Lo stato di salute di un Paese è dato dalla qualità dell’opposizione al governo. Quello italiano è disastroso. Stiamo assistendo a una penosa diatriba sul Manifesto di Ventotene, attaccato con i soliti modi dozzinali e incolti da una capo-tribù. E di fronte a questi metodi, l’opposizione parlamentare scoppia in singhiozzi disperati.
Difficile dire se sia più penoso il pianto o la sussiegosa analisi di alcuni reprobi della sinistra che Ernesto Rossi, tacciato di essere comunista, prenderebbe a calci, ricordando loro cos’era il mondo nel 1941, quando le democrazie liberali si contavano sulle dita di una singola mano. Il penoso spettacolo è stato bissato alla Camera in sede di approvazione del disegno di legge sulle intercettazioni ordinarie (decreto Zanettin), un’altra delle gloriose conquiste (non) garantiste di Giorgia Meloni e Carlo Nordio, in realtà l’ennesima fuffa per anime pie.
Basta leggere il testo dell’unico articolo per capire il trucco. La nuova norma stabilisce che le «intercettazioni non possono avere una durata complessiva superiore a quarantacinque giorni, salvo che l’assoluta indispensabilità delle operazioni per una durata superiore sia giustificata dall’emergere di elementi specifici e concreti, che devono essere oggetto di espressa motivazione». Si tratta delle intercettazioni, che costituiscono da ormai lungo tempo il pressoché esclusivo mezzo di indagine adottato dalle procure: possono durare per tutta la durata delle indagini con continue proroghe ogni quindici giorni.
La medesima legge esclude l’operatività del limite massimo complessivo di durata delle intercettazioni nei procedimenti relativi ad alcuni reati particolarmente gravi, come quelli di criminalità organizzata. Allorché si procede per questi delitti, secondo la disciplina dell’art. 13 D.l n. 152/1991, non modificata dal disegno di legge approvato dal Senato, la durata delle operazioni non può superare i quaranta giorni, ma può essere prorogata dal giudice (senza un limite massimo) per periodi successivi di venti giorni.
Nella sostanza non cambia nulla: chi abbia un minimo di dimestichezza con la realtà giudiziaria sa sin d’ora che la proroga diventerà ben presto la regola, sicché in realtà il periodo di intercettazione viene portato addirittura a quarantacinque giorni e diventa prorogabile per tutta la durata delle indagini. La giurisprudenza si adeguerà e troverà il modo di legittimare continue proroghe.
Poiché il termine è oggi di moda, il decreto Zanettin è il perfetto manifesto non di Ventotene ma dell’intrusione progressiva dello Stato nella vita delle persone. Fa ridere la sinistra che si leva a protestare gridando «intercettateci tutti» (l’ha detto Roberto Giachetti) e non si rende conto che il problema è altrove. Dov’era questa ridicola opposizione a fine 2022, quando il governo Meloni portava sotto il controllo della Presidenza del Consiglio le ben più invasive intercettazioni preventive?
Sono queste le captazioni che i servizi possono fare al di fuori del processo penale, in segreto e cancellando ogni traccia delle stesse, per motivi riservati di prevenzione contro terrorismo e criminalità organizzata, a richiesta del presidente del Consiglio e previa autorizzazione del procuratore generale di Roma, senza alcuna garanzia e supervisione di un giudice.
Ebbene questo strumento minaccioso è stato di recente, se possibile, ancora peggiorato, con la modifica dell’articolo 31 della legge 124/2007. Esso stabilisce che «le pubbliche amministrazioni, le società a partecipazione pubblica o a controllo pubblico e i soggetti che erogano, in regime di autorizzazione, concessione o convenzione, servizi di pubblica utilità sono tenuti a prestare al Dis, all’Aise e all’Aisi la collaborazione e l’assistenza richieste, anche di tipo tecnico e logistico, necessarie per la tutela della sicurezza nazionale».
Anzi, le agenzie di spionaggio (il Dis, l’Aise e l’Aisi) possono stipulare con i predetti soggetti convenzioni «che possono prevedere la comunicazione di informazioni ai predetti organismi anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza». Dunque Università, ospedali, enti pubblici o con partecipazione dello Stato, forse un domani gli stessi avvocati come titolari di una funzione di pubblica rilevanza, saranno costretti a fornire informazioni utili a prevenire minacce vere o presunte contro lo Stato.
Mentre ci scanniamo per Ventotene (il peggiore spettacolo lo fanno i liberali pentiti di oggi col culo al caldo) lentamente giorno dopo giorno si erodono pezzetti di libertà, nel silenzio generale, a partire da avvocati e magistrati, come se la separazione delle carriere fosse l’unico problema, l’unica cosa che conta, la “fine della storia” e non l’inizio dell’incubo.