«L’unico uomo di potere di bell’aspetto è George Clooney, gli uomini di potere perlopiù sono dei cessi: una donna non potrebbe mai avere il loro aspetto e avere il loro successo». La prima parte è vera, la seconda no, e nella dissociazione tra la prima e la seconda parte di questa frase sta, temo, il problema.
La frase la dice Ellen Pompeo, che non è una grande attrice ma è una donna abbastanza sveglia da, quando riuscì a farsi dare molti più soldi per il ruolo di Meredith Grey in “Grey’s Anatomy”, dire l’indicibile verità che le donne devono imparare a chiedere i soldi, invece di fare le signore e poi lamentarsi se le aziende non insistono per dar loro l’aumento.
La dice in un video pubblicato sull’Instagram della rivista InStyle, giacché le riviste non pensano più a produrre materiale buono per le lettrici che ancora si ostinano a comprarle, ma a produrre video irresistibili che non arricchiranno gli editori bensì Mark Zuckerberg e gli altri fantastiliardari dei cuoricini. Poi su questa cosa ci torniamo, ché devo dirvi di quello che non è il mio articolo più letto ma quello più cuoricinato da coloro che passano da Instagram.
Nel video Ellen Pompeo è ovviamente splendida splendente come mi aspetto sia un’attrice (cioè: una il cui mestiere è la sua immagine da prima che i telefoni avessero le telecamere e l’immagine divenisse il mestiere di quasi tutti). Ha un abbigliamento da “La mia Africa” se nella savana ci fossero state stiratrici da set fotografico, ha capelli con colpi di sole di quelli che il più costoso parrucchiere californiano ci mette minimo quattro ore a ritoccarti ogni minimo tre settimane.
La predica sulla fissazione delle donne con l’aspetto ha senso, il pulpito non è dei più credibili. D’altra parte la rivoluzione non la fa chi la dovrebbe fare, di certo non possiamo aspettarci che la faccia Meredith Grey. E non so neanche bene che rivoluzione si possa fare, se persino io, che sono la donna meno interessata al proprio aspetto ch’io conosca, mi sottopongo alla fatica di ritoccarmi la tinta perché so che c’è un limite ai dettagli sciabattanti che sono concessi a una donna prima che i negozi la scambino per una barbona e s’insospettiscano quando entra: se voglio stare comoda in Crocs, invece di accollarmi la fatica dei tacchi, non posso avere anche la ricrescita bianca.
Tempo fa parlavo con un’amica dell’ipotesi di tenere i capelli corti e bianchi: lunghi e bianchi fanno davvero troppo Maga Magò, ma corti bianchi sono piuttosto sciccosi. Io però non posso perché non li ho tutti bianchi, dovrei comunque tingerli per dargli una qualche uniformità pure da bianchi: che brutta fatica. Lei potrebbe perché li ha tutti bianchi, ma ha anche lei chiara la scala dell’accettabilità: taglio corto bianco significa che non puoi uscire struccata, che non puoi uscire senza orecchini.
È, come ogni scelta della vita, uno studio del bilanciamento di entrate e uscite. Meglio perdere due ore al mese a tingersi, o sapere che non potrai mai uscire di casa di corsa perché ti servono ogni volta venti minuti per renderti presentabile, a compensazione dei capelli selvatici? E, tornando a Ellen: perché gli uomini no?
Per la stessa ragione per cui le donne non lavorano sulle impalcature: perché tra le cose sedimentate in migliaia di anni di civiltà occidentale ci sono quelle di cui siamo liete di approfittarci (i lavori pericolosi li fanno gli uomini), e quelle che sono delle gran fregature. Se svacchi e sei Gary Oldman, sei un figo pazzesco. L’avete visto Oldman che ride con le lacrime perché gli autori di Colbert hanno montato vari pezzi di film con sopra le scoregge che caratterizzano il suo personaggio in “Slow Horses”? La parità sarà raggiunta il giorno in cui un’attrice potrà prestarsi a una gag del genere e restare comunque un sex symbol. Per ora, se svacchi e sei una donna, sei Alda Merini (Alda Merini è l’esempio più fatto da chi rimira l’ordine dei miei appartamenti: e ancora non ho iniziato a tenermi i capelli bianchi).
L’altro giorno ho visto il filmato d’un’ospite che arrivava nello studio del programma d’un tizio che conosco. Il tizio non è un uomo particolarmente alto. La tizia ospite aveva delle scarpe di quelle con sotto un rialzo orrendo (tecnicamente: platform), e tacchi spropositati di quelli che approfittano del rialzo per poter essere assai più alti del normale.
Una volta quelle scarpe lì le mettevano solo le mignotte e le Spice Girls. Ricordo perfettamente – eravamo trentenni e pensavamo che la moda fosse la cosa più importante del mondo – quando iniziarono a farle anche gli stilisti che ci erano fin lì sembrati sofisticati (Christian Louboutin, sto parlando con te), e ricordo l’amica che mi disse seria: eh ma ti cambiano tutte le proporzioni del corpo.
Non è vero, ovviamente, perché pensare che l’occhio umano, se lo inganna la prospettiva del Borromini, lo possa truffare anche una scarpa col rialzo, e che se domani io mi allungo caracollando su rialzi di venti centimetri allora chi mi vede penserà che nella notte io sia diventata alta e magra, invece di pensare «poverina, come soffre», significa non aver capito granché né del Borromini né delle relazioni tra esseri umani.
Ma dell’ospite che caracolla su rialzi da circo pensando che guardandola diremo «ah, ma allora non è bassa» non m’interessa la sua capacità di raccontarsela (che è quanto di più importante abbia in dotazione ogni essere umano), ma il suo obiettivo: sembrare una con un altro corpo.
Ellen Pompeo sta quattro ore dal parrucchiere (la mia idea di inferno) perché vuole sembrare una con altri capelli. Le femministe militanti della body positivity fanno i video su Instagram con filtri che le rendono irriconoscibili se le incontri dal vivo perché vogliono sembrare donne con un altro girovita. La tizia ospite in tv rischia di slogarsi qualunque articolazione a ogni passo perché vuole sembrare una con altre gambe. Capisco che è un tema complicato da affrontare, considerato che gli inserzionisti dell’editoria femminile sono le industrie cosmetiche, il cui scopo precipuo è venderti prodotti che ti facciano sembrare un’altra, però forse bisognerebbe parlarne.
Solo che dei corpi non si può parlare perché, persino più che su altri temi, si procede per slogan e schieramenti. Tra quelli che segnalano un mio articolo, il post su Instagram che ha più cuoricini è quello del giorno in cui ho raccontato che nessuno più dice di voler dimagrire, usano tutti parole a caso come wellness e biohacking, e che le pubblicità t’illudono di poter cambiare corpo in sette minuti.
L’articolo non è il più letto tra i miei (ha suppergiù un terzo delle visualizzazioni del mio articolo più letto), in compenso il post con cui Linkiesta ne ha messi tre paragrafi su Instagram – gli unici tre paragrafi letti, ammesso che non si siano limitati al titolo fotografato – ha ricevuto dai passanti, nel momento in cui scrivo queste righe, diecimilatrecentottantasette cuoricini. Per fare una proporzione: i post che segnalano miei articoli hanno normalmente tra i cinquanta e i cento cuoricini.
Non so quale sia l’intersezione tra i diecimila e spicci che hanno cuoricinato e le persone che hanno effettivamente letto l’articolo, e quindi non so se il fatto che i trecentoquarantasei commenti all’articolo su Instagram si dividano tra vari sottinsiemi d’incomprensione del testo dipenda dal fatto che la gente di Instagram commenta roba che non ha letto, o dal fatto che la gente che s’appassiona al tema del corpo non capisca ciò che legge.
Certo, posso ipotizzare che i personal trainer che mi dicono che deliro a pensare che la gente voglia essere magra, essendo io ignara che c’è una grave epidemia di obesità, vogliano vendere le loro lezioni. Posso indovinare che coloro che mi vengono a dire che io sono evidentemente troppo una vescica di lardo per avere una vita sessuale vivano in un mondo parallelo, un universo in cui si accoppiano solo i belli e si stia quindi comodi sul pianeta invece che essere otto miliardi causa copule riproduttive di qualunque cesso. Posso divertirmi alle accuse d’essere diseducativa, o ignorante, o prescrittiva, o assassina dei vecchi che – per colpa mia che irrido i personal trainer – diverranno tutti artritici.
Ma resta il tema, che unisce Brocco81 che ci tiene a dirci che «tu la palestra non me la tocchi capitoooo» e Ellen Pompeo che si prepara quattr’ore per essere esteticamente presentabile a una telecamera alla quale intende dire che dobbiamo smetterla con la dittatura dell’estetica. Resta il tema che è irrisolvibile, perché attiene al fatto che la vita è iniqua.
Che se sei Jane Birkin sei figa anche se neppure ti pettini, e se sei Kim Kardashian ti servono due ore di preparazione. Ma, se sei donna, uscire senza pettinarti e non ricevere l’elemosina dai passanti è una cosa che puoi fare solo se sei Jane Birkin, e se nei posti ti ci porta l’autista. O se sei una donna di potere, giacché Pompeo mente: certo che puoi fottertene d’essere piacente, se hai abbastanza potere personale per farlo. Se invece sei in balìa di chiunque nei commenti di Instagram ti scriva «brutta cessa», ecco, allora è meglio se ti presenti dopo quattro ore di parrucchiere.
È difficile spiegare a Brocco81 che quello del corpo non è un tema alla portata d’uno con la laurea in ginnastica, perché è un tema di genere sessuale e di classe sociale, di antropologia e di sociologia, di filosofia e di letteratura. È difficile spiegare, se non hai capito già – però sarebbe ora che l’argomento lo si affrontasse, lontano da Instagram, tra alfabetizzati.