
Soju e birra
Il soju è un distillato di riso coreano trasparente, simile alla vodka per concetto e consumo – nel senso che i coreani ci esagerano e lo buttano giù come l’acqua. Come dar loro torto: specie se aromatizzato alla frutta, il soju è una delizia, e pericolosa. Ora che arriva l’estate, ci si può pure concedere la versione funky: due dita di soju, circa il doppio di birra. Sceglietene una neutra, mi raccomando, altrimenti vi viene un pastrocchio. In alto i bicchieri.

La pagina della content creator A Day With Mei
La mia (corrente) ossessione per il pesce in scatola ha un nome: Mei Liao, content creator californiana di discendenza cinese. Sulla sua pagina Instagram (ma anche TikTok), @adaywithmei, Liao conduce una rubrica legata a scatole e scatolette, dalle sdoganate sardine ai calamari al nero ripieni dei loro tentacoli, ma perché privarsi di qualche ostrica in conserva, di un paté, e di altre delicatezze dal mare? Ah: il tutto comprensivo di ricette, consigli per gli acquisti, e gelati. Ma questa è quasi un’altra storia.
Il Lambrusco Chiaro del Pescatore di Cantina Gualtieri
Anni fa un’amica di Reggio Emilia mi portò a casa una bottiglia di Lambrusco rosato. Aveva un’etichetta sbarazzina illustrata a mano, ricordo un costo per unità parecchio ok al super, e un colorino lampone seducente. Era il Chiaro del Pescatore di Cantina Gualtieri, e io, per mia mancanza, non mi aspettavo nulla di particolare da quella bevuta. Anche senza tirare fuori la storia del “quanto pagherei per poterlo bere di nuovo per la prima volta”, questa bottiglia rimane una rivelazione, per il singolo prodotto, per la cantina produttrice, per il Lambrusco in generale. Ora l’etichetta disegnata a mano non c’è più, ma il rebranding è parecchio fico. Come pure il resto di vini prodotti nella Bassa di Reggio Emilia.
Mangiare la pizza all’estero
Ognuno ha i propri kink, il mio è che la pizza in Italia mi dà piacere, ma se la mangio all’estero improvvisamente di più. Mettendo in conto tutta l’ingenuità dell’entusiasmo, il giorno che ho pensato: ecco, una pizza così non la mangerò più mi trovavo a Edimburgo, nella naturalmente italianissima e napoletanissima pizzeria 1926 (anno di fondazione dell’F.C. Napoli). Ma mica solo trapiantati, altrimenti sarebbe facile. A Galway, Irlanda, The Dough Bros sfornano una «pizza for the people»: solo walk-in, Napoli-style di un prima del cornicione canottoso, leggera per davvero. Servizio veloce, persone sorridenti. A Marsiglia, be’, la questione è diversa. Lì la pizza viene reimmessa nel tessuto sociale e diventa un prodotto autoctono, solo parente di quello italiano. Chez Etienne e Chez Sauveur sono gli indirizzi storici, il “gusto” è il metà e metà: una parte rossa con le acciughe, una parte margherita (Emmental al posto della mozzarella). E poi i camion pizza (per la pizza al trancio ma stile pizzeria) a profumare la città. Poi potremmo stare qui a parlare delle New York slice, oggi atterrate anche a Milano seppure in una variante localizzata, o della Deep Dish di Chicago. Strane? Certo, ma solo per un italiano. Divertenti? A pacchi.
La cucina di Omar Dhiab, a Parigi
La famiglia di Omar Dhiab è egiziana, lui del tutto francese. A Parigi ha una stella Michelin nel suo ristorante principale, che porta il suo nome. Un menu gallicissimo – in carta ci sono i ris de veau – potrebbe spaventare, o meglio, annoiare ancora prima di sedersi a tavola. La verità è che nei termini, precisi, con cui si descrivono i piatti non si riesce a specificare la tecnica, né bene gli ingredienti, né tantomeno la completezza (a livello gustativo ma non solo) che ci verranno presentati. Sgombro, agnello, asparagi potranno anche figurare come ingredienti-cardine dei piatti del menu degustazione; la magia succede dopo. D’ordinanza il cioccolato a suggellare. E una piccola sorpresa dello chef, sempre sul finale, per creare ora sì, nei fatti, un legame con il Nord Africa.
Il burro Bordier
Il burro e l’olio buoni li riconosci perché li mangeresti a secco. Bordier fa quest’effetto: non avrebbe senso usarlo come condimento o grasso di cottura. Incartato a mano, formato a mano, prodotto in Bretagna dal 1955, ma la famiglia Bordier già produceva e vendeva burro ai mercati di Parigi (oggi l’azienda, diventata Maison Bordier, si occupa di latticini e formaggi più a tutto tondo). Da portarsi a casa, quando lo trovate, au naturel, ma anche salato o demi-sel. Oppure al tartufo, allo yuzu, alla vaniglia; affumicato, al pepe d’Espelette, al cioccolato, alla cipolla, al grano saraceno. Cosa, scusa? Provare per credere.
Le parodie di Max Giusti (specialmente di Antonino Cannavacciuolo)
Max Giusti non (se) ne risparmia una. L’ultimo personaggio nato in seno alla banda Gialappa’s è Antonino Cannavacciuolo, cioè, il suo rifacimento satirico. Ma non quello delle cucine, naturalmente. Qui si parla del giudice di MasterChef, amato da pubblico e concorrenti sia per i consigli paterni che per le esagerazioni, l’accento campano, le scarpe bianche a suola alta. Ovvio che il comico non si risparmia. E nel creare sketch da far piangere consacra ciò che è diventato il fenomeno dei reality di cucina: non più solo una cosa che accadeva e rimaneva nel suo, ma parte integrante del tessuto culturale contemporaneo. Salutatemi Fantonio (sic) se lo beccate (a buon intenditor…).
L’account Instagram di Paris Starn
Io non lo so bene chi sia Paris Starn, a parte una donna a cui piace, così si descrive, fare i dolci e giocare con il cibo. Il suo account Instagram è un rimedio efficace contro il bruciore agli occhi. Pancake enormi e fumanti, pain perdu ai frutti rossi, torte volutamente storte per l’estetica decorate con fiori e pasta di zucchero. O anche un Salzburger Nockerl. Se non sapete (ancora) che cosa sia, ecco in tavola.
Gli spaghetti con il burro d’arachidi
I fighetti li chiamerebbero noodle, io preferisco la versione in cui, spudoratamente, condisco la pasta lunga (inserire marca a scelta) con il burro d’arachidi. Ok, non proprio solo con il burro d’arachidi. È una ricetta che ho trovato, guarda un po’, su Instagram. Si parte dall’olio di sesamo, ci si tosta un po’ d’aglio e altri semi di sesamo, con il peperoncino. Una volta rosolati ci si mette il burro d’arachidi, generosamente. Un po’ di sciroppo d’acero e della salsa di soia. Mescolare bene, scolare, condire. Poi mi dite.
Il clafoutis di Diego Pani al Marco Polo di Ventimiglia
Fermarsi a Ventimiglia è strano, perché Sanremo, se proprio, è a un tiro di schioppo, Nizza non molto più in là. La motivazione, soprattutto nel bel tempo, può essere la terrazza sul mare del ristorante Marco Polo 1960, parte della Maison (di tre locali) Pani, guidata da Diego, classe ’93. Per trattarsi bene, la strategia vorrebbe un antipasto di fritto, fricassea d’astice con tagliolini freschi al basilico, e un clafoutis a concludere. L’ultima portata è la più importante. Non solo perché il dolce è il ricordo del pasto, ma perché a Pani (formatosi in casa ma poi in Francia) vien proprio bene. L’avevo scritto anche a un tizio su una dating app, a un certo punto. Mi aveva chiesto “tre cose che mi piacevano”. Ordinandone una porzione in più ci si assicura la soddisfazione del palato.
