In qualche modo c’è da ringraziare il corleonese della Casa Bianca, perché fin qui Donald Trump ha spiegato che cosa vuole fare, e che cosa vuole disfare, in modo chiaro, senza lingua biforcuta e con un vocabolario da scuole medie, svegliando così le classi dirigenti europee e occidentali sulle sue reali intenzioni da capo mandamento che si vuole spartire il mondo con Vladimir Putin e Xi Jinping (non capendo che quelli se lo mangeranno in un solo boccone, ma questo è un altro discorso). Lo si è visto anche ieri, alla Casa Bianca, quando lui e il suo picciotto J.D. Vance hanno provato a estorcere il pizzo a Volodymyr Zelensky con metodi camorristi e davanti ai media americani.
L’Economist dà a Trump apertamente di mafioso in copertina, “The Don”, altro che “The Donald”; Martin Wolf che è il più autorevole commentatore economico scrive sul Financial Times che «ora gli Stati Uniti sono nemici dell’Occidente»; Thomas Friedman che è il decano degli editorialisti di politica estera scrive sul New York Times che l’America oggi è guidata da un «allocco manovrato da Putin» e da «un padrino della mafia».
I leader europei con un minimo di sale in zucca, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz, Donald Tusk, Mette Frederiksen, oltre ai leader baltici e al canadese Justin Trudeau, finalmente cominciano ad adoperarsi per costruire una difesa europea comune, una nuova alleanza atlantica alternativa alla Nato e una coalizione di volenterosi per affrontare ora, subito, il tradimento degli americani.
Insomma, a causa di Trump ma anche grazie al suo modo di fare mafioso, il resto dell’Occidente si mobilita per difendere l’Europa, l’Ucraina e il mondo libero.
Perfino un antiamericano tradizionale come Michele Serra è rimasto basito dall’antiamericanismo del presidente degli Stati Uniti, già prima della piazzata di ieri alla Casa Bianca, tanto da lanciare dalle colonne di Repubblica l’idea di «una piazza per l’Europa». Ci saremo, ovviamente, come ci siamo da tre anni, per la verità abbastanza solitari, in tutte le piazze per l’Ucraina e per la Georgia, i due paesi che non hanno avuto bisogno che arrivasse il manigoldo di Mar-a-Lago per capire che era necessario scendere in piazza a difendere l’Europa e la società aperta dall’imperialismo russo.
Serra propone di scendere in piazza senza vessilli di partito, solo con le bandiere europee, ma è una sottolineatura abbastanza inutile perché in realtà sono i partiti italiani che non vorranno farsi vedere in quella piazza.
Due tra i principali partiti italiani, uno al governo e uno all’opposizione, i protagonisti della famigerata stagione gialloverde, sono orgogliosamente filorussi, e antieuropei (oltre che antiucraini). Altri due partiti di governo, Fratelli d’Italia e Forza Italia, fino all’altro ieri salutavano con commozione la grande statura del boss del Cremlino, mentre oggi si trovano improvvisamente intrappolati tra gli ukase anti europei di Trump e una postura europeista vuota e di maniera.
La sinistra radicale è in mano agli utili idioti di Putin, i quali non se ne rendono nemmeno conto. Il Partito democratico, per inadeguatezza della sua classe dirigente e per sottomissione al populismo grillino, fa ogni giorno un passo avanti verso la resa a Putin, al punto che la relazione scritta della segretaria Elly Schlein di giovedì è arrivata ad accusare l’Europa di volere la guerra (espressione poi ipocritamente rettificata a braccio con una bugia altrettanto oscena: «L’Europa non ha fatto abbastanza per la pace»). Il centro, parlandone da vivo, sull’Ucraina ha le posizioni poco lucide di un Matteo Renzi che pare sia rimasto fermo al 2014, quando le ricette europee sull’Ucraina fallirono miseramente, e quelle al momento perfette di Carlo Calenda: assieme a Pina Picierno e a pochissimi altri del Pd, Calenda è uno dei quattro o cinque che in Italia ha capito che cosa sta succedendo in Europa, ma va anche ricordato che il leader di Azione è arrivato alla piena consapevolezza del pericolo in ritardo, dopo aver votato a Bruxelles, da solo, contro le prime sanzioni a Mosca e dopo aver bacchettato la Polonia perché tre anni fa il governo polacco diceva quello che oggi dice lui.
Il quadro è penoso. Più che di una piazza europea, avremmo bisogno di una pazza o di un pazzo europei, parafrasando la famosa richiesta di Mario Ferrara («date un matto ai liberali»), di qualcuno capace di affrontare sul serio il tradimento americano e di guidare l’Italia fuori da questo spettacolo indegno che offre la politica, mentre appunto l’Europa che conta e che ragiona si sta mobilitando, e noi stiamo a guardare.
Siamo invece prigionieri di Giorgia Meloni e di Elly Schlein, le leader di maggioranza e opposizione che pur guidando due partiti che fin qui hanno sostenuto l’Ucraina, e quindi l’Europa, si tirano indietro proprio ora che sia l’Ucraina sia l’Europa hanno bisogno più che mai di volontà politica e di unità di intenti.
Europa e Ucraina sono entrambe minacciate esistenzialmente dal cartello Trump-Putin, i firmatari del patto Molotov-Ribbentrop del XXI secolo, ma Meloni e Schlein si fanno venire dubbi, frenano, provano a nascondere il loro imbarazzo politico dietro l’amicizia con Trump e Musk (Meloni) e il «né con Trump né con l’Europa che vuole la guerra» (Schlein).
Meloni è incastrata dentro il richiamo della foresta autoritaria, Schlein è imbambolata dalle sirene anticapitaliste e dalle manovrette di bassa politica per tenere in piedi la coalizione con i trumputiniani di Conte. L’Italia è sul punto di cedere, e per questo l’interesse nazionale italiano oggi è affidato alle cure di Francia, Germania e Gran Bretagna, che a questo punto speriamo che partecipino con tutte le loro bandiere spiegate alla piazza per l’Europa invocata da Michele Serra. Do something!