“La storia in piazza” è il festival che porta la storia fuori dall’ambito accademico per incontrare il pubblico e dialogare su temi del presente. Giunto alla sua quattordicesima edizione, l’evento si terrà presso il Palazzo Ducale di Genova dal 27 al 30 marzo con il titolo “Le piazze della storia”. I curatori Carlotta Sorba e Emmanuel Betta hanno messo a punto un ricco cartellone di incontri con oltre settanta ospiti per parlare del ruolo che la piazza ha avuto nel tempo, dall’antica agorà fino al presente, toccando anche i social e le piazze virtuali contemporanee.
Tantissimi gli argomenti che delineano un percorso di approfondimento per ragionare sullo spazio pubblico. Nelle parole dei curatori «Le piazze sono tante cose, sono soprattutto i luoghi per eccellenza dell’esperienza e della vita collettiva, in cui uomini e donne, in Europa e nel mondo, hanno dato luogo alle attività e alle pratiche più varie. Lì hanno legittimato e celebrato il potere, hanno preso la parola per contestarlo o sovvertirlo, per rivendicare pane, diritti, giustizia; hanno fatto circolare notizie vere e false, messaggi, segreti, maldicenze; si sono ritrovati a pregare oppure a festeggiare».

Le piazze sono anche luoghi di creazione dell’immaginario collettivo, sono i luoghi che ospitavano i manifesti dei film negli anni Cinquanta, l’epoca d’oro del cinema italiano e delle maggiorate. Sophia Loren, Silvana Mangano, Silvana Pampanini e Gina Lollobrigida, per citare le più note, troneggiavano nello spazio pubblico, alimentando fantasie e desideri nella popolazione, che per la prima volta era chiamata a concentrare la propria attenzione sulle dive.
Che ruolo avevano questi manifesti nelle piazze? «Bisogna considerare prima di tutto che il cinema aveva una centralità culturale che non ha più – spiega Federico Vitella, storico del cinema all’Università di Messina e autore del libro “Maggiorate. Divismo e celebrità nella nuova Italia” edito da Il Mulino –. Basta pensare che il 1955 è stato l’anno con più biglietti venduti, per un totale di ottocentoventi milioni: dagli anni Novanta siamo sotto gli ottanta milioni! Dunque, il cinema era al centro dell’industria culturale e si stampavano migliaia e migliaia di manifesti. Quelli con le maggiorate segnano un grosso cambiamento nella comunicazione perché iniziano a essere sessualizzati. Fino ad allora i manifesti riproducevano la scena più importante del film, da quel momento diventano meno narrativi e più rappresentativi, ritraendo la protagonista femminile in modo ammiccante.
Per esempio quello di “Riso amaro” ritrae Silvana Mangano come sexy mondina, disegnata a colori in un contesto in bianco e nero. Più precisamente, era in versione scosciata a dimensioni statuarie, su cartelloni di due metri per tre. Sfruttando la necessità del ruolo di mondina e il suo look, i produttori superavano la censura e si immetteva nel sistema un tasso erotico che prima non c’era. Cosa succede? Scatta una vera e propria guerra dei manifesti, dove la censura si trova in mezzo tra i produttori cinematografici, che vogliono una maggiore sessualizzazione, e i gruppi di pressione di area cattolica che spingono verso la moralità».

Solitamente non si parla di pornografia in relazione a quei film, ma stando alle ricerche di Vitella – che terrà la sua conferenza “Il trionfo del corpo delle “maggiorate”, ovvero appunti sulla sessualizzazione dello spazio pubblico” il 30 marzo alle 11:00 –, questa parola era già in uso negli anni Cinquanta per descrivere il cinema delle maggiorate. Che erano al centro della vita delle persone: comparivano sulle copertine dei rotocalchi, presenziavano a eventi pubblici e addirittura incontravano capi di stato, esportando un modello nuovo del Made in Italy.
E dominavano, appunto, gli spazi pubblici. «Nel 1950 per esempio un prete della provincia di Verona, don Gatti, chiese ai carabinieri di rimuovere uno di questi manifesti, ma la richiesta non venne considerata perché l’affissione era stata autorizzata. Don Gatti allora distrugge personalmente il cartellone dicendo di essere mosso da necessità: i giovani parrocchiani in confessionale gli raccontavano di masturbarsi pensando alla giovane donna ritratta su quel manifesto. Nel 1957 il papa Pio XII denunciò come intollerabile la presenza di quei manifesti a Roma, la città santa!», continua Vitella.

Insieme all’industria cinematografica anche quella pubblicitaria è al culmine e la produzione di questi manifesti di grande impatto sociale non avrà più eguali. Non solo, «sono manifesti pittorici, dunque è una trasfigurazione realizzata da un artista del corpo femminile, idealizzato e meno pesante, nella resa finale, di una foto». Ma l’impatto sulla società era fortissimo: «Giulio Andreotti ci ha lasciato le penne», racconta Vitella, «quando era sottosegretario allo spettacolo, in una lotta con il Ministro degli Interni. Andreotti, pragmatico e più liberale, capiva che il cinema significava tanti soldi per lo Stato e se mostrare una gamba serviva a portare la gente nelle sale… beh, che ne mostrassero anche due! Vinse la linea più dura della DC e lui venne defenestrato. Ma aveva capito bene l’impatto economico… con i soldi delle tasse sui biglietti è stata fatta l’autostrada del sole!».
Le piazze sono anche quelle della musica, e Franco Fabbri, musicologo, cantante e chitarrista, ne parlerà il 27 marzo alle ore 21:00 in un incontro dal titolo “Rockando la storia. Cinquant’anni di musica in piazza”. Il suo intervento sarà un viaggio nella musica parlato e suonato, per raccontare le piazze come luoghi d’elezione di concerti legati all’azione politica, in particolare alle manifestazioni sindacali e studentesche degli anni Sessanta e Settanta.

«Quel tipo di musica ha ancora interesse perché racconta di epoche precedenti in cui le canzoni narravano fatti di cronaca, storie vere. La figura del cantastorie serviva a portare l’informazione fuori dalle città, nel mondo contadino. Poi si lega invece a fenomeni urbani: il “Cantacronache” nasce a Torino nel 1958 e aveva un obiettivo: evadere dall’evasione, quella dominante alla radio e al Festival di Sanremo. Addirittura Zavattini negli anni Cinquanta scrisse una lettera al direttore della rivista “Cinema Nuovo” in cui proponeva di fondare un festival della canzone neorealista. Non succederà, ma Zavattini pose una questione interessante: perché il cinema italiano è il luogo del realismo, con tanto di corrente neorealista di grande prestigio, e la canzone no? La risposta è semplice: nel cinema dell’epoca esisteva la concorrenza perché c’erano diversi produttori e anche un film come “Roma città aperta” un produttore lo trovava. Nella musica invece c’era il monopolio assoluto della Rai con la sua famigerata commissione di ascolto che censurava le canzoni», spiega il musicologo.
Gli esempi in altri luoghi erano moltissimi, a cominciare da Bob Dylan e Woody Guthrie e anche in Italia le cose cominciano a cambiare. «Con il mio gruppo, gli “Stormi Six” – continua Fabbri – . A un certo punto ci siamo accorti di avere una funzione quasi obbligata, di fare informazione con forma e linguaggio diversi, cioè con le canzoni. Naturalmente siamo stati bersaglio della censura e le nostre canzoni hanno fatto parte di quelle che venivano catalogate nella discoteca Rai con la postilla “previo colloquio con la direzione generale”, passo prima della censura totale, ma di fatto mai trasmesse in radio».
Poi le cose cambiarono perché arrivarono le radio libere: trasmisero i dischi proibiti e costrinsero indirettamente la Rai ad abolire la commissione. Si parlerà, a Genova, anche delle canzoni che narrano la storia: «Parlerò di “The Band”, il gruppo che suonava con Dylan subito dopo “Newport”, che fa una canzone scritta da Robbie Robertson su un episodio della storia degli Stati Uniti del 1865: è “The Night They Drove Old Dixie Down”, per me molto importante perché mostra come fare canzoni di quel tipo nel rock, e non solo nel folk revival. Il mondo angloamericano abbonda di esempi di questo tipo, ma c’è un personaggio molto importante del folk revival inglese: Ewan McColl, che ha collaborato anche con Roberto Leydi e che ha influenzato moltissimo Moni Ovadia, che parte da lì, dalle canzoni sul lavoro inglesi, e noi, a nostra volta, grazie all’amicizia con Moni.
La nostra canzone più nota è “Stalingrado”, ma non la farò a Genova, per lasciare spazio invece a “Pontelandolfo”, una storia di brigantaggio nella provincia di Benevento, una rappresaglia tremenda di cui si parla ancora». E se la piazza diventa virtuale, come quella dei social, cosa succede? «Faccio fatica a rispondere a questa domanda, sicuramente è una buona metafora quella della piazza virtuale applicata ai social, ma il contatto fisico nelle esperienze di piazza era fondamentale. E poi c’è un altro fatto: i social sono il luogo di diffusione delle fake news, mentre le piazze, o meglio, i concerti nelle piazze avevano lo scopo di raccontare i fatti, di fare controinformazione.
C’è una strofa di una nostra canzone (“La manifestazione”) che dice «Stamattina quando ho letto sul giornale, non capivo, mi sembrava un’altra storia”, che fa un po’ eco a uno degli slogan più in voga al tempo nelle manifestazioni studentesche che diceva “Notte bugiarda”. Era un riferimento al quotidiano pomeridiano “La Notte”, conservatore, di destra, che pubblicava cronache delle manifestazioni in cui i partecipanti non potevano in nessun modo riconoscersi. Le nostre canzoni avevano la funzione di raccontare quello che succedeva e che era successo. Andavamo veramente ovunque, in tutta Italia, e il fatto di venire da Milano, dove erano successi fatti gravi come Piazza Fontana per esempio, ci dava un’autorità enorme».