Indagini enoicheExport, enoturismo e nuove generazioni fanno bene alla cantina

Una ricerca svolta per Fivi dall’Invernizzi AGRI Lab di SDA Bocconi mostra i benefici portati alle aziende vitivinicole da ricambio generazionale, esportazioni, vendite dirette in azienda e investimenti green, analizzando le principali fonti di redditività e di crescita commerciale

Foto di Caroline Attwood su Unsplash

Se c’è un tema cruciale per le piccole aziende vitivinicole è quello della redditività. Nel 2024 l’indagine realizzata da Nomisma per la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (Fivi), intitolata “Il modello socio-economico dei Vignaioli Indipendenti per la sostenibilità della filiera vitivinicola italiana”, aveva evidenziato come prima sfida per il futuro dei vignaioli quella della redditività. A fronte di un continuo aumento dei costi, è infatti sempre più complesso per i piccoli produttori destreggiarsi tra spese e investimenti, facendo contemporaneamente fronte alle problematiche che caratterizzano il settore, come ad esempio i cambiamenti climatici.

Per questa ragione, Fivi ha deciso di approfondire il tema della sostenibilità economico-finanziaria delle proprie cantine associate, con particolare attenzione ai determinanti del fatturato, ai modelli di finanziamento dell’attività di impresa, alla transizione ecologica e ai passaggi generazionali, coinvolgendo nella ricerca l’Invernizzi AGRI Lab di SDA Bocconi School of Management, grazie al sostegno della Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi e di Crédit Agricole Italia. Il risultato è una mappa della redditività delle aziende vitivinicole verticali, che prende in analisi le risposte di circa 350 intervistati e che evidenzia l’importanza dell’export, ma anche i benefici portati dall’ingresso delle nuove generazioni, dagli investimenti sostenibili e dall’enoturismo.

Rita Babini, vignaiola e presidentessa di Fivi (credits Fivi)
Rita Babini, vignaiola e presidentessa di Fivi (credits Fivi)

L’importanza dell’export
Nell’ultimo triennio, il 51 per cento dei soci Fivi ha dichiarato un aumento del fatturato e il ruolo dell’export appare determinante. Tra le aziende che hanno indicato una crescita sostenuta o moderata, infatti, il 45 per cento presenta un’elevata percentuale di ricavi derivanti dalla vendita di vino all’estero. «Più del 70 per cento dei 1.800 soci di Fivi esporta, mentre il 23 per cento vorrebbe farlo in futuro», afferma la presidentessa di Fivi, Rita Babini. Tuttavia, l’attuale congiuntura internazionale non facilità certo il lavoro. «Quasi tutti i soci hanno negli Stati Uniti il loro principale mercato di riferimento ma, alle condizioni che si stanno realizzando, commerciare diventerà difficilissimo e verrà a mancare uno dei determinanti positivi di fatturato per i Vignaioli italiani», specifica Babini. «Per questo chiediamo al Governo di continuare a mettere in campo tutti gli sforzi diplomatici possibili per porre fine alle guerre commerciali e salvaguardare un settore fondamentale come quello primario».

L’enoturismo che aiuta il fatturato
C’è un altro driver che, quando presente, sembra sostenere lo sviluppo aziendale e questo driver è l’enoturismo. Le aziende che hanno segnalato un trend di ricavi in crescita (moderata o sostenuta) evidenziano anche un peso maggiore dell’enoturismo e delle vendite dirette, dalle quali deriva in media il 31 per cento dei ricavi per le aziende intervistate. Una quota che si avvicina sempre di più a quella dei ricavi derivati dalle vendite verso il canale horeca (36 per cento). Inoltre, le aziende con una percentuale superiore di vendite verso questi due canali presentano anche un miglior andamento del fatturato. Al contrario, chi ha una maggiore percentuale di vendita a grossisti o altri intermediari sembra evidenziare anche un andamento del fatturato inferiore rispetto alla media del campione.

Rose ai margini di un vigneto (credits Roccasanta)

I benefici del ricambio generazionale
A che punto siamo, dunque, con il passaggio di testimone all’interno delle cantine? Il processo è in corso e segue il naturale andamento delle stagioni della vita. Secondo la ricerca, nel 47 per cento delle aziende intervistate questo cambiamento è già avvenuto, mentre il venti per cento lo sta pianificando e il 25 per cento non ne avverte ancora il bisogno. Quando la nuova generazione subentra alla guida dell’azienda, in molti casi quella precedente resta presente e affianca gradualmente il passaggio, soprattutto quando i nuovi conduttori sono al di sotto dei 40 anni, ma anche oltre, fino ai 55.

Nelle aziende in cui il passaggio generazionale è già avvenuto, i rispondenti all’indagine evidenziano anche diversi benefici. Al primo posto c’è l’innovazione nei prodotti e nei servizi, indicata dal 22 per cento dei produttori di vino, accanto alle nuove opportunità commerciali (21 per cento). Il 18 per cento delle aziende segnala anche un aumento della redditività e, a seguire, l’incremento delle competenze digitali per il marketing (16 per cento), l’ottimizzazione dei processi produttivi (14 per cento) e una riduzione dei costi operativi (nove per cento).

C’è una connessione tra sostenibilità e redditività
Tra i quesiti posti ai vignaioli ci sono stati anche quelli sulle pratiche a ridotto impatto ambientale e tutti gli intervistati hanno dichiarato di compiere almeno un’azione sostenibile. La maggioranza delle aziende (57 per cento), pratica l’agricoltura biologica e un 16 per cento ha dichiarato di aver ridotto l’impiego di pesticidi in vigna, mentre appare più contenuta la percentuale di produttori che opera nell’ambito delle certificazione biodinamica. Sale invece fino a un quinto la quota di vignaioli che fa ricorso a energia da fonti rinnovabili.

E il risultato? Sembra che gli investimenti in sostenibilità siano collegati a una maggiore redditività. È quanto evidenzia la maggior parte delle aziende, indicando un impatto prevalentemente positivo o non negativo, indipendentemente dalla classe di fatturato aziendale. Attenzione però, l’impatto più positivo degli investimenti in sostenibilità è percepito soprattutto sul fronte dell’immagine aziendale.

Il driver di crescita di cui nessuno parla
C’è tuttavia un aspetto del lavoro dei piccoli produttori che è difficile da tradurre in dati, si tratta dell’impegno che, al di là del ritorno economico e del bilancio aziendale, i vignaioli mettono nel proprio lavoro. «Per quanto riguarda le ricerche, c’è sempre una parte di attività che è difficile da quantificare e che non riguarda le statistiche né i numeri, cioè l’impegno affettivo quasi e anche immateriale che si pone sul lavoro, e c’è un valore maggiore che riguarda la tutela del territorio» spiega la presidentessa Babini. «Ricordo che siamo tutti vignaioli, quindi si tende a parlare del vino quando questo finisce nel bicchiere, ma il nostro lavoro comincia a monte. Ecco, mi dispiace molto che questo al momento non sia ancora riconosciuto come dovrebbe».

Un accesso più semplice a fondi e finanziamenti potrebbe in questo senso incentivare il lavoro dei produttori. «La semplificazione dell’accessibilità alle misure di investimento potrebbe essere uno strumento vincente. Potrebbe permetterci di usufruire di fondi che comunque a livello europeo sono stanziati e verso i quali noi non riusciamo a procedere, perché appunto sono procedure troppo articolate e complicate per noi. Siamo vignaioli, continuo a ripeterlo, quindi tutto il lavoro che prescinde dal lavoro in campo e dal lavoro in cantina è un’attività ulteriore, per la quale servono competenze specifiche». Un aspetto che le istituzioni dovrebbero prendere in considerazione, soprattutto alla luce della panoramica sulla redditività mostrata nella ricerca e rispetto al presidio fondamentale delle aziende sul territorio.

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