Quiet DepartureAeroporti come spa: come gli scali si stanno trasformando in oasi di relax 


Una volta simbolo di stress e disorientamento, gli aeroporti stanno cambiando pelle. Mindfulness, luce naturale, design e silenzio: l’architettura e la neuropsicologia riscrivono l’esperienza di viaggio per renderla più umana e accogliente. Dalle lounge che sembrano spa ai terminal che curano l’ansia, oggi partire ha tutto un altro sapore

Aeroporto Charles de Gaulle, Parigi

Secondo Federalberghi, gli Italiani che nei prossimi giorni si metteranno in viaggio saranno undici milioni: l’ottantotto per cento per restare in Italia, gli altri diretti soprattutto verso una meta europea. In entrambi i casi, in milioni affolleranno gli aeroporti, non-luoghi per definizione, pressoché identici in tutto il mondo, cubature enormi e senza punti di riferimento perché lontani dalle città. Condizioni che, insieme alla difficoltà di raggiungerli in tempo, all’ansia di non superare i controlli e alla paura di perdere la valigia, possono diventare fonte di stress, alimentando il naturale disagio che deriva dall’essere costretti in uno spazio immenso insieme a migliaia di sconosciuti.

Baku Airport

SPAZI E PSICHE
Succede perché siamo animali complessi e, anche se ogni aspetto della struttura e dell’organizzazione di un aeroporto è progettato per ottimizzare i tempi di spostamento nel terminal, è facile sentirsi disorientati. «Trovarsi in una situazione sulla quale non abbiamo il pieno controllo e in un luogo dai confini incerti è già di per sé un motivo di ansia e di frustrazione, specialmente quando i voli sono in ritardo. Nella progettazione degli aeroporti, quindi, un obiettivo è quello di dare ai passeggeri l’impressione di avere ancora il controllo della situazione dimenticando che, di fatto, per certi aspetti in quel momento sono come prigionieri» spiega Jonathan Gerkin, psichiatra della University of North Carolina che ha condotto studi sui comportamenti dei viaggiatori. Ecco perché, specie da dopo la pandemia, si è iniziato a ripensare questo spazio per renderlo più accogliente.

LaGuardia Airport New York

MENO STIMOLI È MEGLIO
«Entrare in un aeroporto significa immergersi in una sequenza di suggerimenti o comandi impliciti e dialogare con una situazione che oscilla tra equilibri instabili, influenzata dall’interazione con altre persone» spiega Giusi Ascione, esperta di neuroarchitettura, founder dello studio di progettazione neuroarchitettura.com e Faculty Member del Master NAAD (IUAV-VE). «In generale, per abbassare i livelli di ansia, occorre dunque lavorare per modulare colori, luci, suoni e proporzioni (e già questo dice molto circa la complessità del rapporto tra un individuo e lo spazio) ma anche considerare aspetti che includono il fattore tempo e gli stimoli sensoriali». 

Quello che si è capito è che, in spazi come questi, aiuta moltissimo potersi ritirare in una zona più intima. «È più di dieci anni che negli aeroporti esistono stanze multireligiose dove i viaggiatori possono raccogliersi in preghiera. Ma oggi stanno nascendo anche angoli dove poter praticare Mindfulness e meditazione yoga: isolarsi aiuta ad affrontare al meglio una situazione energivora come quella dell’aeroporto. Perché nessun individuo è sempre e completamente estroverso, né sempre e del tutto introverso: oscilliamo da una condizione all’altra a seconda del momento che stiamo vivendo. Dunque sì a elementi come forme fluide, luce naturale, segnali che favoriscono il senso dell’orientamento attraverso i colori, aperture che tengono in contatto visivo con l’ambiente esterno, spazi di contemplazione. Magari prevedendo sedute accoglienti e distanziate di fronte a grandi vetrate inondate di luce solare (un antidepressivo naturale), come avviene al Charles de Gaulle di Parigi. Guardare fuori permette di ritrovare quello che in psicologia viene chiamato “il senso del luogo”».

Airport Baku

ESEMPI VIRTUOSI
Come nel nuovo Terminal B dell’aeroporto La Guardia di New York: due grandi hall a forma di isola alle quali accedere attraverso due ponti pedonali che regalano viste panoramiche sullo skyline di Manhattan. O come nel nuovo Aeroporto Internazionale di Baku, capitale dell’Azerbaijan, dove eleganti strutture a bozzolo permettono di ritagliarsi un momento di tranquillità visiva e sonora prima di mettersi in coda al Gate. E c’è chi va oltre: cinque anni fa l’aeroporto di Salt Lake City, nello Utah, ha introdotto nell’atrio A-East uno spazio sensoriale progettato da Kulture City, un’Organizzazione no profit che si occupa di inclusione e accessibilità. L’obiettivo? Offrire ai viaggiatori un ambiente più tranquillo attraverso uno spazio dotato di pouf, pannelli luminosi, pareti divisorie e cuffie antirumore. «L’ultima frontiera riguarda proprio la riduzione dell’inquinamento acustico: l’aeroporto non deve essere necessariamente rumoroso, per esempio c’è sempre meno bisogno di fare annunci perché tutti controllano abitualmente il loro volo dallo smartphone» conclude Giusi Ascione. Un esempio? Il programma “Quiet airport” avviato da poco all’aeroporto internazionale di San Francisco: rimossi i televisori nelle aree di attesa dei Terminal e ristretta la diffusione degli annunci solo ad alcune zone, è stato drasticamente ridotto il rumore di fondo. Mentre, in proporzione, è cresciuta la serenità dei viaggiatori.

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