Un viaggio a Bordeaux è sempre un’immersione nel cuore pulsante della cultura enoica, un’esperienza che sa di grandi tradizioni, Châteaux storici e, ahimè, ombre che si allungano sul mercato del vino. Durante la mia ultima visita, ho avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con enologi e direttori di produzione di alcune delle tenute più rinomate della regione: Beychevelle, Lynch-Bages, Léoville-Las Cases. Tra un bicchiere e l’altro, è emerso un quadro piuttosto preoccupante.
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I vini che superano, en primeur, i 150 euro a bottiglia continuano a trovare acquirenti. Forse è il fascino dell’élite, o semplicemente una clientela capace di apprezzare (e permettersi) il meglio. Ma è tutto il resto, la fascia dei vini “normali” – che poi di normale a Bordeaux c’è gran poco – a essere in crisi profonda. Negli ultimi anni, accedere a certi Châteaux e acquistare direttamente lì era quasi impensabile. Oggi invece è fattibile, segno che le scorte e anche i vini di annate storiche non mancano. Per contro, la regione sta affrontando la necessità di estirpare vigneti in zone meno vocate, mantenendo intatte solo le aree più prestigiose. Attualmente, Bordeaux conta circa 110.000 ettari vitati, ma le previsioni indicano che fino a 20.000 ettari potrebbero essere espiantati nei prossimi anni, forse anche di più, soprattutto nelle zone meno blasonate. Si tratta di una riduzione significativa, che inevitabilmente influenzerà il panorama produttivo. Il problema principale non riguarda i grandi nomi, che mantengono vendite solide grazie a un’aura di esclusività, ma i produttori più piccoli e i vini di fascia media e medio bassa, che si trovano intrappolati in un mercato sempre più saturo e difficile.

La domanda che risuona è inevitabile: quanto durerà questa fase? Stiamo assistendo alla selezione naturale del mercato, un processo che potrebbe in fondo anche rivelarsi “positivo”. Forse la crisi farà emergere i veri estimatori del vino, liberandoci di coloro che vedevano queste bottiglie solo come un investimento finanziario, come oggetti di speculazione. E questo, in fondo, potrebbe riportare il vino dove merita di stare: nel calice, non nelle aste.
Certo, tutto ciò non avviene in un vuoto. I dazi americani hanno giocato un ruolo importante. Immaginate: un consumatore americano, già abituato a spendere per un ottimo Bordeaux, o per una grande bottiglia italiana, improvvisamente si trova ad affrontare rincari insormontabili. Alcuni hanno deciso di stringere i denti e continuare, altri invece si sono rivolti ad alternative locali o ad altre regioni vinicole meno colpite. Il risultato? Un mercato frammentato, dove chi è al top resiste e il resto soffre.
Sono indicative le parole di Fabian Schwarz, dell’azienda agricola La Màgia a Montalcino. «Ero a Seattle nel giorno in cui Trump ha vinto le elezioni, ho incontrato e lavorato con molti del settore che l’hanno votato seppur esprimendo la speranza che non applicasse dazi nel nostro comparto. Sono tornato negli Stati Uniti, in Texas questa volta, a tre mesi di distanza. La netta sensazione è che anche solo l’incertezza basti a influenzare sostanzialmente le scelte: la paura comprime gli investimenti, induce a una gestione imprenditoriale da “guerra commerciale” ancor prima che essa sia realtà. Contrariamente ad altri momenti storici in cui sono stati applicati dazi, gli importatori sembrano ritenere che anche fare front loading possa essere rischioso. La virulenza della politica globale che Trump minaccia di portare avanti è tale da creare una generalizzata incertezza del futuro. Spero di sbagliarmi».

E infatti, ci sono poi le prospettive future da considerare. Sarà la qualità a vincere, come sperano molti produttori? Oppure vedremo un ripensamento delle strategie di distribuzione, nuove politiche di prezzo, una maggiore apertura verso mercati emergenti? Quel che è certo è che il mondo del vino, non solo Bordeaux, si trova a un bivio. La crisi potrebbe portare a un rilancio su basi più solide, ma solo se ci sarà il coraggio di affrontare i nodi irrisolti.
Nel frattempo, le altre zone vinicole osservano attentamente. In regioni come la Borgogna e la Napa Valley, produttori e commercianti monitorano le difficoltà di Bordeaux per capire come evitare gli stessi errori. Ma con la crescente complessità del commercio globale, i cambiamenti climatici e le incertezze economiche, non c’è una risposta facile. Quello che è chiaro, però, è che Bordeaux non è più la roccaforte inattaccabile di un tempo. Le vecchie certezze stanno crollando, lasciando spazio a nuovi scenari, forse anche a nuove opportunità. Solo il tempo dirà chi sarà in grado di adattarsi…
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