
L’anacardo ha un cuore nel suo nome, che deriva dal greco anà kardia, “simile a un cuore”, per la particolare forma del falso frutto da cui si estrae il seme che tanto piace per il suo gusto dolce e pastoso. Apprezzato in tutto il mondo, noto con vari nomi – come mandorline indiane o anacarde, noci di acajou o acagiù (parola acaiu, che in lingua tupi significa «noce che si riproduce»), cashew nuts, noix d’acajou, noix d’Arabie, anacarde occidental, tintennusse, mahagoininnusse, mahagoni kernel, kernel westindische, elefanten lause – è in effetti semplicemente il seme dell’Anacardium occidentale, una specie arborea sempreverde della famiglia delle Anacardiaceae, originaria del Brasile ma ormai diffusa in tutto il mondo. Meno famoso, meno apprezzato, il suo frutto ha comunque un mercato perché è utilizzato per succhi e fermentazioni alcoliche.
La parte commestibile è il seme all’interno della drupa che esce dal falso frutto, di color giallo o rosso. Chiamato mela di anacardio, o mela di acagiù, deriva dallo sviluppo ipertrofico del peduncolo fiorale e del ricettacolo, in un processo simile a quanto avviene appunto per la mela.
Noto anche come maragnone – dallo spagnolo marañón, cioè appartenente allo Stato brasiliano di Maranhão, di cui sembra originario – ha la forma e la grandezza di una piccola pera e contiene una polpa commestibile, carnosa, zuccherina e astringente, da cui si ricavano succhi molto apprezzati ai tropici.
Dalle zone di origine, il Nord-Est del Brasile e il Sud-Est del Venezuela, la pianta è stata ampiamente diffusa dai portoghesi già intorno al 1550. Prima a Goa, in India, tra il 1560 e il 1565, quindi in tutto il Sud-Est asiatico, e infine nell’Africa sub-sahariana, dove si è naturalizzata, formando estese foreste e diventando il principale prodotto di esportazione del Mozambico.
Il suo areale si spinge poco oltre i limiti del tropico, ovunque le minime medie non scendano sotto i sedici gradi centigradi, infatti non tollera il gelo, mentre è molto resistente alla siccità.
Nel 2019, nel mondo sono state prodotte quattro milioni di tonnellate di anacardi, con India e Costa d’Avorio in testa alla classifica.
In Europa, in genere, gli anacardi vengono commercializzati tostati, ma nelle erboristerie e nei negozi di prodotti naturali si possono trovare anche crudi. E proprio come le noci, le mandorle, i pinoli, i pistacchi, le nocciole, le noci di macadamia, le noci pecan e così via, si possono mangiare da soli o come parte di una ricetta, sia come ingredienti principali – soprattutto nella pasticceria e in cioccolateria – che come aggiunta ad arrosti di carne, insalate miste, e ricette vegane. Ad esempio, ammollando gli anacardi per trenta minuti in acqua calda e quindi frullandoli, si ottiene un composto cremoso e corposo simile alla panna. Basta aggiungere dei funghi porcini, dei piselli, della polpa di zucca, o del cavolo nero per ottenere un sugo originale e gustoso.
La cucina thailandese e quella cinese ne fanno largo uso, così come quella crudista e vegana. Basti pensare al pollo con anacardi, al pad thai o alle zuppe. In Italia invece è più facile trovarli come ingrediente in ricette dolci, nei muesli e barrette proteiche.
Da questi semi è possibile anche estrarre un grasso per condimento pressoché sconosciuto in Italia, ma piuttosto diffuso in America del Sud. Assomiglia all’olio di mandorle, è di colore giallo scuro, e viene utilizzato per cucinare o come condimento per l’insalata.
Nonostante siano decisamente ipercalorici, gli anacardi sono ritenuti alimenti di pregio grazie alla concentrazione di lipidi buoni, che rappresenta circa il 49 per cento del peso complessivo; contengono anche il 35 per cento di proteine e il 16 per cento di glucidi. Abbondano le fibre, mentre il colesterolo è del tutto assente, così come il lattosio e il glutine. Ricchi di vitamine del gruppo B e di vitamina K, contengono anche sali minerali come magnesio, fosforo, potassio, zinco e selenio.
Nella dieta mediterranea, gli anacardi hanno un ruolo marginale dato che la percentuale di grassi viene coperta dall’olio extravergine di oliva. Tuttavia, un consumo moderato, dai sette ai quindici grammi al giorno, può favorire la salute delle ossa grazie al magnesio, che aiuta anche a controllare il tono nervoso e muscolare combattendo, così, pressione alta, spasmi muscolari, emicrania, tensioni e affaticamento.
In cucina, grazie al loro sapore corposo ma dolce e neutro, si prestano a preparazioni dolci e salate, e anche al naturale possono essere arricchiti per uno snack insolito o per la preparazione di salse.
