Signor Carlo, e signori della corte Reato di cena non consegnata, e altre meraviglie della giustizia italiana

Quando vedo che l’Internet se la prende con Meloni perché querela chi la insulta, mi vengono in mente quella volta che non mi portarono il sushi e finii in tribunale, e il mistero sui criteri usati dai pubblici ministeri per decidere cosa archiviare e cosa ritenere degno d’udienza

Pexels

È il 6 agosto del 2014, la mia casella di posta dice che sono le nove meno un quarto di sera, e i casi sono due: o mi annoio, o devo consegnare qualcosa che non mi va di scrivere. In entrambi i casi, oggi andrei su Twitter (o come si chiama ora) a insultare qualcuno. Invece apro la posta e scrivo a un ristorante di sushi che due mesi prima mi ha lasciata digiuna.

«Gentile (almeno spero sia gentile: qualche qualità, per compensare cialtroneria e disonestà, dovrà pur averla) signor Carlo, sono quasi due mesi – dal 14 giugno, sera in cui mi avete tenuta al telefono per un’ora e mezza giurando che era in arrivo la mia consegna, consegna incidentalmente destinata a un indirizzo che si trova a cinque minuti a piedi dal vostro negozio – che aspetto che mi rimborsiate i 54 euro e 90 che, con un grado minimo di civiltà e sapienza commerciale, avreste dovuto stornare la sera stessa profondendovi comunque in scuse. Nella conversazione telefonica seguita alla mail che allego, lei mi ha parlato di un misterioso *commercialista* che avrebbe dovuto chiamarmi (per lo storno di una transazione per un servizio mai fornito pagato con carta di credito, certo; immagino che, se brucia la cena, faccia intervenire i pompieri). Capisco che, da un’azienda (per così definirla) il cui core business è consegnare pasti e che non è in grado di portare a termine un compito non certo complesso quale, appunto, la consegna di un pasto, non ci si possa aspettare che un congruo tasso di cialtroneria […]».

Vi vedo che vi state concentrando su «core business», e in effetti anch’io non mi capacito del mio lessico, ma insomma: un ristorante di sushi vicino casa non mi consegna la cena, un tizio mi scrive firmandosi «Carlo», io lo chiamo, mi dice che il rimborso deve farlo il commercialista, il rimborso non arriva mai, io gli scrivo una mail d’insoddisfazione (le mail d’insoddisfazione sono il mio genere letterario preferito tra quelli da me praticati, spero che quando morirò le rilegheranno nel Meridiano che meritano).

Il 19 agosto il presunto commercialista mi risponde. Copio stralci. «Gent.ma Guia Soncini, La prego di scusarmi in [sic] nome del gruppo [omissis] per l’accaduto. C’è stato [sic] una defaillance. Può capitare ma cerchiamo sempre di migliorare. Se mi comunica le Sue coordinate bancarie in data odierna Le bonifico l’importo di euro 54,90. Su presentazione di questa e-mail presso il punto vendita di via [omissis] a Milano Lei ha diritto ad un controvalore di euro 50,00 per l’acquisto di prodotti [omissis]. Cordiali saluti [Omissis] Dottore Commercialista e Revisore Contabile».

Tutto è bene quel che finisce bene, diranno i miei piccoli lettori. Non sapevano fare uno storno su una carta di credito (chissà che costi di gestione amministrativa, se ogni volta dovevano farselo fare dal commercialista), ma mi bonificarono in effetti i miei soldi con soli tre mesi di ritardo, io non ci andai mai più e non mi dovettero neanche regalare cinquanta euro di pesce crudo. Finisce qui? Macché.

A novembre del 2015 vengo convocata in procura. Non mi possono dire perché. Mi portano lungo interminabili corridoi in una stanzetta, dove mi chiedono conferma della mia identità e, al mio cinquantesimo «ma si può sapere di che si tratta», mi chiedono di spegnere il telefono perché stanno per svelarmi cose segretissime che non potrebbero dirmi.

Lei conosce – e mi dicono un nome. No, mai sentito. Eh ma in effetti eravate seduti vicini giù quando aspettavate vi convocassimo e io ho capito che non vi eravate mai incontrati. E quindi? L’ha denunciata per ingiuria. Uno che non conosco? Lei conosce – e mi dice il nome dello spaccio di sushi inadempiente.

Certo – inveisco io, col languorino ancora rimastomi da un anno e mezzo prima che domanda giustizia – quegli stronzi non mi hanno consegnato la cena e neppure volevano ridarmi i soldi. Eh, annuisce lui con l’aria contrita di chi si trova davanti una criminale recidiva ma inconsapevole, ma lei l’ha diffamato (il signore che raccoglieva le mie generalità conosceva il codice penale persino meno di me). Ma in che senso.

Nel senso che lei ha scritto «Gentile Carlo», quindi lo voleva proprio insultare personalmente. Neanche m’incomodo a spiegargli che io veramente volevo citare la Tea Guerrazzi quando sale sul palco della Capannina di Forte dei marmi e insulta il suo amante e la sua gentile signora, «almeno spero sia gentile, perché sul “signora” ho i miei dubbi».

E poi ha scritto alla mail del ristorante, tutti potevano leggerla, quindi è diffamazione. Ora, voi leggete questa pagina e quindi potete immaginare cosa io abbia detto sulle mie tasse che pagavano i tribunali perché quelli si occupassero di cose serie e quelli invece di ridere in faccia a Carlo ferito dal mio mancato sushi mandavano avanti la sua denuncia. Il tizio mi disse che se qualcuno faceva denuncia era suo dovere raccoglierla.

Quando il mio avvocato – chiedendosi come gli fosse toccata la cliente più scema d’Italia, una che riusciva a farsi lasciar digiuna e pure processare per il reato di omessa cena – si presentò in tribunale alla prima udienza, era successa una delle uniche due cose che i governi di questo paese a forma di scarpa abbiano mai fatto per me. La prima era stata direi del secondo governo Prodi: l’abbattimento dell’aliquota fiscale sui diritti d’autore per chi aveva meno di trentacinque anni. La seconda l’aveva fatta Renzi poco dopo il mio sushi mancato: depenalizzazione dell’ingiuria. Quindi, non venni mandata in galera (e neppure multata) per aver detto al signor Carlo che era un cialtrone per non avermi rimborsato una cena che non mi aveva consegnato.

Tuttavia, allora come ieri, quando mi è passato davanti il video d’un comico che sarebbe stato rinviato a giudizio per aver invitato non so chi a sostituire gli insulti rivolti alla Meloni con roba tipo «peracottara» o «puzzona caccolosa» (vabbè), io mi faccio una domanda. E la domanda non è se non ci meritiamo comici che facciano ridere. E neppure se la Meloni non abbia di meglio da fare che continuare a fornire pretesti a tutti quelli che non vedono l’ora di darle della fascista (quella credo d’essermela già fatta, e comunque se la fanno tutti in continuazione).

La domanda è, visto che non si tratta di una richiesta di risarcimento civile (almeno credo: una cosa che ho capito in questi anni è che la gente dice «querela» per indicare anche ciò che querela non è), ma di un’azione penale, cioè di una cosa della quale un pubblico ministero deve decidere «sì, questa denuncia è fondata, portiamola in tribunale», la domanda è: ma ai pubblici ministeri non pare che i tribunali italiani siano già abbastanza affollati? Che i processi siano già troppo lenti?

Cioè, quando Carlo vi dice «Soncini mi ha detto cialtrone, processatela», quando Meloni vi dice «un comico m’ha detto peracottara, processatelo», a voi non viene in mente che il tutto vada archiviato? Nel caso di Meloni posso pensare valga sempre quella storia del volersi fare pubblicità da parte della magistratura, ma nel caso del mio sushi neppure quello.

Come funziona? Tirate a sorte cosa archiviare e cosa ritenere degno d’udienza? O, proprio come il maresciallo (o quel che era) che mi convocò in procura, il pubblico ministero medio ritiene che qualunque denuncia arrivi sulla sua scrivania sia suo dovere non archiviarla, per quanto insensata? Ci sono dei punti fragola per ogni denuncia portata in tribunale e si perdono dei punti fragola per ogni denuncia archiviata? Qualcuno che faccia giornalismo può per favore andare a intervistare un pubblico ministero e chiedere quali siano i criteri? Vorrei ordinare il prossimo sushi avendo chiari i miei diritti, e sono sicura che anche ai comici tutti farebbe piacere conoscere i loro. Grazie.

X