da cecchino, quattro esplosivi e una ventina di munizioni aggiuntive per fucili e armi di grosso calibro.

Il Ministro della Giustizia della Romania ha dichiarato che il caso Georgescu-Potra è un esempio di minaccia per la sicurezza nazionale, invitando gli inquirenti ad agire rapidamente. Ma il dato più importante emerso dalle indagini è la conferma che il piano paramilitare è in atto da almeno due anni e i dettagli che appaiono nei documenti della procura aiutano a comprendere la candidatura stessa di Georgescu. Assieme alla mobilitazione (recente) di uomini legati all’organizzazione mercenaria stanziata in Africa – il gruppo che lo scorso dicembre è stato fermato sulla strada per Bucarest proveniva dal Congo – Potra, nel 2024, sembra aver versato a Georgescu un’ingente somma di denaro. Denaro che lo stesso Potra avrebbe ritirato, pochi mesi prima, a Mosca. Il mercenario, infatti, pur continuando a negare i suoi collegamenti con il gruppo Wagner – sostenendo di limitarsi ad una semplice simpatia per la causa russa, come testimonia il suo profilo Facebook – risulta, stando alle indagini, particolarmente vicino ai vertici del Cremlino.

L’importanza di Potra non è dettata soltanto dalla gravità del suo piano eversivo, ma dalla possibilità concreta che sia lui l’uomo che abbia fatto da ponte tra Mosca e Georgescu. E il flusso di denaro, così come il progetto studiato nei minimi dettagli dal 2023, spiega come sia possibile che un candidato sconosciuto alla stragrande maggioranza dei rumeni, assente in buona parte dei sondaggi della vigilia, abbia potuto compiere il cosiddetto “miracolo elettorale”. Gli ultimi sviluppi di questa vicenda rendono il caso ancora più complesso.

Come già anticipato, Georgescu ha dovuto ammettere di aver mentito sul suo rapporto con Horatiu Potra: «Su sua espressa richiesta di qualche tempo fa, ovviamente per la sua protezione, e soprattutto per la mia protezione, non potevamo parlare. Il giorno dopo, nel vostro programma, un generale, un uomo del sistema, ha detto molto chiaramente che bisognava fare così, perché era in gioco la sicurezza di un uomo e di una situazione, in una campagna non proprio semplice […] Quindi, era naturale che ciò accadesse» ha dichiarato ai microfoni di Realitatea TV. Georgescu ha poi spiegato così il suo ricorso ai mercenari, extrema ratio, a detta sua, dopo una serie di minacce di morte ricevute: «Ho fiducia nei miei ragazzi, nel coordinatore principale, nel soldato della Legione Straniera, Marian Burcea, che coordina tutto».

Quest’ultimo viene citato nelle carte della procura: «Sembra che dal 2023 Călin Georgescu abbia premeditato con Eugen Sechila [braccio destro di Georgescu, ndr] e Marin Burcea lo svolgimento di attività violente con l’obiettivo di imporre Georgescu come presidente della Romania. Il 09/03/2023 Marin Burcea invia un messaggio a Dorina Mihai (la sua compagna, la quale ha legami con i ceceni di Ramzan Kadîrov) con il seguente contenuto: Le prossime elezioni sono l’ultima possibilità, se il sistema non cambia, siamo spacciati… Credo che Dio stia aspettando che combattiamo, non solo che lo preghiamo in continuazione. Ma per Georgescu «questi ragazzi non erano contrari allo stato di diritto, non si opponevano all’organizzazione dello stato, nessuno aveva attaccato nessuno» e Horatiu Potra è soltanto «un uomo che è stato elogiato e che ha dato lavoro a centinaia di migliaia di persone in Romania».

Le indagini sono ancora in corso e i dettagli che emergono con cadenza quotidiana non fanno che smontare ulteriormente la retorica di un Georgescu vittima dello strapotere europeo. Ma le prossime presidenziali si terranno tra meno di un mese, e l’annullamento della candidatura del filorusso può ancora essere portato in appello alla Corte Costituzionale.

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