Magari non ci crede neanche Antonio Tajani, mentre sale sull’aereo che lo porta a Valencia per il congresso del Partito popolare europeo, il partito più forte in Europa. Sono Popolari la presidente dell’Europarlamento e quella della Commissione europea, quattordici commissari, nonché i due cancellieri forti di Berlino e Varsavia. Antonio Tajani, che verrà riconfermato vicepresidente del Ppe (lo è dal 2002), in un’intervista al Giornale ha detto che la Ue si cambia «con l’elezione diretta del presidente della Commissione, che deve esserlo anche del Consiglio europeo, con più poteri al Parlamento, a cominciare finalmente da quello di iniziativa legislativa».
Troppa grazia, troppo slancio. Ci accontenteremo di passi più concreti, fattibili. Il nostro ministro degli Esteri sa perfettamente che oggi questa proposta è un’utopia, e neanche necessaria per fare gli Stati Uniti d’Europa. È consapevole che non c’è una sola Nazione del Continente a voler andare in questa direzione. A cosa serva poi l’elezione diretta sulla falsariga del premierato italiano non è chiaro, quando invece ci sono riforme istituzionali molto più urgenti, la necessità di fare debiti comuni per la sicurezza europea, decisioni concrete per l’autonomia energetica.
Nessun partito, di maggioranza o di opposizione, di destra, di sinistra o di centro, vuole far perdere al proprio Paese tutta la sovranità. Ci sono partiti come la Lega e camerati vari che vorrebbero perfino tornare indietro alle piccole Patrie e limitare al massimo i poteri di Bruxelles. Quelli che invece vorrebbero più Europa balbettano, si contraddicono a seconda se sono al governo o all’opposizione.
È la triste storia di questi decenni di continui stop and go che hanno reso l’Europa un gigante economico (anche se molto indebolito a causa dell’accelerazione tecnologica in cui non brilla), ma che rimane un nano politico. Allora, qual è la ratio di proporre l’elezione diretta del presidente della Commissione? Fatta propria da Antonio Tajani: non è l’esponente politico più adatto per farsi interprete di una proposta così dirompente.
È certamente il ministro più europeista, il leader di Forza Italia che fin dai tempi di Silvio Berlusconi ha spinto verso una crescente integrazione comunitaria. Ma sono trent’anni che questo partito è strutturalmente alleato con la Lega e una destra che, nell’ultima versione di Fratelli d’Italia, ha sempre avuto un’innata passione per autocrati come Viktor Orbán e adesso Donald Trump. Sono gli ultimi al mondo (insieme con Putin) a volere un gigante politico che abbia una politica estera, militare, energetica, migratoria, fiscale, monetaria comune.
L’idea di Tajani ha il sapore della presa in giro, della classica palla spedita in tribuna. Intanto non è previsto che il congresso del Ppe, alle prese con un black-out elettrico in Spagna, voti una proposta del genere. Se venisse messa in campo riceverebbe le pernacchie di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, innanzitutto. Basterebbe banalmente molto meno. Servirebbe che i Popolari si facessero protagonisti in tutte le sedi europee di una battaglia per cancellare il diritto di veto che usa Orbán, che è la quinta colonna di Mosca, che frena sul sostegno all’Ucraina e sulla web tax alle multinazionali americane. E che i loro capi di governo lavorassero veramente per superare lo strapotere intergovernativo del Consiglio Ue rispetto al Parlamento di Strasburgo e della Commissione. Vana speranza.
Tajani, invece di sparare così in alto, faccia di tutto per agganciare la presidente del Consiglio italiana al prossimo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il quale sembra avere chiaro, sui dazi, da che parte stare tra Stati Uniti e Bruxelles. E che ieri ha chiesto di scorporare le spese della difesa dal patto di stabilità. Convinca Meloni che, dovessero tacere le armi di Putin, l’Italia farà parte in prima fila dei volenterosi per garantire una pace duratura agli eroici partigiani ucraini.