Spirito vagabondoLa realtà sotto la maschera: Kaonashi è molto di più che una creatura Miyazakiana

Kaonashi/Senza Volto è uno dei personaggi più popolari e amati del regista e animatore giapponese Hayao Miyazaki. Dietro la sua maschera bianca si cela molto più di un simbolo folkloristico: un’umanità che si perde e si ritrova negli occhi di chi sa guardare oltre

Kaonashi, Senza-Volto, La città incantata, 2001. Courtesy of Ghibli

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un vecchio video che circola su Instagram dal 2017: una bambina che avrà avuto sì e no quattro-cinque anni, proveniente da Kaohsiung, a Taiwan, che per Halloween era stata vestita e truccata dai genitori come il Senza-Volto di Miyazaki. Old but gold. Le immagini che si sono diffuse nel tempo dei suoi compagnetti d’asilo che scoppiano in lacrime, terrorizzati, fanno sempre sorridere, nonostante il tutto ormai appartenga alla storia del web. Kaonashi (カオナシ) è uno dei personaggi più iconici dei film d’animazione di Hayao Miyazaki, quello che, insieme a Totoro, ha saputo infiltrarsi con maggiore forza nella cultura pop internazionale e a far breccia nel cuore di grandi e piccini.

Dietro la sua silhouette grafica, le movenze impacciate e una bocca che a guardarla bene sembra far cenno a un sorriso sornione stilizzato sulla maschera bianca, si cela il carattere indisciplinato – ma anche l’animo bambinesco – dello spirito che nel film “La Città Incantata” (premio Oscar 2003) stringe una profonda amicizia – ma non senza prima creare dello scompiglio – con l’umana Chihiro, una bambina che nel mondo degli spiriti ci è finita un po’ per caso e un po’ per destino. Infatti, nel grande centro termale dove ogni giorno spiriti (Rei) e divinità (Kami) di ogni natura si recano per fare dei lunghi bagni caldi e purificarsi, un po’ come fanno le persone workaholic, Kaonashi/Senza-Volto si presenta offrendo pepite d’oro a chiunque incontri nel tentativo di avvicinarli a sé e sentirsi accettato. Il risultato, però, è l’opposto e la cosa sfugge velocemente di mano: nessuno è realmente interessato a lui, quanto alla ricchezza che sgorga magicamente dalle sue mani, come acqua da una sorgente. Attorno a lui si iniziano a radunare avidamente tutti i dipendenti che lo adulano di attenzioni e cibo finché più ne ingurgita e in maniera mostruosa si ingigantisce e ne esige. L’unica che rimane indifferente all’oro è proprio Chihiro, che vedendolo per quello che è, un’anima sola e smarrita, riesce finalmente a placarlo e – spoiler-no spoiler – a trovargli un luogo a cui appartenere.

Kaonashi, Senza-Volto, La città incantata, 2001. Courtesy of Ghibli

Da oltre mezzo secolo Miyazaki crea mondi, storie e personaggi che vivono e si evolvono – qui risiede la loro forza – nell’interstizio tra il reale e l’immaginario. Mi è capitato spesso di soffermarmi su Senza-Volto (forse al quinto o al sesto rewatch di La Città Incantata”, chi lo sa) e ragionare sul perché sia così facile sentirsi affascinati da questo personaggio. In fondo, è l’unico personaggio del film (e tra i pochi della sua produzione) che non ha espressioni e di cui non sentiamo mai la voce: poi ho capito che forse è proprio per questo. Senza-Volto è pura teatralità, gesticola, mugugna, e il modo in cui la “telecamera” si fissa sul suo volto mascherato in qualche modo fa sì che lentamente qualcosa lì sopra iniziamo davvero a scorgerla. Felicità, rabbia, tristezza, sono davvero reali quelle emozioni o è solo la nostra mente che vuole riempire quel vuoto?

È lo stesso Hayao Miyazaki a confermarlo, in una piccola intervista rilasciata al blog di Ghibli: «Alcuni hanno pensato che Senza-Volto fosse una madre, altri che fosse un padre. Ho ricevuto una lettera da un ragazzino nella quale mi diceva di essere molto triste perché Senza-Volto non aveva un posto dove andare. Mi ha scritto di aver pianto di gioia quando Chihiro gli ha permesso di prendere il treno con lei».

Kaonashi-Senza-Volto, La città incantata, 2001. Courtesy of Ghibli

Che nulla sia lasciato al caso nella produzione di Miyazaki è pressoché una certezza. Qualunque dettaglio, oggetto, costume che viene abbozzato dagli illustratori e dallo stesso Hayao non arriva al montaggio finale senza che ci sia un motivo, entrando nel mulinello di uno scambio creativo tra le parti che, a vederlo da fuori tramite i vari documentari girati nelle sale dello Studio Ghibli (come ad esempio il recentissimo Hayao Miyazaki e l’Airone), dire che sia estenuante sembra quasi un eufemismo. Questo perché nel cinema di Miyazaki ogni elemento ha un peso simbolico: attinge da immaginari passati carichi di significato e li intreccia con altrettanti, nuovi. Un processo necessario per creare universi in cui la magia sembra più reale del reale stesso.

Porco Rosso. Courtesy of Ghibli

La maschera di Kaonashi/Senza-Volto, così come quelle indossate da molti altri personaggi miyazakiani, che forse non affiorano immediatamente nella nostra mente ma esistono eccome – anche quella di Marco Pagot in “Porco Rosso”, in fondo, lo è – attinge dalla tradizione millenaria delle maschere giapponesi e dall’aura di cui sono sempre state rivestite. In origine utilizzate nelle cerimonie religiose e nei rituali per connettersi al mondo sovrannaturale e proteggersi dagli spiriti maligni, lentamente sono entrate a far parte della scena teatrale, delle celebrazioni e dei festival e progressivamente della cultura pop. La più popolare tra tutte è senza dubbio la Oni, su cui sono raffigurate zanne affilate e corna, la stessa che indossa San, meglio conosciuta come la Principessa Mononoke dell’omonimo film del 1997. Simbolo del fragile equilibrio tra le forze opposte, bene e male, uomo e natura, le credenze dicono che chi la porta sia protetto dagli spiriti avversi, e San ne ha più che mai bisogno nella sua guerra contro le ombre che minacciano la foresta.

La principessa Mononoke. Courtesy of Ghibli

Il mondo animale dà poi l’ispirazione per un’altra maschera importantissima nella cultura nipponica, la Kitsune. Legata alla divinità androgina Inari, protettrice della fertilità e del riso con la sembianza di una volpe, da sempre protagonista dei culti naturalistici diffusi dagli agricoltori, che la ritengono una creatura dotata di poteri magici e di un’intelligenza superiore a quella umana. Autentiche opere d’arte, scolpite nel ferro, modellate nella pelle o forgiate nel metallo, come dicevamo prima, le maschere non possono dirsi dei semplici ornamenti, Indossarle significa trascendere sé stessi, entrare in connessione con forze invisibili e spiriti superiori. È per questo che i guerrieri samurai sceglievano maschere dalle espressioni feroci per le battaglie: era un modo per affrontare il nemico con coraggio e la morte con orgoglio.

«I simboli religiosi sono disseminati ovunque, proprio come nei miei film, ma in maniera discreta. Sono la testimonianza di una tradizione e di una realtà» racconta Miyazaki. E allora mi chiedo se un altro motivo per cui Senza-Volto abbia acquisito un valore così speciale per le persone non sia proprio il fatto che in lui si possa scorgere più il riflesso della società contemporanea che un semplice richiamo ad un simbolo folkloristico. Una società in cui è fin troppo facile sentirsi disorientati, soli e un po’ vuoti, e in cui diventa altrettanto semplice indossare una maschera. Almeno finché qualcuno non riesca a vederci qualcosa di più, come la piccola Chihiro.

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