StalloLe importazioni di alcolici europei in America sono già bloccate prima dei dazi

Le tariffe doganali su vino e spirits sono al momento soltanto negli annunci sia per l’Europa che per gli Stati Uniti, ma gli importatori americani hanno già fermato gli ordini per paura dell’imminente applicazione della tassazione da parte della Casa Bianca

Foto di Payam Moin Afshari su Unsplash
Foto di Payam Moin Afshari su Unsplash

Il mondo del vino statunitense e quello europeo sono fermi, dopo che il presidente Donald Trump ha minacciato dazi al duecento per cento su tutti gli alcolici comunitari in risposta all’annuncio europeo di tariffe doganali al cinquanta per cento sul whiskey americano.

L’Unione Europea ha preso tempo, rimandando l’entrata in vigore dei dazi al 13 aprile e confidando così di posporre anche l’eventuale ritorsione americana; tuttavia, anche se i dazi non sono ancora effettivi, il transito di merci è già stato preventivamente bloccato dagli importatori statunitensi per paura dell’entrata in vigore delle tariffe. «I dazi sono già applicati anche se non esistono: gli importatori americani hanno bloccato gli ordini, temendo di dover sostenere i costi, vista l’assenza di norme che escludano i prodotti in transito» ha spiegato Paolo Castelletti, direttore generale Unione Italiana Vini (Uiv).

In sostanza, nel momento in cui venisse presa la decisione di tassare anche i prodotti in transito, il dazio ricadrebbe sugli importatori e questo, in presenza di un dazio al duecento per cento, causerebbe un danno economico enorme a molte aziende. Così, diverse società di importazione hanno fatto circolare documenti ufficiali che invitano a bloccare gli ordini di vini europei nell’attesa che la norma venga definita, così da scongiurare una catastrofe.

«Abbiamo lavorato a stretto contatto con il ministro Tajani e con il ministro Lollobrigida, chiedendo l’esclusione di whiskey e vini dalla lista dei prodotti americani da daziare. Parliamo di un import europeo da 1,35 miliardi a fronte di un export Unione Europea verso Stati Uniti da 8 miliardi, la nostra richiesta è netta, salvaguardare il vino» ha dichiarato Castelletti. «L’applicazione di un dazio del 20-25 per cento comporterebbe la fuoriuscita di buona parte dei nostri prodotti dal mercato americano. Se dovesse salire al duecento per cento, quel mercato non esisterebbe più». Da solo, ricorda Uiv, l’export vinicolo italiano negli Stati Uniti vale quasi due miliardi di euro.

Rita Babini, presidentessa FIVI (credits Michele Purin)
Rita Babini, presidentessa FIVI (credits Michele Purin)

La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (Fivi), esprime preoccupazione. «Il rischio della tempesta perfetta è davvero alto. Più del settanta per cento dei nostri 1.800 soci esporta e quasi tutti hanno negli Stati Uniti il principale mercato di riferimento. Il 23 per cento vorrebbe farlo in futuro, ma a queste condizioni – avverte la presidentessa Rita Babini – diventerà praticamente impossibile. Chiediamo al Governo ogni sforzo diplomatico, prima di tutto per porre fine alla guerre commerciali, che danneggiano tutti indiscriminatamente, consumatori e produttori. E all’Unione Europea chiediamo quantomeno che l’agricoltura sia tenuta fuori dalle dispute, generate da altri settori. Servono anche sforzi maggiori per diversificare i mercati, sostenendo le aziende impegnate a farlo, soprattutto quelle medio piccole, attualmente di fatto escluse dai fondi Ocm Promozione. Servono nuove azioni di promozione intracomunitaria», afferma Babini.

Federvini auspica una soluzione ragionevole. «Molte aziende, tra cui la mia, hanno container in viaggio verso gli Stati Uniti che potrebbero non arrivare prima dell’applicazione della norma», commenta Micaela Pallini, presidentessa dell’associazione che riunisce produttori di vino, spirits e aceti. «Cosa succederà all’arrivo di queste merci non lo sappiamo, a quali dazi saranno soggetti, chi pagherà questi dazi e in quale maniera. È un momento difficile, siamo tutti molto tesi e ci auguriamo quanto prima che si trovi una soluzione diplomatica».

Intanto, anche tra le distillerie associate al Consorzio Nazionale Grappa si registrano sospensioni di ordini dagli Stati Uniti, rinviati di un mese o a data da destinarsi. Prima ancora dell’imbottigliamento, la stessa sorte tocca alle partite di packaging preparato in maniera specifica per i prodotti destinati al mercato americano. «Si tratta già di un primo danno dato dall’incertezza, che non permette ai nostri associati e ai loro partner negli Stati Uniti di programmare regolarmente il budget 2025, che molto probabilmente dovrà essere ridimensionato rispetto alle previsioni iniziali», commenta Sebastiano Caffo, presidente del Consorzio.

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