Sovranismo anno zeroLa destra che voleva meno Europa oggi si lamenta perché la Germania fa da sola

Il cambio di passo tedesco costringe la Lega a fare i conti con le affermazioni del passato. Le vecchie battaglie contro Bruxelles si rivelano un boomerang. Ora mancano le idee su come adeguarsi alla novità

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Giancarlo Giorgetti, quando era responsabile Esteri della Lega, nel 2020 aveva suggerito a Matteo Salvini di portare gli allora ventinove eurodeputati della Lega (all’apice dei consensi) nel gruppo dei Popolari europei a guida tedesca. Perché era lì il centro del potere europeo. «Stiamo facendo le opportune valutazioni politiche. Siccome non siamo completamente tonti, ragioniamo», spiegava Giorgetti, che scongiurava di non finire nella ridotta dei sovranisti. Aveva anche previsto che la Cdu avrebbe avuto una torsione bavarese, più conservatrice. Magari sarebbe stata guidata dall’avversario di Angela Merkel, da quel falco Friedrich Merz, l’allievo dell’ex ministro Wolfgang Schäuble, grande amico di Giulio Tremonti.

Non se ne fece nulla. Salvini non era per niente convinto di finire con i rigoristi, accusati di avere tramato la caduta di Silvio Berlusconi, con i guardiani di un’Europa burocratica, oppressiva. Sapeva che ai democristiani di Berlino non piaceva tutto quel baciare ostentato di rosari, crocifissi, madonne, anelli cardinalizi, nemici di Papa Francesco. Lui, Salvini, che tifava apertamente Karol Wojtyla. Non poteva immaginare che si realizzasse la profezia di Giorgetti, che Merz potesse prendersi il partito di Merkel, che lo aveva emarginato. 

E invece le curve della storia portano in luoghi politici sconosciuti e imprevisti, come la regola costituzionale sul debito pubblico. Un totem teutonico che è stato abbattuto con un voto storico del Bundestag in cui si sono saldati Cristiano-democratici, Verdi e Socialdemocratici. A guidare la svolta è stato proprio Merz prima ancora di mettere piede nel palazzo della Cancelleria federale. Ora si prepara, con la nuova coalizione di centrosinistra, a una gigantesca iniezione di investimenti pubblici su difesa e infrastrutture: un bazooka da cinquecento miliardi di euro che ha spiazzato tutti gli europei. A cominciare dagli italiani.

Era stato lo stesso Giorgetti a sostenere che l’allentamento delle regole del Patto di stabilità sarebbe stato utilissimo perché avrebbe facilitato l’Italia e allentato il cappio del nostro mostruoso debito pubblico. Ora invece tutto il centrodestra è preoccupato da questa Germania che si riarma, che fa debito, che può permettersi di fare quello che a noi continua a essere impedito. Il pacifinto Salvini urla contro l’acquisto di armi dalle fabbriche tedesche e francesi, senza citare quelle americane dell’amico Donald Trump e senza considerare che i tedeschi costruiscono veicoli militari con gli italiani (Leonardo Rheinmetall Military Vehicles).

Il contrappasso della storia poi porta la destra italiana alla beffarda situazione di dividersi sull’opportunità di ricorrere alla clausola di salvaguardia per le maggiori spese militari. Berlino, due giorni fa, ha detto che chiederà a Bruxelles di poter percorrere questa strada. Roma attende. 

È la Lega a frenare. Non solo Salvini, che deve fare il bastian contrario, ma anche Giorgetti, che non solo non vuole per il momento ricorrere alla clausola di salvaguardia, ma esclude anche lo scostamento di bilancio per finanziare la difesa. «La flessibilità per la spesa – ha detto il ministro dell’Economia – non deve compromettere la sostenibilità dei conti pubblici e non deve far aumentare in misura significativa il debito pubblico».

Ma il tempo stringe, la Germania spiazza: entro giugno, Giorgia Meloni dovrà decidere se accedere alla clausola di salvaguardia e scorporare le spese della difesa, che non verranno conteggiate come deficit. Il ReArm fa litigare Giorgetti e Guido Crosetto, che non deflette. Salvini urla che spendere per le armi è una follia. Per il ministro della Difesa è una necessità per la sicurezza in generale, non per dichiarare guerra a qualcuno. Quando però si arriva al dunque, dopo avere pagato dazio alla sua famiglia politica europea, Salvini vota come vogliono Meloni e Antonio Tajani, allineato, e coperto.

È la destra che incorpora giocatori delle tre carte, con un passato che si ritorce contro e un presente funambolico. Che prende quello che fa più comodo e vorrebbe fuggire dalla responsabilità di spendersi per la sicurezza. Per fortuna lì dentro c’è ancora qualcuno con la testa sulle spalle.

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