
Far diffondere il virus dell’aviaria per poter identificare gli esemplari immuni e preservarli. Questa è l’idea recentemente presentata dal segretario alla Salute dell’amministrazione di Donald Trump, Robert Kennedy Jr., in risposta all’epidemia di influenza aviaria che negli Stati Uniti sta causando un importante aumento dei prezzi delle uova: secondo il Bureau of Labor Statistics, principale agenzia d’indagine del governo statunitense, il prezzo medio per dozzina era di circa 4,10 dollari alla fine del 2024, il doppio rispetto al mese di agosto del 2023.
La proposta antiscientifica di Kennedy Jr. è stata ampiamente dibattuta e criticata, soprattutto dagli scienziati, che in coro hanno definito disastroso l’esperimento statunitense. Benché ci si auguri che dietro le dichiarazioni di un segretario di Stato vi sia competenza, in realtà Kennedy è noto per le sue posizioni antiscientifiche. Infatti, oltre a essere uno dei principali esponenti del movimento no-vax americano, è anche sostenitore di diverse teorie del complotto.
Invece di abbattere gli uccelli una volta scoperta l’aviaria, Kennedy Jr. suggerisce agli agricoltori di «considerare l’idea di lasciare che l’infezione circoli attraverso il gregge, così da identificare gli uccelli e preservare quelli che sono immuni». Gli esperti del contenimento dell’influenza aviaria hanno affermato che questa «strategia non strategia» sarebbe disumana e pericolosa, anche dal punto di vista economico.
Inoltre, gli esperti affermano che polli e tacchini non hanno i geni necessari per resistere al virus, il che rende inattuabile la strategia proposta dal segretario alla Salute per raggiungere l’immunità. Le preoccupazioni sulla gestione dell’epidemia sono cresciute nel momento in cui anche la segretaria all’Agricoltura, Brooke Rollins, ha manifestato apertura verso la malsana idea di Kennedy Jr.
Solo negli Usa, da aprile 2024 ci sono stati 336 focolai in allevamenti commerciali di pollame e in 207 allevamenti domestici, con un totale di circa 90 milioni di uccelli contagiati. Sono invece 989 gli allevamenti di bovini da latte colpiti per la prima volta dall’influenza aviaria in 17 Stati. In più, sono stati contagiati circa una settantina di esseri umani, quasi tutti lavoratori del settore, anche se non sono emerse trasmissioni della malattia da persona a persona. L’influenza aviaria ha colpito 168 milioni capi di pollame negli Stati Uniti e si è diffusa anche in animali come gatti, ratti e tigri.
In un’intervista pubblicata nel gennaio 2025 su Linkiesta, la virologa Ilaria Capua ha spiegato che il virus H5N1 – responsabile dell’aviaria ed emerso la prima volta nel 1997 – ha cambiato faccia diverse volte. A causa di inefficienti politiche di contenimento del contagio, si sono verificati numerosi “spillover”, ossia i salti di specie che hanno favorito le mutazioni del virus. Ecco perché, nel tempo, l’H5N1 ha contagiato altre specie animali, compreso l’essere umano. Più infezioni si verificano, più il virus ha la possibilità di evolversi in modo imprevedibile, e nulla esclude che prima o poi possa raggiungere una forma più virulenta. Viene da sé che un gran numero di uccelli infetti ha il potenziale di trasmettere maggiori quantità di virus e di esporre lavoratori agricoli e altri animali a gravi rischi.
Se lasciare che il virus si diffonda non è una soluzione, la comunità scientifica internazionale condivide diverse strategie per contenere l’aviaria. Al momento, la via più praticata ed efficace è quella dell’abbattimento, nonostante si tratti di una pratica non priva di rischi. Come affermato da Emily Hilliard, vice addetta stampa del dipartimento Usa alla Salute, «l’abbattimento mette le persone al massimo rischio di esposizione, motivo per cui il segretario Kennedy vuole limitare questa attività».
Inoltre, le misure di biosicurezza sono importantissime per prevenire la diffusione dell’influenza aviaria nel pollame. Si tratta di un’opzione per cui sono stati stanziati cinquecento milioni di dollari, secondo quanto dichiarato da Rollins nel suo piano in cinque punti per contrastare l’aumento dei prezzi delle uova pubblicato sul Wall Street Journal. Tuttavia, si tratta di una soluzione a lungo termine: oggi serve una strategia più stringente.
Le altre misure menzionate nel piano includono cento milioni per la ricerca sui vaccini contro l’influenza aviaria. I fondi stanziati, a quanto pare, daranno priorità alla ricerca sull’influenza aviaria e ai piani di biosicurezza. Il pollame negli allevamenti esterni è particolarmente esposto al contagio, ma in quelli interni c’è un rischio maggiore di diffusione poiché il sistema immunitario è indebolito e sottoposto a un grande stress ambientale, soprattutto se gli animali sono costretti in gabbie o stalle con scarsa ventilazione. In queste condizioni il virus si diffonde più rapidamente, arrivando potenzialmente a contagiare fino a un terzo delle specie presenti nell’arco di una giornata.
Al momento la prassi comune per gli allevatori di pollame prevede di chiamare le autorità non appena emergono i sintomi della malattia o la morte improvvisa. Se i test sono positivi al virus H5N1, i lavoratori vengono rimborsati per l’abbattimento del resto degli animali prima che il virus si diffonda (una pratica nota come “depopolamento”). Uno dei motivi per cui si suggerisce l’abbattimento riguarda il benessere degli animali, poiché, se lasciati morire a causa del virus, in molti casi soffrirebbero pene più crudeli.
L’unica possibilità per debellare il virus, o contenerlo il più possibile, è effettivamente continuare ad abbattere i capi infetti e puntare alla biosicurezza, investendo il più possibile nella ricerca di un vaccino (oggi non esistono vaccini approvati). Il dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (Usda) ha recentemente annunciato un finanziamento significativo – fino a cento milioni di dollari – per esplorare prevenzione, terapia, ricerca e potenziali vaccini. I progetti selezionati avranno lo scopo di identificare e promuovere soluzioni innovative per combattere l’influenza aviaria altamente patogena (Hpai).
Nel frattempo, alcuni studi hanno rilevato una maggiore patogenicità del ceppo bovino, aumentando le preoccupazioni riguardo al potenziale evolutivo del virus. Un altro paper ha esaminato due farmaci utilizzati contro l’influenza aviaria: uno di questi si è dimostrato più efficace nel ridurre la presenza del virus e migliorare la sopravvivenza nei test su animali esposti all’H5N1 attraverso il latte infetto.
Il virus H5N1 e le sue evoluzioni dovrebbe farci ricordare che le malattie zoonotiche non riguardano solo il mondo animale, ma sono indissolubilmente legate a dinamiche globali che vanno dal commercio di specie selvatiche all’utilizzo di allevamenti intensivi, fino ai cambiamenti climatici. In tal senso è utile ricordare il paradigma “One Health”, secondo cui la salute umana, animale e ambientale sono inscindibili e vanno tutelate insieme. Non è solo una questione scientifica, ma una sfida politica e mondiale: serve un cambio di rotta nella gestione della salute pubblica che metta al centro la protezione della biodiversità e la riduzione dell’impatto umano sugli ecosistemi.