Teheran si prepara a TrumpC’è una grave crisi interna al regime iraniano, e a prevalere sono i pasdaran

Le dimissioni forzate del vicepresidente della Repubblica islamica e del ministro delle Finanze, uomini di fiducia del presidente Pezeshkian, dimostrano che l’ala oltranzista sta prevaricando su quella più moderata. Una spaccatura inusuale a Teheran che arriva proprio al momento del confronto con Washington sul nucleare

AP/Lapresse

È scoppiata la prima grave crisi negli equilibri del regime degli ayatollah e dei pasdaran. Nella giornata di lunedì 3 marzo, il vicepresidente Mohammad Javad Zarif è stato obbligato dai “duri” del regime a dare le dimissioni, e il Majlis, il parlamento, ha sfiduciato il ministro delle Finanze Abdolnaser Hemmati. Due traumi in contemporanea, due dimissioni al vertice imposte con la forza che rompono una quarantennale prassi che ha sempre visto le fisiologiche tensioni interne al regime risolversi in modo soft.

Dall’estate del 1981 in poi, infatti, da quando Ruollah Khomeini mandò a morte o costrinse all’esilio la prima leva dei suoi stessi dirigenti rivoluzionari (Habolassan Banisadr, Gotbzadeh Sadegh, Ebrahim Yazdi e tanti altri), i rapporti tra la componente più oltranzista e quella più moderata sono stati mediati in modo soft dalla Guida della Rivoluzione – prima dallo stesso Khomeini, poi, dal 1989, dal suo successore Ali Khamenei. Inoltre, è diventato quasi prassi imporre, attraverso il controllo delle candidature e di elezioni tutt’altro che limpide, che a un presidente della Repubblica oltranzista succedesse uno moderato per governare le tensioni interne al regime.

Oggi invece l’ala oltranzista ha umiliato l’ala trattativista, ha imposto in modo improvviso e violento due dimissioni, e ha inflitto un duro colpo allo stesso presidente Masoud Pezeshkian, padrino noto dei due alti esponenti così bruscamente licenziati. Particolarmente feroci sono state le dimissioni imposte a Javad Zarif dal Procuratore Generale Gholamhossein Mohseni Ejei, perché sono state motivate con una ragione più che scabrosa: i suoi due figli infatti, nati negli Stati Uniti, hanno la doppia nazionalità americana e iraniana. Dunque, lui, che è stato l’autore dell’accordo sul nucleare con Barack Obama del 2015, non sarebbe affidabile, sarebbe sospetto di un potenziale doppio gioco a favore degli americani.

Speciose anche le accuse che hanno portato all’altrettanto violento impeachment del ministro delle Finanze Abdolnaser Hemmati, accusato di non essere stato capace di ridurre l’inflazione, che ha superato il quaranta per cento, e di bloccare la svalutazione del rial, la moneta nazionale che oggi vede un cambio di uno a quarantaduemila col dollaro. Nel 1979, ai tempi dello Scià, il rapporto dollaro-rial era di uno a undici nel cambio ufficiale e di uno a venticinque nel mercato parallelo.

Vana la giustificata difesa dello stesso Hemmati, che ha ricordato come nei suoi sei mesi di mandato non era materialmente possibile intervenire efficacemente su inflazione e cambio, soprattutto dopo che questi sono stati influenzati dalle conseguenze disastrose per l’Iran della caduta del regime di Beshar al Assad in una Siria che era di fatto un protettorato iraniano, e dalla elezione di Donald Trump. Hemmati ha pagato il fatto di essere uomo di fiducia del presidente Masoud Pezeshkian, che però nel Majlis dominato dagli oltranzisti gode solo di una minoranza di voti.

Dunque, un’improvvisa affermazione della componente oltranzista iraniana proprio alla vigilia di un confronto con la nuova amministrazione americana. Donald Trump infatti intende trattare anche il dossier nucleare iraniano con un Vladimir Putin, al quale riserva la massima fiducia. E la Russia, che ha appena siglato il 17 gennaio scorso a Mosca un Patto strategico con l’Iran, si prepara a questa mediazione, nel momento stesso in cui tenta di rientrare in Siria, nonostante la caduta del regime di Bashar al Assad.

Javad Zarif, ministro degli Esteri dal 2013 al 2021, studi a San Francisco e laurea in Relazioni internazionali a Denver, già rappresentante dell’Iran all’Onu, già ministro degli Esteri, tessitore del complesso Accordo Jcpoa del 2015, era stato nominato alla carica di vicepresidente della Repubblica per volontà precisa del presidente Pezeshkian proprio per gestire una nuova tornata di trattative sul nucleare.

Ora non è chiaro se la sua defenestrazione sia dovuta, come è probabile, alla volontà dei pasdaran di impedire una trattativa e di arrivare presto, come è tecnicamente possibile, alla costruzione di qualche ordigno nucleare iraniano (secondo il Mossad, sarebbero possibili cinque bombe atomiche) oppure se sia dovuta alla determinazione di gestire in modo più duro la trattativa con la nuova amministrazione americana. Peraltro, la settimana scorsa, lo stesso presidente Pezeshkian ha affermato di avere proposto alla Guida Suprema Ali Khamenei di fare passi concreti per avviare una trattativa sul nucleare con gli Stati Uniti, ma di avere ricevuto un fermissimo diniego, segno di un appoggio totale agli oltranzisti del massimo vertice politico e religioso.

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