Quesiti linguisticiDalla spillatrice alla pinzatrice fino alla birra, spiegato dall’Accademia della Crusca

Non esiste un unico nome giusto in italiano per definire l’oggetto con cui i fogli sono uniti insieme mediante un punto metallico

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

“Mi passi la spillatrice?” chiede Simone alla collega, senza alzare lo sguardo dal foglio.
“La… cosa?” risponde Ludovica, con un sopracciglio sollevato.
“La spillatrice!” ribadisce lui, mimando il gesto di stringere con la mano un oggetto simile a una pinza.
“Ah, intendi la cucitrice!” corregge Laura, con la sicurezza di chi sa di avere ragione.
“Ma si chiama pinzatrice!”, interviene urlando il terzo collega dell’ufficio.

Come i protagonisti del breve dialogo approntato per questa risposta, molti italiani si saranno trovati nella condizione di far fronte ai diversi nomi per definire l’attrezzo di cancelleria minuta che unisce i fogli di carta mediante punti metallici. Quando si parla di questo oggetto, infatti, i termini più frequentemente utilizzati (spesso in modo intercambiabile) sono spillatrice, pinzatrice e cucitrice. Come vedremo, ciascuna di queste parole presenta (almeno in origine) differenze specifiche che ne caratterizzano l’uso. Per cercare di rispondere alle domande dei lettori in modo, se non esaustivo, almeno approfondito, abbiamo anzitutto realizzato un sondaggio per fare luce sulle denominazioni attuali della spillatrice/cucitrice/pinzatrice; abbiamo confrontato i risultati con le definizioni dei principali dizionari dell’uso; abbiamo infine cercato un riscontro nelle storie dei più noti produttori italiani di cancelleria.

1. L’indagine

Tra dicembre 2024 e gennaio 2025, abbiamo sottoposto un questionario a un migliaio di persone residenti in Italia, chiedendo loro il nome dell’oggetto in metallo utilizzato per fissare i fogli. Per garantire un campione rappresentativo, abbiamo cercato di mantenere un equilibrio numerico tra gli intervistati da Nord a Sud. Dall’indagine è emerso che

─ oltre il 56% degli intervistati utilizza abitualmente il termine spillatrice;
─ circa il 20% dichiara di usare pinzatrice;
─ il 9% preferisce cucitrice;
─ poco più del 5% usa graffettatrice.

La parte restante del campione dichiara di usare più termini anche alternandoli (spillatrice, cucitrice o pinzatrice). Si registrano in forme minoritarie cambrettatrice e zanchettatrice, puntatrice e punzonatrice, sparapunti e sparagraffette.

In base alle risposte e alla distribuzione geografica delle preferenze emerge quanto segue:

─ spillatrice è il termine più scelto in tutta Italia;
─ nel Centro e nel Sud è di gran lunga prevalente l’uso spillatrice, con sporadiche risposte contenenti pinzatrice e cucitrice; solo in Sardegna le risposte convergono esclusivamente su pinzatrice;
─ in Campania si registrano i casi isolati di sparagraffette e sparapunti.

Nel Nord Italia emergono differenze più marcate:

─ in Lombardia e Piemonte, pinzatrice è il termine più usato, seguito da cucitrice;
─ in Emilia-Romagna e Veneto, molti intervistati dichiarano di usare pinzatrice o graffettatrice (con un solo caso di graffatrice), in molti casi anche alternandoli;
─ nel Nord-Est, seppur in pochissimi casi, sono stati indicati cambrettatrice e zanchettatrice;
─ in Piemonte è stato registrato un caso isolato di suturatrice;
─ in alcune zone del Nord sono emersi pochi casi di puntatrice e punzonatrice.

2. La spillatrice e le altre: quali le differenze?

I nomi appena visti, seppur usati in modo intercambiabile nelle risposte di alcuni intervistati, non sono perfettamente sinonimi tra loro ma ognuno di essi, come vedremo, nasce per vari scopi. I dizionari consultati sono stati soprattutto GRADIT, Devoto-Oli 2024, Sabatini-Coletti 2024, Zingarelli 2025, Vocabolario Treccani online.

Pinzatrice
I dizionari dell’uso confermano che il termine è principalmente impiegato per indicare l’attrezzo da scrivania che unisce fogli con punti metallici, ma con alcune differenze. Il Devoto-Oli sottolinea l’origine della parola legata alla forma dello strumento (a pinza) mentre il Vocabolario Treccani ne rimarca l’uso regionale. In GRADIT e Treccani, inoltre, il primo significato mette in evidenza l’accezione tecnica legata all’industria tessile: la pinzatrice, femminile di pinzatore, è l’operaia addetta alla pinzatura manuale.

La parola deriva dal verbo pinzare, attestato in italiano dal Settecento, in Toscana, con il significato di ‘pizzicare’ ma anche ‘pungere’; sarebbe un calco del francese pincer che ha il duplice valore di ‘pizzicare’ e ‘stringere’. Il verbo pinzare si è tecnificato anzitutto in àmbito tessile come ‘eseguire la pinzatura, ossia rifinire un tessuto’ (cfr. Zingarelli 2025). Pinzatrice è dunque un nome deverbale e l’oggetto usato per fissare i fogli sembrerebbe essere stato chiamato così per la sua somiglianza alla pinza, ossia all’attrezzo costituito da due branche d’acciaio usato per stringere, afferrare o strappare.

Dai principali motori di ricerca di internet si ricava inoltre che, a differenza della spillatrice, che non sembra avere altri usi se non quello di unire i fogli, la pinzatrice può essere industriale o da falegnameria e adopera punti metallici molto resistenti per fissare tessuti e legno.

Cucitrice
I dizionari consultati registrano che cucitrice ha anzitutto un significato tecnico legato all’industria della cucitura e alla legatoria e che, come seconda accezione, può anche indicare l’attrezzo per unire fogli con punti metallici, spesso usato come sinonimo di spillatrice e pinzatrice.

A partire dall’Ottocento infatti, cucitrice ha indicato, oltre alla professione di ‘colei che cuce’, anche il grande macchinario che rilega insieme fogli o altri materiali mediante un punto di cucitura meccanico e non metallico. La diffusione della parola come ‘attrezzo per fissare fogli con un punto metallico’ si deve probabilmente all’estensione di significato delle cucitrici usate nelle tipografie. Questa è, per esempio, la storia di Buffetti, uno dei marchi italiani più noti per la produzione di cucitrici: una storia iniziata nel 1852, quando Luigi Buffetti avviò a Rovigo la tipografia che portava il suo nome. Successivamente la tipografia si specializzò nell’editoria legata alla produzione di modulistica finanziaria e burocratica e fece uso delle grandi cucitrici professionali per rilegare i moduli; solo nella seconda metà del Novecento l’azienda cominciò a produrre cucitrici con due branche di metallo per fissare manualmente i fogli e che per questo furono chiamate cucitrici a pinza. Per l’Italia, tuttavia, sembrerebbe che il primato della realizzazione delle prime cucitrici italiane si debba al marchio Maestri, che realizzò a Milano, nel 1939, la Cucitrice Parva: parva ossia ‘piccola’ proprio perché la cucitrice si presentava come un oggetto maneggevole e portatile rispetto ai grandi macchinari delle tipografie. A quella del marchio Maestri seguì la cucitriceZenith 548, prodotta nel 1948 a Voghera nelle fabbriche della Balma, Capoduri & C. (per le storie dei marchi si vedano buffetti.it, romeomaestri.it, zenith.it).

Spillatrice
I dizionari confermano che spillatrice è sinonimo di cucitrice e viene riconosciuto come termine adeguato per indicare l’attrezzo che unisce i fogli con punti metallici, anche se il solo GRADIT lo classifica come tecnicismo e nel primo significato rinvia a spillatore, di cui si dirà a breve. Il termine dunque è associato, sin dalla sua comparsa nella lingua italiana, allo strumento manuale (oggi anche elettrico) che utilizza punti metallici per unire insieme fogli di carta. È registrato nei dizionari dell’uso come sostantivo femminile derivato dal verbo spillare ‘unire fogli di carta mediante spilli o punti metallici’. Dal GRADIT e dallo Zingarelli 2025 si ricava il 1960 quale data dell’introduzione nella lingua italiana sia di spillatrice sia del verbo spillare. Il termine si trova nelle locuzioni spillatrice da tavolo, differente dalla comune spillatrice a pinza che invece si tiene in mano; spillatrice elettrica, impiegata negli uffici per un volume elevato di documenti da unire; spillatrice a braccio lungo, utile per impieghi commerciali, come il confezionamento di sacchetti di carta.

E la birra?

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