
La guerra dei dazi di Donald Trump ha ragioni che sfuggono alla logica economica, ma seguono fedelmente quella della geopolitica. Il presidente degli Stati Uniti ha colpito prima il Canada, poi il Messico, forte della convinzione che il peso economico e militare americano possa piegare qualsiasi alleato. Finora lo spettacolo è stato prevedibile: Ottawa e Città del Messico hanno reagito con contromisure simmetriche, destinate a danneggiare l’economia americana nel lungo periodo. Trump accetta con disinvoltura le conseguenze che i cittadini americani capiranno tra qualche mese e che gli investitori di Wall Street hanno già subito nei titoli in Borsa. Ora però viene il bello.
Dal 2 aprile, giorno che Trump ha battezzato Liberation Day, gli Stati Uniti applicheranno dazi fino al venticinque per cento su quasi tutte le importazioni europee, inclusi settori strategici come auto, farmaceutica, semiconduttori e legname. Trump ha deciso di colpire l’economia più forte del mondo e ora aspetta di incassare il colpo.
Perché se è vero che l’Unione Europea a livello militare resta dipendente da Washington, sul piano commerciale non è più Davide contro Golia. È Golia contro un altro Golia. Solo che quello europeo, non ha una clava, ma una cesta piena di sassi appuntiti. E ora sta scegliendo quali lanciare, puntando dritta al cuore dell’economia americana: Silicon Valley e Wall Street.
Bruxelles nel campo economico è un gigante silenzioso, abituato a dettare le regole e la presidente della Commissione europea ha annunciato le prime contromisure durante la sessione del Parlamento Ue a Strasburgo: «Abbiamo tutto ciò che ci serve per proteggere il nostro popolo e la nostra prosperità. Abbiamo il mercato unico più grande del mondo. Abbiamo la forza per negoziare. E abbiamo il potere per reagire».
La strategia europea si articola su più livelli. Oltre alle nuove liste di dazi su beni americani per un valore di ventisei miliardi di euro, Bruxelles sta valutando l’attivazione dell’Anti-Coercion Instrument, il cosiddetto bazooka commerciale che permetterebbe misure sistemiche: sospensione di licenze, blocco di app come X, restrizioni sugli investimenti e sanzioni su diritti di proprietà intellettuale. Tradotto: colpire l’America dove è più vulnerabile, nei servizi digitali e finanziari, là dove Bruxelles è importatore netto e può infliggere danni reali. Nel mirino ci sono le Big Tech: Google, Amazon, X, ma anche banche sistemiche come J.P. Morgan e Bank of America.
Come spiega Politico, i funzionari della Commissione europea stanno valutando misure puntuali per colpire la rendita americana nei servizi, agendo non solo sui dazi quanto sull’ambiente regolatorio. Si parla di inasprire le norme antitrust, accelerare l’applicazione del Digital Markets Act e perfino di bloccare temporaneamente nuove acquisizioni da parte di gruppi americani in settori strategici.
Alcuni Stati membri spingono per riservare gli appalti pubblici nell’Unione solo a operatori europei usando il già approvato International Procurement Instrument. Bruxelles potrebbe presto stringere la maglia sulle licenze bancarie e digitali, rallentando — se non congelando — l’accesso delle imprese americane al mercato unico, soprattutto nei settori dove la presenza statunitense è dominante ma non irrinunciabile. Per esempio nel campo del cloud computing, l’Europa dipende fortemente da fornitori americani come Amazon Web Services, Google Cloud e Microsoft. Per rafforzare la sovranità digitale, l’Ue sta promuovendo iniziative come Gaia-X e Ipcei, che puntano a sviluppare infrastrutture cloud europee. Un percorso lungo e non facile, ma il cambio di passo è evidente.
Finora, l’Ue ha risposto colpo su colpo ai dazi di Washington seguendo il copione classico: tasse su acciaio, risposte su prodotti simbolici. Ma l’estensione delle tariffe a quasi tutte le merci e la minaccia contro la normativa digitale europea hanno fatto scattare la risposta.
Il secondo asse della risposta europea si baserà sulla diversificazione. Se Trump gioca col protezionismo, l’Unione europea accelera la politica del libero scambio, rafforzando partnership economiche con i paesi danneggiati dai dazi americani, e non solo. «Abbiamo appena concluso accordi commerciali con Mercosur, Messico e Svizzera. Abbiamo lanciato la prima Clean Trade and Investment Partnership con il Sudafrica. Puntiamo a concludere un accordo commerciale con l’India entro la fine dell’anno. Il nostro punto di forza non è solo essere il mercato più grande del mondo, ma anche essere affidabili e prevedibili. Rispettiamo i nostri impegni. Ed è proprio questo che i nostri partner cercano oggi», ha spiegato von der Leyen.
Il terzo asse delineato dalla presidente della Commissione europea è il più lungimirante, ma allo stesso tempo meno realizzabile nel breve periodo: raddoppiare la grandezza del mercato unico. Un miraggio agitato dalla Commissione perché vuole evitare che la guerra dei dazi apra un conflitto dentro l’Unione, tra chi esporta molto verso gli Stati Uniti — come Irlanda, Germania o Italia — e chi è meno coinvolto. Il timore è che questi Stati, seppure colpiti duramente, chiederanno di non attivare l’Anti-Coercion Instrument per non aggravare la situazione.
La Commissione sta già ragionando su compensazioni interne e futuri fondi comuni per ammortizzare le perdite da ritorsioni incrociate. Un tentativo ragionato di tenere unita la risposta a livello europeo.
È questo l’aspetto meno visibile ma più delicato della questione e Von der Leyen ha chiarito che l’Unione non vuole una guerra dei dazi lunga e logorante. Quando Trump si renderà contro delle conseguenze del suo protezionismo, Bruxelles sarà pronta a nuovi accordi con Washington: «Siamo aperti al dialogo. Affronteremo i negoziati da una posizione di forza. L’Europa ha molte carte da giocare — dal commercio alla tecnologia, fino alle dimensioni del suo mercato. Ma questa forza si fonda anche sulla nostra disponibilità a prendere contromisure decise», ha detto la presidente della Commissione europea. In parole poverissime: prima reagire duramente, poi trattare.
L’Unione europea reagirà duramente, ma i dazi americani non saranno indolori. Secondo stime della Banca centrale europea, le tariffe statunitensi del venticinque per cento sulle esportazioni Ue potrebbe ridurre il Prodotto interno lordo dell’eurozona di 0,5 punti percentuali nel primo anno, mentre l’inflazione subirebbe un’ulteriore impennata, acuendo il dilemma di politica monetaria tra stimolo e contenimento dei prezzi.
La presidente Christine Lagarde ha già segnalato i rischi per la stabilità economica. Il dibattito è aperto: tagliare i tassi per sostenere la crescita o tenerli alti per domare l’inflazione importata? Gli analisti di Goldman Sachs stimano comunque che, in assenza di shock sulle aspettative, la Bce potrà continuare a tagliare i tassi fino al due per cento entro giugno.