Dal mito alla narrazioneLa gaffe di Cirio sugli alpini, e la sparizione dei fatti dal dibattito pubblico

Il presidente del Piemonte pensa che gli alpini nella campagna di Russia combatterono (al fianco di Hitler) per la nostra libertà. Ma non è il primo né l’ultimo a rilasciare dichiarazioni slegate dalla realtà, in un’epoca in cui si può dire tutto e il contrario di tutto senza curarsi delle smentite

Lapresse

In un momento in cui molti fanno a gara a chi le spara più grosse, il governatore del Piemonte Alberto Cirio non ha voluto far mancare la sua voce. L’altra sera, in un servizio del Tg regionale della Rai dedicato alla 96ª adunata nazionale degli alpini, a Biella dal 9 all’11 maggio, ha detto con sorridente ispirazione che questo «è un tributo anche ai tanti alpini che nella campagna di Russia hanno perso la vita per la nostra libertà». Testuale.

Come si può leggere su tutti i manuali di storia – per ora, almeno, in attesa che nuove edizioni provvedano a rettificare – la campagna di Russia fu la disastrosa spedizione che tra l’estate del 1942 e l’inverno del 1943 costò ai nostri soldati tra gli ottantamila e i novantamila morti, voluta dal regime fascista non per difendere la libertà dell’Italia ma per appoggiare l’aggressione hitleriana all’Unione Sovietica. Una campagna d’aggressione, non di difesa. A essersi battuti per la nostra libertà, semmai, sono gli alpini che dopo l’armistizio si unirono alla guerra di liberazione contro i nazifascisti.

Cosa sarà passato per la mente di Cirio? Svista? Lapsus? Momento di obnubilamento? Peccato che lo stesso concetto si ritrovi con le stesse parole in un video che, sempre l’altro giorno, il governatore ha postato su Facebook a margine della presentazione dell’adunata delle penne nere. Ricordi scolastici un tantino confusi? Sarebbe abbastanza grave per un presidente di regione che viene da Cuneo, ossia dalla provincia che ha dato il nome alla Divisione alpina “Cuneense”, circa ventimila effettivi di cui soltanto milletrecento tornarono a casa (ben tredicimila caduti in una sola giornata, il 20 gennaio ’43 nella battaglia di Nowo Postojalowka). E allora?

Naturalmente la gaffe del governatore ha già scatenato, soprattutto a sinistra, reazioni sdegnate con l’accusa di voler riscrivere la storia. Non sappiamo e non vogliamo credere che sia davvero così; più probabilmente si tratta di un’uscita infelice che nell’intento di esaltare il valore degli alpini ha maldestramente mescolato tutto, mettendo nel conto del loro sacrificio per la patria (che naturalmente è più nobile quando c’è di mezzo «la libertà della patria») il sacrificio in termini quantitativi più rilevante, sciaguratamente però, e non certo per loro colpa, compiuto per finalità che di nobile non avevano nulla.

Il punto però non è questo. Le infelici esternazioni di Cirio si inseriscono infatti in un assordante panorama sonoro di dichiarazioni pubbliche in cui la realtà fattuale risulta più o meno deliberatamente ignorata, revisionata, distorta o bellamente ribaltata. Il presidente Trump che capovolge i ruoli di aggredito e aggressore nella guerra d’Ucraina, o che vaneggia di dazi del quaranta per cento fatti gravare dall’Unione europea sugli Stati Uniti, è soltanto un esempio, uno dei tanti (anche se, in questo momento, il più vistoso). Che cosa sta succedendo?

Sta succedendo che nel mondo della disintermediazione social, dell’uno vale uno, della iper(dis)informazione, ossia del bombardamento comunicativo prevalentemente contraddittorio che, come già denunciava Umberto Eco, produce inevitabilmente disinformazione, si stanno rapidamente dissolvendo i criteri per distinguere il falso dal vero.

Da duemilacinquecento anni a questa parte – da quando Aristotele, nella Metafisica, aveva spiegato che «dire di ciò che esiste che non esiste, o di ciò che non esiste che esiste, è falso, mentre dire di ciò che esiste che esiste, o di ciò che non esiste che non esiste, è vero» – il criterio per decidere della verità o della falsità di un enunciato verbale risiedeva nella sua corrispondenza ai fatti, in termini tomistici (ma la formula risaliva a Isacco ben Salomon Israeli) «adequatio rei et intellectus». Adesso però i fatti stanno scomparendo, travolti dal chiasso mediatico (e anche più, come già si comincia a vedere, dalle possibilità dischiuse dall’intelligenza artificiale; ma questo è un altro discorso) che li ha sostituiti con le «narrazioni».

Non è un caso che il termine “narrazione” risuoni sempre più martellante, dalle bocche dei politici, dei manager, dei pubblicitari, degli chef più o meno stellati, ormai perfino nel linguaggio comune. La “narrazione” si può considerare la versione attualizzata di quello che era il mito nella Grecia pre-letteraria. Prima che la diffusione della scrittura conferisse forma stabilizzata e verificabile a quanto veniva detto, mythos e logos erano termini equivalenti e intercambiabili, entrambi riferendosi alla “parola” indipendentemente dalla sua aderenza alla realtà extralinguistica fattuale. Soltanto con il quinto secolo avanti Cristo, e poi con la codificazione platonica di un lessico atto a fare filosofia e con la logica aristotelica, i due termini si divaricarono come il racconto falso, o perlomeno non razionalmente sostenibile, e quello verificabile.

Oggi, anno di grazia 2025, con la possibilità di dire tutto e il contrario di tutto, a volte anche da parte della stessa persona e senza curarsi delle smentite, a loro volta sommerse dalle contro-smentite, siamo tornati in un certo senso a una situazione paragonabile a quella delle società orali. C’è il fact checking, certo, ma quanto riesce effettivamente a incidere nell’era della post-verità dominante? Parafrasando Nietzsche: il mondo vero, alla fine, è diventato «narrazione».

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