Like a Rowling stoneEssere donna è come essere una sedia, lo sanno tutti, tranne le ottuse nei social

La sentenza della Corte Suprema britannica fa infuriare chi ha trasformato il genere in ideologia, ma non cambia nulla per chi vive nel mondo reale

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Una volta un famoso giornalista mi disse che io, quando vedo arrivare la notizia, mi scanso. Ci ho ripensato mercoledì, aprendo i social nel pomeriggio e trovandoli pieni di italiani sovreccitati per la decisione della Corte Suprema inglese sul sesso biologico.

Mentre deliberavano, io passavo per caso lì davanti: alla fermata di Waterloo c’era un treno del metrò bloccato, ci hanno fatti scendere a Westminster, ho camminato fino alla mia destinazione passando a poche decine di metri dal palazzo della Supreme Court. Mercoledì ho ancora una volta trionfato nella mia specialità olimpica: non accorgermi della notizia.

La cosa più vicina al dibattito d’attualità che abbia visto mercoledì prima di aprire i social era una frase di una tizia morta nel 1962, tale Marilyn Monroe, stampata su una parete di una mostra su di lei (di quanto sia brutta la mostra in questione parliamo un altro giorno). Faceva così: «Una delle cose migliori che mi siano mai capitate è essere una donna. È così che dovrebbero sentirsi tutte le femmine».

Però, e giuro che non lo dico per giustificare il mio non essere portata per il giornalismo, c’è un senso in questa storia, e il senso credo sia che «What is a woman» è un dibattito per i social: per le risse ideologiche, per le speculazioni intellettuali, per le contrapposte ossessività. La realtà esiste su un altro piano.

E sì, lo so che ieri la sentenza della Corte Suprema apriva tutte le prime pagine dei quotidiani inglesi – Telegraph: Le donne trans non sono donne; Guardian: La definizione legale di “donna” «si basa sul sesso biologico»; Times: La definizione di “donna” della Corte getta le politiche egualitarie nel caos; Financial Times: Le attiviste inneggiano alla sentenza sul genere – ma è perché i giornali mica solo in Italia lasciano che a dirgli di cosa occuparsi siano i social e non la realtà.

La realtà è fatta perlopiù di gente che ha almeno il quoziente intellettivo di Marilyn Monroe, e sa che essere donna o uomo è una cosa che ti capita e che, avendo la fortuna d’abitare il secolo in cui le donne hanno tutti i diritti degli uomini, non è un dettaglio particolarmente rilevante («happened» è la parte sensata della citazione della Monroe: il resto, come quasi sempre accade con le frasi suggestive, non ha alcun senso logico).

Poi ci sono le minoranze. La minoranza di gente talmente infelice che pensa che la sua vita andrà meglio se si reputa d’un altro sesso da quello che le è toccato in sorte. La minoranza di gente talmente infelice che non ritiene di poter ignorare le parafilie altrui ma ritiene invece di doverne fare militanza quotidiana, isteria collettiva, battaglia culturale.

Aaaahhhh, quindi tu non ritieni sia gravissimo se un uomo con la parrucca mi sfodera l’uccello in un bagno delle donne, o se mia figlia dodicenne perde la gara di nuoto contro il bambino Ugo che ha deciso di essere una bambina e farsi chiamare Adele. Più che altro, amica militante (che è sinonimo di ottusa), le ritengo eventualità talmente remote da decidere di non dedicare la mia vita a occuparmene, a discuterne, a lanciare allarmi. Mi sembra assai più grave che non si sia ancora trovata una cura per le mestruazioni, considerato che l’uccello in un bagno pubblico l’han fatto vedere a poche e sanguinare per quarant’anni nel secolo in cui si va su Marte tocca a tutte.

Non è un caso se la più celebre esponente dello schieramento cui l’altroieri la Supreme Court ha dato ragione, J.K. Rowling, ha una vita e una carriera e non solo un’esistenza monopolizzata dalle opposte ossessioni: è che è più intelligente delle altre. Nel primo dei suoi tweet (o come si chiamano ora) a commento della sentenza, sottolinea un punto che mi pare troppo poco considerato da entrambe le fazioni. Elenca chi esce vittorioso dalla sentenza, e al primo posto mette «Le donne e le ragazze, incluse quelle che s’identificano come trans (e che continuano a godere dei diritti relativi alla maternità)».

Significa una cosa che risulta incomprensibile in quel posto incivile che sono gli Stati Uniti d’America, in cui il congedo di maternità retribuito non è un diritto ma un’eventualità lasciata al buon cuore delle aziende. Significa una cosa che è utile solo in un mondo in cui la transessualità non ha più nulla a che vedere con la disforia di genere ma tutto con le parafilie.

Una donna con la disforia di genere non porterebbe mai avanti una gravidanza, una donna di questo secolo di stronzate, emoji di uomini incinti, americanizzazione dell’occidente e altre amenità può trovarsi a farlo, e in quel caso noi – noi la civile Europa in cui esiste lo stato sociale – le riconosciamo il diritto alla maternità retribuita e a partorire gratis in ospedale pure se si percepisce uomo, perché noi siamo gli adulti, lo Stato, quello che ti riconosce dei diritti basati sul sesso che t’è toccato in sorte e non sulle tue private perversioni e percezioni.

È la stessa logica che tutela anche tua figlia che perderebbe la gara di nuoto contro il bambino Adele, o te cui un bruto farebbe vedere il bigolo in un cesso pubblico, perché i tribunali si occupano anche dei casi limite. È una logica che sa che i diritti delle donne non sono roba di farsi i video con la boccuccia e mettersi il vestitino caruccetto: sono roba che attiene a quegli svantaggi squisitamente femminili che sono l’avere minor forza muscolare o il sanguinare quattro giorni e non morire.

E quindi sì, certo che è giusto che un tribunale dica che, se sei abbastanza spostata da essere incinta e dichiararti uomo, devi avere comunque diritto alla maternità retribuita perché fanno fede i gameti e non l’ideologia. Ma, a parte le giuste questioni legali, nessuno qua fuori nel mondo si è mai chiesto cosa fosse una donna: lo sappiamo istintivamente, come sappiamo cos’è una sedia, come sappiamo distinguerla da un tavolo benché entrambi abbiano quattro gambe e ci si possa poggiare sopra il culo (descrizione che peraltro comprende anche l’insieme degli elefanti e dei cavalli).

L’altra sera alla BBC c’era una militante dell’ideologia trans che ripeteva in tono sconsolato che l’Inghilterra stava andando verso l’America di Trump, perché una cosa che si è fatta in questi anni è stata fingere di credere che la divisione tra destra e sinistra non fosse sui diritti del lavoro o altre cose concrete, ma su stronzate come il dibattito su cosa sia una donna (con gran gioia delle multinazionali, cui non costa nulla farsi percepire democratiche mettendo le etichette arcobaleno ai prodotti).

Di recente i parlamentari democratici americani hanno ripetuto allo sfinimento che pretendere che valga il sesso e non il genere nello sport a scuola avrebbe condotto a scene tragiche: allenatori che vogliono controllare il contenuto delle mutande delle bambine dall’aspetto non sufficientemente femminile e altri spauracchi di fantasia.

Ma – come le sedie e i tavoli e i cavalli e gli elefanti – le bambine maschiaccio sono sempre esistite, e nessuno ha mai avuto bisogno di controllare cos’avessero nelle mutande. Decodificare il mondo è assai più semplice di quanto vogliono farci credere sia gli opposti ossessionati. Certo che so che quella che parla alla BBC è un uomo che s’è fatto crescere i capelli, e certo che sono abbastanza educata da, in lingua romanza, declinarla al femminile. Ci vuole così poco a farla contenta, e non mi toglie nessuna identità, nessun diritto, nessun senso del ridicolo.

È talmente ovvio cosa sia una donna, e sono talmente priva di paturnie in merito, che non mi costa niente giocare a «facciamo che eri una donna anche se si vede che non lo sei». Certo che di solito a queste finzioni si gioca coi cinquenni, e l’intervistata della BBC di anni ne avrà quaranta, ma è uno dei portati del benessere: abbiamo risolto i problemi seri, e ci si è liberata l’intera vita adulta per occuparci delle puttanate.

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