
In questi giorni di inizio aprile di tre anni fa, in Ucraina, quando le nevi si sciolgono, lasciando la terra spoglia e brulla dalla pelliccia bianca d’inverno, dal confine settentrionale della capitale Kyjiv, insieme alle nevi, ripiegava l’esercito russo, lasciando le terre coperte dai corpi umani.
Le città come Bucha, Hostomel, Irpin e Borodyanka sono diventate i toponimi più riconosciuti del barbarico tentativo russo di prendere la capitale ucraina in tre giorni. La foto di una delle vie centrali di Bucha ricoperta di corpi umani e dei carri armati distrutti ha scioccato tutto il mondo civile.
Bucha è diventata un punto di non ritorno, la prova indiscutibile delle atrocità russe commesse contro i civili che vivevano tranquilli in uno dei sobborghi più ricchi di tutto il Paese. Bucha è la signora con le unghie curate e il portachiavi con la bandiera europea uccisa mentre andava in bicicletta. Bucha è il corpo del ragazzo con scarpe all’ultimo grido, ucciso con le mani legate dietro la schiena. Bucha sono le macchine forate con la scritta «bambini» sul parabrezza. Bucha sono i sacchi neri con i corpi degli ucraini nelle fosse comuni. Bucha sono le tombe scavate nel cortile per seppellire i cari e i vicini. Bucha sono le croci di legno messe in fretta per ricordare dove sono stati seppelliti i corpi, per ritrovarli una volta tornati, per organizzare i funerali che si meritano quelli la cui vita è stata portata via dai soldati russi. Bucha è la replica di ciò che hanno fatto i russi a Donetsk e a Luhansk nel 2014; però né Luhansk né Donetsk sono diventate città simbolo della spietata aggressione russa.
Dopo Bucha, nel dizionario degli europei — perché in quello degli ucraini erano presenti già dal 2014 — sono tornate parole che nessuno usava dal 1945: fosse comuni, torture, percosse, rapimenti, esecuzioni, crimini di guerra, crimini contro l’umanità.
I giornalisti ucraini e internazionali hanno lavorato sodo per identificare le unità militari russe responsabili del massacro di Bucha. Le stesse unità, per essere precisi la 64ª brigata, sono state decorate con le medaglie di merito dal dittatore russo Vladimir Putin.
Alcuni soldati russi che hanno commesso i crimini di guerra a Bucha sono stati catturati dall’esercito ucraino e oggi vengono processati secondo la legge ucraina; Nikolai Kartashev, un soldato russo catturato dagli ucraini, ha confessato i suoi crimini e ha fatto i nomi dei suoi commilitoni, altrettanto responsabili dei crimini commessi nella città ucraina.
Nell’intervista che ha concesso al canale Slidstvo Info, alla domanda che cosa ha provato uccidendo un civile, ha risposto: «Niente». Alla domanda se sarebbe tornato a combattere una volta rientrato in Russia, ha risposto di sì, perché, se ce la facesse, se riuscisse a evadere, vorrebbe vendicarsi di tutti gli ucraini. Alla domanda su cosa significa «farcela», ha risposto che i russi sicuramente prenderanno Kherson, Zaporizhzhia e tutta la regione di Donetsk. Alla domanda se è consapevole che in quei territori abitano ucraini che non sono disposti ad accogliere l’aggressore a braccia aperte, ha risposto che non gliene frega niente, tanto la Russia ha deciso così e basta, come ha fatto nel 2014 con la Crimea. La Russia ha deciso e voi ucraini non dovete opporvi.
In queste settimane, gli ucraini si ricordano di quei giorni di marzo, quando la felicità per la liberazione dall’esercito russo si mescolava all’amarezza per il numero delle vittime, che venivano contate in ogni città e in ogni paesino che aveva subito l’occupazione russa.
A Bucha è stato costruito il monumento per ricordare le vittime dell’occupazione russa: una parete di metallo con i nomi, i cognomi, le date di nascita e di morte delle vittime ucraine. A Bucha e nella provincia di Bucha, l’esercito russo ha ucciso milleottocento civili ucraini, di cui quarantatré erano bambini. Sono stati commessi novemila crimini di guerra.