Seconda RepubblicaLa storia di un radicale entrato, quasi per caso, in Forza Italia

In “Quel che so di loro”, Elio Vito racconta la nascita del partito di Berlusconi: dalla mappa dei collegi disegnata a matita da Dell’Utri, fino al seminario per i nuovi parlamentari a Fiuggi

Lapresse

Ho assistito da vicino alla nascita di Forza Italia. Sul finire della mia prima legislatura, quella iniziata nel 1992, conobbi Silvio Berlusconi, a Milano, a una riunione che aveva allestito con Leonardo Mondadori.

Partecipai a quell’incontro per due ragioni. La prima è che fu Pannella a chiedermi di andare, lo aveva concordato direttamente con Berlusconi, con il quale erano in corso trattative per le elezioni politiche. La seconda ragione è che avevo partecipato ai lavori preparatori e conoscevo bene la nuova legge elettorale, il Mattarellum, con la quale si sarebbe votato alle elezioni successive, che si svolsero nel 1994.

Della discesa in campo in politica di Berlusconi si parlava da mesi sui giornali. I radicali e Pannella, con Berlusconi e con le sue aziende televisive, avevano da tempo buoni rapporti. I radicali, infatti, da sempre esclusi dalla televisione di Stato, avevano sostenuto, insieme ai socialisti, la nascita delle televisioni libere e private. Era nata pure, nella galassia radicale, grazie a Sergio Stanzani, TeleRoma 56; importanti giornalisti si sono formati lì e a Radio Radicale, letteralmente inventata e realizzata da Paolo Vigevano, un imprenditore concreto, che fu eletto pure lui, per una sola legislatura, con i radicali in Forza Italia. La scuola radicale non è servita, quindi, solo per la politica ma anche per il giornalismo.

La nuova legge elettorale, elaborata sapientemente da Sergio Mattarella, cercava di contemperare la esigenza di un inevitabile cambiamento e rinnovamento della politica, richiesto a gran voce dall’opinione pubblica dopo la fine della Prima Repubblica, con la necessità di offrire ai partiti tradizionali una possibilità di sopravvivenza.

Nella nuova legge elettorale, vi era, quindi, una quota di seggi assegnata in modo maggioritario, nei collegi uninominali (chi otteneva più voti nel collegio, veniva eletto) e una quota di seggi assegnata proporzionalmente. La quota maggioritaria era prevalente, il settantacinque per cento dei seggi.

A rendere più complessa la legge, per temperare l’effetto maggioritario, fu previsto il meccanismo del cosiddetto scorporo dei voti. Nella ripartizione dei seggi per la parte proporzionale venivano sottratti ai partiti i voti che erano serviti ai candidati da loro sostenuti nei collegi per vincere. È complicato, lo so, me ne rendo conto.

A Berlusconi i tecnicismi importavano poco ma aveva capito che con quella legge elettorale poteva vincere le elezioni. Così avvenne e ci riuscì in due modi. Il primo modo, fu diversificare, sdoppiandole, le alleanze politiche ed elettorali sul territorio nazionale.

Forza Italia, è noto, creò, infatti, due coalizioni distinte, una al Nord con la Lega e una al Sud con la destra (allora c’era ancora il Msi ma stava per trasformarsi, grazie a Gianfranco Fini, in Alleanza Nazionale).

Il secondo modo, fu questo. Forza Italia stava appena nascendo, non aveva candidati, solo i dipendenti delle aziende di Berlusconi. Si fece, allora, in modo che la competizione nei collegi elettorali fosse attratta da quella nazionale, svolta da Berlusconi. I candidati nei collegi erano poco o per niente conosciuti, non avevano, tranne pochi casi, alcuna esperienza politica, dovevano, necessariamente, scomparire e contare poco nella campagna elettorale.

Gli avversari politici fecero, invece, esattamente il contrario, puntarono sul radicamento nel territorio dei loro candidati. Furono sbaragliati, perché i loro candidati si trovarono a competere non contro l’avversario nel collegio ma direttamente contro Silvio Berlusconi, con i suoi manifesti, il suo sorriso, la sua bandierina.

Per noi radicali quella legge elettorale era perfetta. Storicamente, poi, i radicali sono sempre stati a favore del sistema elettorale anglosassone, che prevede, appunto, i collegi uninominali maggioritari.

Facemmo in questo modo: presentammo in tutta Italia, autonomamente, nella parte proporzionale, la Lista Pannella e candidammo, inoltre, in Forza Italia una pattuglia di radicali in alcuni collegi, in Lombardia e in Veneto, dove Forza Italia era alleata con la Lega ma non con il Movimento Sociale.

Per essere riconoscibili, ottenemmo che, nei collegi dove eravamo candidati, comparisse anche un nostro simbolo, una rosa stilizzata e il nome Riformatori. Pannella si candidò, invece, generosamente come sempre, pur sapendo di essere destinato alla sconfitta, in un collegio uninominale romano contro Gianfranco Fini.

La Lista Pannella, dove eravamo tutti candidati, per pochi voti non riuscì a superare lo sbarramento elettorale, fissato al quattro per cento, ottenne il 3,5 per cento. Ma noi, radicali riformatori candidati nei collegi uninominali con Forza Italia, fummo tutti eletti!

L’incontro tra noi radicali, con la nostra rigorosa concezione della politica e i nostri riti, tra i quali interminabili riunioni che somigliavano a immense sedute di terapie di gruppo, e Forza Italia, con la sua mentalità aziendale, fu comunque positivo, sia per noi che per Forza Italia.

Andiamo, però, con ordine, almeno ci provo. Decidemmo, Pannella decise, chi di noi dovesse tentare l’avventura nei collegi uninominali nelle regioni del Nord con Forza Italia. A trattare con Forza Italia per scegliere i collegi elettorali, andammo io e Peppino Calderisi, un instancabile e bravissimo ingegnere politico, a lungo parlamentare.

Incontrammo Marcello Dell’Utri, fu molto cortese, aveva davanti a sé una mappa dei collegi elettorali in tutta Italia nella quale scriveva a matita (e spesso, poi, cancellava) i nomi degli aspiranti candidati, molti erano suoi dipendenti, di Publitalia.

Con Calderisi, decidemmo di dividere le nostre candidature, quelle concordate da Pannella con Berlusconi per i radicali-riformatori, erano poco meno di una decina, in due gruppi di collegi ravvicinati, per poterci meglio sostenere a vicenda e fare campagna elettorale insieme.

Un gruppo di collegi era in provincia di Milano, l’altro gruppo era in provincia di Padova. Il gruppo di candidati nei collegi milanesi era guidato da Marco Taradash, ne facevo parte pure io; il gruppo di candidati nei collegi veneti era guidato da Emma Bonino, Calderisi era in quel gruppo di candidati. Fummo tutti eletti, come ho già detto, Pannella, incredulo, si complimentò.

Pannella era riuscito a ottenere i suoi eletti radicali in Parlamento, nelle liste di Forza Italia, nonostante la Lista Pannella non avesse raggiunto il quorum elettorale del 4 per cento.

Poi, il suo rapporto con Berlusconi si raffreddò; per pochi mesi Pannella, nel tormentato inizio di quella legislatura, nel 1994, aveva partecipato anche ai vertici del centrodestra, pure se noi radicali, non interessati, non eravamo entrati nel primo breve governo Berlusconi.

La rottura tra Pannella e Berlusconi fu dovuta, formalmente, all’arrivo nella coalizione di centrodestra di una parte dei popolari, guidata da Rocco Buttiglione. Ma nella loro rottura politica pesarono pure il fatto che Berlusconi avesse sostenuto esplicitamente Fini nel collegio uninominale (del resto, erano alleati!) di Roma dove era candidato anche Pannella e la nomina da parte di Berlusconi a Commissario europeo proprio di Emma Bonino. Pannella si era battuto per ottenere quell’importante nomina europea ma verso Emma Bonino ha sempre nutrito un senso, inconfessato, di rivalità.

Mi sono trovato così in Forza Italia, ecco svelato l’arcano. Successivamente, con Taradash e Calderisi demmo vita alla Convenzione per la riforma liberale, che portò anche alla candidatura, nel 1996, di autorevoli professori ed esponenti del mondo laico e liberale nelle liste di Forza Italia. Di questa bella e positiva esperienza, grazie alla quale fui rieletto in Parlamento con Forza Italia, parlerò più avanti.

Adesso, occorre dire che, prima dell’inizio della legislatura del 1994, Berlusconi mi chiese di tenere un seminario sul funzionamento delle Camere e sull’attività parlamentare alle centinaia di nuovi eletti in Parlamento di Forza Italia, che non avevano, comprensibilmente, la più pallida idea di come funzionassero le Camere. Noi radicali, invece, eravamo tra i pochi eletti che avevano in Forza Italia una qualche esperienza politica e parlamentare. Oltre noi, con qualche esperienza, c’erano Alfredo Biondi e alcuni socialisti, come Francesco Colucci, tutti amici personali di Berlusconi. I democristiani in Forza Italia arrivarono, invece, poco dopo.

Il seminario degli eletti in Parlamento con le liste di Forza Italia si tenne a Fiuggi. Avevo preparato, per l’occasione, delle semplici schede illustrative da distribuire e da far proiettare su uno schermo, con le varie fasi di esame parlamentare delle leggi in Aula (la discussione, gli emendamenti, le votazioni). Con altre schede, avevo descritto, inoltre, l’attività delle Commissioni parlamentari, nelle sue varie forme (sede referente, legislativa, consultiva, redigente). Avevo, infine, illustrato le modalità di svolgimento del sindacato ispettivo (interrogazioni, interpellanze) e dell’attività d’indirizzo parlamentare (mozioni, risoluzioni).

Quel breve seminario si rivelò per me un successo, i nuovi colleghi parlamentari di Forza Italia erano soddisfatti, Berlusconi mi ringraziò calorosamente. Ero entrato in Forza Italia.

Tratto da “Quel che so di loro. Trent’anni di un radicale in Forza Italia” (Rubbettino), di Elio Vito, 14€, pp.132