L’era della restaurazioneMilano Fashion Week 2025, tra tentativi originali e slalom tra i soliti remake

Anche nel fashion system le ricette di ieri hanno contribuito a creare le crisi di oggi. Dalla settimana della moda è emerso un settore sempre uguale a sé stesso, incastrato in versioni stereotipate del femminile, che manca di consapevolezza e forse di coraggio, salvo qualche eccezione

Collage de Linkiesta

Nel post Instagram di qualche giorno fa con il quale ha accettato i Razzie Awards (il controcanto degli Oscar, dedicati alle peggiori produzioni cinematografiche dell’anno, ndr), Francis Ford Coppola ha scritto “sono onorato di accettare il premio in così tante categorie importanti, e per l’onore unico delle nomination come peggior regista, peggior sceneggiatura, e peggior film, in un momento nel quale così pochi hanno il coraggio di andare contro le tendenze della cinematografia di oggi”. Un discorso intriso di intelligente ironia, ancora più notevole se a farlo è uno di quegli uomini per i quali da almeno quarant’anni si usa la dicitura “venerabile maestro”.

Un maestro che pure ha incontrato recensioni critiche sulla sua ultima fatica, “Megalopolis”. Per la cronaca, Coppola ha ragione: secondo l’articolo del W magazine Hollywood by the numbers, i venti film che hanno incassato di più nel 2024 sono sequel o sceneggiature basate su film, libri, o videogame già esistenti. Percentuali che non intendono diminuire neanche per il 2025: si prevede infatti che dal cinquanta al settanta per cento dei film prodotti dagli studios maggiori saranno basati su proprietà intellettuali già esistenti.

Un approccio, quello del regista ottantacinquenne, al quale potrebbe ispirarsi anche la moda, settore non meno in crisi di fatturati – e rilevanza – dell’industria cinematografica statunitense: l’unica cosa che però hanno veicolato le passerelle milanesi relative all’autunno inverno 2025-2026 è stata una sensazione di stasi, di conservazione tramite criogenia di uno stereotipo, di una facciata, che non è più capace di reggere il confronto con la realtà (nonostante la presenza di valide eccezioni). Il momento è di certo drammatico, ma si dubita che le ricette di ieri – le stesse che, in qualche misura, hanno contribuito alla crisi dell’oggi, tra analisti troppo fiduciosi e politiche di prezzi approntate in uno stato che mancava di lucidità – possano dimostrarsi valide, se mai lo sono state in passato.

Institution by Galib Gassanoff. F/W2025

La speranza è che le generazioni di designer future, viaggiando più leggere, siano capaci di un maggiore coraggio, che è quello che di certo ha mostrato Galib Gassanoff con il suo brand “Institution”, al debutto in passerella con la collezione “EL” nella cornice scenografica del museo Bagatti Valsecchi: i top interamente costruiti da lacci lasciano la schiena nuda con una tecnica di tessitura a mano ispirata alla comunità azera del designer, utilizzata anche per i tappeti.

Un mondo “altro” e lontano apparentemente dall’Occidente che Gassanoff tramuta con delicatezza e rispetto in materia da guardaroba del 2025. I cappotti sono monumentali ma avvolgenti, le cappe in pelle martellata sembrano armature fatte per proteggersi, più che per procedere all’invasione del campo altrui; le coperte in tartan si trasformano in abiti drappeggiati, mentre il tappeto musicale è fornito da composizioni di Etibar Asadli realizzate con strumenti tradizionali dell’Azerbaigian e suoni elettronici.

Più sul sicuro va invece Francesco Murano, enfant prodige italiano, che per il suo debutto in passerella sceglie di ricordarci cosa sa fare (già) molto bene: abiti drappeggiati in bianco e nero, alla ricerca del perfetto equilibrio. Classe 1997, semifinalista all’Lvmh Prize di quest’anno, Murano ha già vestito in passato Beyoncé, quindi di abiti scultorei è già senza dubbio esperto, pur se possessore di una giovane età che non deve trarre in inganno sulle sue capacità tecniche. Il debutto con il proprio brand nel calendario ufficiale con una sfilata di certo è un’esperienza da far tremare le gambe: si spera che le prossime occasioni saranno quelle nelle quali opterà per l’espansione del suo multiforme universo creativo, più che per il suo contenimento.

Francesco Murano F/W 25/26.

Di universi creativi in rivoluzione si parla di certo da Gucci, che va in scena senza il suo direttore creativo, messo alla porta due settimane prima della fashion week. La collezione è realizzata dall’ufficio stile, riporta il comunicato, ma è lecito domandarsi quanto di quello già realizzato da Sabato De Sarno ci sia, in questa co-ed nella quale le collezioni uomo e donna si incrociano su una passerella dove risaltano le due G intrecciate, simbolo del marchio. La cancellazione del precedente stilista è anche cromatica: finita l’esperienza fugace del rosso ancora – il lascito più visibile di una direzione creativa altrimenti priva di una qualsivoglia personalità – è il momento del verde smeraldo sinonimo dell’heritage della maison.

Gucci F/W 2025

E nonostante gli accenni assai visibili al mondo di Prada nelle collezioni maschili, e la molteplicità confusionaria delle silhouette, che spaziano dagli anni Sessanta ai Novanta– una sorta di atlante illustrato della rilevanza storica del brand – la collezione ha più carattere di quanto abbia mai avuto qualunque uscita di De Sarno, il cui limite maggiore è stato rifiutarsi di dare ai suoi vestiti una qualunque parvenza di personalità, desiderio, ambizione, e in ultima analisi, di anima. Sul finale l’ufficio stile esce a prendersi gli applausi del pubblico, in un completo che ricalca i colori della passerella, ma l’atmosfera è velata dalla tensione e dall’incertezza sul futuro, che si augura prospero non solo per il multimilionario gruppo Kering, ma anche per tutti i dipendenti che da quel successo dipendono.

Fendi F/W 2025

Anche l’ufficio stile di Fendi, nel backstage, indossa un’uniforme unica: si tratta di una t-shirt nera sulla quale è impressa il titolo di una canzone di Barry White presente nella colonna sonora della sfilata, «Never never gonna give ya up». Il destinatario della dichiarazione d’amore, più che il brand arrivato al suo centenario, sembra essere Silvia Venturini Fendi, direttrice creativa ad interim dopo l’addio di Kim Jones, che nel backstage post sfilata è presa d’assalto dagli abbracci di amici, parenti e dipendenti in vario grado. Ad aprire le porte della sfilata agli ospiti sono stati letteralmente i due nipoti di Silvia Fendi, Tazio e Dardo, in un completo che ricalcava quello che la stessa stilista indossava quando, nel 1966, altrettanto bambina, fece da modella per Karl Lagerfeld.

Al di là del profluvio di montone trattato come pelliccia, espediente semi-virtuoso dei brand che vogliono dimostrarsi non del tutto insensibili alle cause animaliste, la collezione si fonda su un concetto semplice: quello di realizzare abiti nei quali le donne, anche quelle prive della taglia trentotto – che è tornata purtroppo a dominare sulle passerelle dopo anni di proclami vuoti di significato sulla body-positivity – si sentano effettivamente belle. I cappotti indossati come vestiti; i vestiti che fioriscono di ricami preziosi; le baguette con le applicazioni e il ritorno della Spy bag in toni sorbetto: tutto concorre a ricordare al mondo che guarda che Silvia Venturini Fendi non indossa solo quel cognome, ma lo vive e lo rappresenta meglio di qualunque altro potenziale e futuro direttore creativo di cui questa maison non sembra al momento avere alcun bisogno. L’ufficio stile e la stampa presente – che ha definito all’unanimità la collezione come un successo – sembrano esserne consapevoli, si spera che lo sappia anche LVMH, il conglomerato che di Fendi è proprietario.

Un altro brand con una donna al comando – si fa presto a dire quale, considerata la scarsità di direttrici creative alla guida di brand che pure hanno il compito di immaginare come vorranno vestirsi le donne tra sei mesi – è Versace, guidato da Donatella. Qualcuno a bordo passerella la definisce “revenge collection”, una sorta di abbecedario roboante di cosa sia stato il brand. Ci sono i minidress foderati con le stampe utilizzate in passato anche per l’interior; giacche spencer su gonne pouf da giorno; sottovesti in pizzo e abiti chemisier, ma pure i blazer con la spalla decentrata introdotti per la prima volta nella collezione Atelier Versace a/i 1997.

Versace F/W 2025

Il risultato è un caleidoscopio accecante, non sempre riuscito, ma di certo espressione del momento difficile che il brand sta vivendo: miracolosamente salvato e portato nella contemporaneità da una donna che ha avuto il gravoso compito di ereditarlo dal fratello Gianni Versace, tragicamente scomparso, è stato acquisito in maniera abbastanza incomprensibile dall’americana Capri Holdings nel 2018. Il conglomerato di cui fa parte anche Michael Kors è poco fluente nel linguaggio del lusso: un’incapacità che è divenuta visibile in questi anni che sono stati economicamente difficili da interpretare anche per chi ha sempre navigato in queste acque imperscrutabili. Oggi si parla, in maniera volatile e priva di qualunque conferma, della scadenza del contratto di Donatella Versace, di un interesse di Capri Holdings a vendere e di un probabile interesse del gruppo Prada a comprare: non esattamente la situazione migliore nella quale sentirsi al sicuro, ispirata, con lo sguardo rivolto al futuro.

Dean e Dan Caten e Brigitte Nielsen. Dsquared2 F/W 2025

Congelati in una dimensione spazio-temporale alternativa sono anche (legittimamente) Dean e Dan Caten da Dsquared2 che festeggiano i trent’anni del brand con una sfilata evento, tra l’apparizione di Brigitte Nielsen vestita da poliziotta in latex e la performance di Doechii. La natura giocosa del brand, che mutua la sua estetica dal mondo drag, per questa stagione accoglie anche nel suo multiverso cangiante altri collaboratori speciali: ci sono il brand newyorchese Vaquera, ma anche l’italico Magliano, che ha realizzato un gilet a rombi abbinato a uno short pericolosamente corto, la cui ambiguità è sottolineata dall’elastico in vita, simile a quello dell’underwear del brand, così come un completo in pelle formato da biker e pantaloni, che ricordano il discorso sull’eros portato avanti già negli anni ottanta sia dai disegni di Tom of Finland che da artisti come Robert Mapplethorpe.

Moschino F/W 2025

Una festa, con tanto di coriandoli sparsi per la passerella dello Spazio Ventura, va in scena anche da Moschino, dove Adrian Appiolaza, ormai in pieno possesso dei codici del brand, si permette di stravolgerli, infilandoci dentro iniezioni potenti di surrealismo alla Loewe, brand di cui era precedentemente design director, ma pure di Rei Kawakubo, di cui da collezionista è sempre stato ispirato.

Moschino F/W 2025

E in effetti questa collezione, secondo il comunicato, parla di decostruzione e ricostruzione del guardaroba, congelato in una sorta di fase intermedia, liminale, tra il sogno e la realizzazione pratica, come d’altronde prescriveva l’abito manichino creato dal fondatore nel 1992, punto di partenza della collezione. Gli abiti sono un patchwork di molteplici elementi, i maglioni si avvolgono l’uno all’altro, i cuscini si indossano come cappelli. Il riferimento più esplicito alle origini è nell’uscita finale con la stampa «SOS Save our sphere», rimando alla profonda crisi climatica che preoccupava già più di trent’anni fa chi quel brand l’ha fondato.

TOD’S F/W 25/26

Chi forse riesce con meno agevolezza a liberarsi dai limiti stringenti del brand nel quale opera è Matteo Tamburini, in carica da Tod’s. Il suo talento e le sue capacità tecniche sono fuori discussione – d’altronde viene dalla scuola di Bottega Veneta, dove ha lavorato dal 2017 al 2023 come head designer di capi in pelle, outerwear e tailoring delle collezioni uomo e donna – ma in questo momento l’idea di una borghesia algida e distante, per quanto rivestita di materiali d’eccellenza, cappotti over a doppio strato in cashmere, peacot con inserti in pelle, e bomber in suede, da sfoggiare con il gommino in pitone nappato, più che atemporale risulta fuori dal tempo. Nello stesso modo il continuo sottolineare il focus sull’artigianalità – con l’abito ad hoc sovradimensionato disegnato dall’artista Nelly Agassi e poi indossato da una scultorea Carla Bruni di maxi-ago dotata, «per trasformare un atto utilitario in un momento cerimoniale» – risulta ridondante.

Carla Bruni posa per TOD’S F/W 25/26

Per quanto sia assolutamente meritevole di plauso il fatto che il brand punti in maniera autentica sull’eccellenza “made in Marche”, è innegabile che il Made in Italy stia genericamente attraversando un momento drammatico, tra piccoli produttori che chiudono, strozzati dalle richieste al ribasso dei grandi conglomerati, scioperi per richiedere condizioni lavorative migliori, e scandali legati alla produzione di capi delle maison del lusso in laboratori privi dei più basilari dispositivi di sicurezza. Rifuggire la complessità di questo discorso (che ci riguarda tutti, non solo i brand, i loro proprietari e i loro designer), è un lusso che, in questo momento storico, non ci possiamo permettere.

Ferragamo F/W 2025

Abiti rassicuranti nella loro bellezza sono anche quelli disegnati da Maximilan Davis per Ferragamo, che per questa stagione si ispira al lavoro degli artisti del Tanztheater tedesco e le espressioni libere delle loro coreografie. Da loro è mutuato l’approccio Dada che trasforma gli abiti in seta con tagli lineari con applicazioni in pizzo sulla vita leggermente ribassata. Ci sono gonne in piume piatte e vestiti see-through, pellicce e fiori di organza che spuntano sulle décolleté con punta a mandorla o si avvolgono intorno alle caviglie dei sandali. Lo sguardo punta agli anni Venti e Ottanta, decadi fondamentali per lo sviluppo della danza espressionista. Una visione classicista del concetto di eleganza che si scontra con una realtà, quella del femminile nell’Anno Domini 2025, che è molto più complessa.

Ferragamo F/W 2025

Nel mondo reale, lontano dalle passerelle, i diritti fino ad oggi considerati basilari sono rimessi in discussione da nuove forze iper-conservatrici, che cercano di cristallizzare l’immagine stessa che abbiamo del “femminile” in uno stereotipo inoffensivo. Cercare di smantellarne le ipocrisie, anche a costo di apparire “sgradevoli” è il lavoro oneroso di cui si incaricano Miuccia Prada e Raf Simons da Prada, producendo una delle collezioni che maggiormente hanno scaldato gli animi e contrapposto fazioni, durante questa tornata di sfilate.

Prada F/W 2025

Cosa significa oggi femminilità? Cosa la definisce? La collezione, dal titolo “Raw glamour”, debutta mettendo in fila quattro little black dress d’ispirazione Sixtes così alterati nelle proporzioni da apparire “sbagliati”, mentre le camicie ispirate all’abbigliamento da camera e i cappotti gargantueschi in montone trattato come se fosse pelliccia sono parenti stretti della collezione maschile andata in scena il mese scorso. I maxi-fiocchi si posizionano al centro di vestiti con stampe floreali che appaiono sotto l’effetto di sostanze psicotrope: la sensazione finale è di una femminilità almodovariana, sull’orlo di una crisi di nervi, complici anche le acconciature delle modelle, cariche di elettricità statica.

Prada F/W 2025

Le gonne a sacchetto sembrano tenersi addosso al corpo per magia, più che per preciso progetto, i materiali atipici e le cuciture lasciate volutamente in vista sono ancora più stranianti, se messi invece vicino al glamour degli accessori, maxi-collane, bottoni gioiello, sandali infiocchettati. Queste donne sono volutamente antiestetiche, sfuggono gli stereotipi, in una versione scarmigliata della problematica Giuliana di Antonioni in “Il deserto rosso”, che, come le donne di Prada, si riempiva la giornata di interrogativi, più che di risposte, fino a farsi venire male ai capelli, come sosteneva Monica Vitti, l’attrice che la interpretava. Come, il loro rapporto con i vestiti, e il corpo che quei vestiti li abita, ne definisce la posizione rispetto alle cose del mondo? La risposta non è chiara, ma l’interrogativo è legittimo e molto più che rilevante, anche perché i vestiti più che ingabbiarci in stereotipi precisi – immaginati quasi sempre dallo sguardo maschile – dovrebbero liberarci. E questa donna, potrà essere forse primordiale nel suo approccio all’eleganza, ma di certo è libera.

Bally F/W 2025

Del coraggio che ci vuole per trasformare l’ordinario e il quotidiano in un piccolo, perturbante miracolo, parla anche Simone Bellotti da Bally. Capace in un paio d’anni di trasformare il marchio nato in Svizzera in uno degli appuntamenti più interessanti della fashion week milanese, Bellotti concede in questa occasione la prova più convincente del suo talento, caso mai ve ne fosse bisogno. Dal titolo “Leistung Aufführung”, la collezione mette insieme due termini tedeschi che afferiscono alla performance in due maniere diverse: se “Leistung” si riferisce alla prestazione lavorativa, Aufführung è l’espressione artistica, una messa in scena del personale. Tra il contesto pubblico (lavorativo) e quello privato (dell’emotività) ci teniamo in equilibrio ogni giorno: ma cosa succederebbe se le due dimensioni, tenute debitamente separate nell’esercizio della vita quotidiana confluissero, si confondessero, anche se solo su un abito?

Bally F/W 2025

Ispirato dal lavoro di Luciano Castelli – artista svizzero dedito all’Aufführung più sfrenato durante gli anni Settanta – Bellotti manda in scena abiti sartoriali hackerati da code in shearling sul retro; pantaloni da dandy in velluto e cappotti dall’ispirazione workwear tenuti insieme da maxi cinte in pelle, più elemento di seduzione che di adesione a un canone formale; gonne in pelle sulle quali folte code in shearling di un rosa zuccherino aprono squarci; pantaloni formali abbinati a canotte in paillettes multicolor. Il risultato è la dimostrazione convincente non solo del talento di un creativo cresciuto nel Gucci di Alessandro Michele e destinato a grandi cose, ma anche del dovere che abbiamo, come artisti e curatori del nostro guardaroba personale, di affrontare i conflitti (nell’armadio ma anche fuori, nel resto degli aspetti più pratici della nostra vita), rimescolare le carte, guardare in faccia le paure e scegliere come rispondervi.

Patti Smith ospite di Bottega Veneta all’evento “Correspondences”

Se siete Patti Smith – ospite di Bottega Veneta nell’evento “Correspondences”, performance musicale e artistica con un tributo a Carlo Mollino insieme ai Soundwalk collective – il risultato sarà la creazione dell’arte per far dispetto al dolore. Smith si è infatti esibita in un’emozionante messa in scena poetica ispirata a Medea e a Pierpaolo Pasolini, per poi concludere con una versione a cappella di “Because the night”, canzone scritta per il marito Fred Sonic Smith, scomparso nel 1994 per arresto cardiaco, con il quale proprio la sera del primo marzo avrebbe festeggiato quarantacinque anni di matrimonio. Se siete invece esseri umani semplici, e non artisti rivoluzionari, il risultato non susciterà forse l’interesse collettivo, ma non per questo è destinato a una minore rilevanza. Meglio un tentativo originale, per quanto discutibile, che l’ennesimo, noioso, sequel. Parola di Francis Ford Coppola.

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