
Il 18,9 per cento della popolazione italiana vive in famiglie a rischio di povertà, perché il loro reddito è inferiore al sessanta per cento di quello mediano. Una percentuale che nel 2024 è rimasta analoga a quella del 2023 e un po’ più bassa di quella di alcuni anni fa o dello scorso decennio.
A essere cambiato, però, è il modo in cui la povertà colpisce i diversi segmenti della popolazione ed è qualcosa che ci dice molto di come sta mutando il nostro tessuto sociale. Il cambiamento non riguarda i soliti divari tra Nord e Mezzogiorno o tra italiani e stranieri, che, anzi, sembrano ridursi, al punto che il tasso di povertà di che vive e lavora in Italia ma ha passaporto estero è sceso del 4,9 per cento nel 2024. Riguarda, invece, gli anziani, quelli che perlomeno dall’inizio del secolo sembravano essere i più fortunati, coloro che più di altri erano stati risparmiati dal declino economico italiano.
Ebbene, i dati dell’Istat ci dicono che il loro rischio di povertà è cresciuto ben più della media negli anni, lentamente, tra alti e bassi, ma inequivocabilmente. Nei dieci anni tra 2014 e 2024 quello dei nuclei in cui ci sono due o più anziani è salito del 3,6 per cento, dal 9,2 al 12,8 per cento, mentre quello delle famiglie in cui di anziani ce n’è uno solo dal 18 al 19,6 per cento, superando quindi la media. Il tutto mentre il rischio di povertà italiano nel complesso scendeva di mezzo punto.
Dati Istat
Ancora più evidente è l’incremento degli indigenti in quei nuclei in cui chi ha più di sessantacinque anni è la persona di riferimento, colui o colei che ha le entrate maggiori. Nel caso degli anziani che vivono soli il rischio di povertà ha raggiunto il ventisette per cento nel 2024, il 4,2 per cento in più rispetto al 2014, mentre nel segmento di chi abita solo, sì, ma ha meno di sessantacinque anni questo indicatore è rimasto stabile e inferiore.
Ancora maggiore è stato l’aumento per le coppie anziane senza figli, una volta tra le fasce sociali in cui era più difficile trovare indigenti: oggi il rischio di povertà per loro è del 14,1 per cento, il massimo, di cinque punti maggiore di quello del 2014 e ormai superiore a quello delle coppie senza figli più giovani.
Dati Istat
Viceversa, c’è una riduzione della povertà nelle famiglie in cui sono presenti minori, in particolare in quelle in cui questi sono due, nel loro caso l’anno scorso è scesa al 21,4 per cento, il minimo mai toccato, il 2,9 per cento meno di dieci anni prima. Giù, del 2,2 per cento nello stesso periodo, anche l’indigenza dei nuclei con un solo minore, certamente più numerosi.
Dati Istat
Nel caso della classica coppia con due figli, una volta simbolo della famiglia italiana, ecco che si assiste al maggior calo del rischio di povertà, che è sceso del 4,3 per cento in dieci anni, dal 21,2, ovvero sopra la media nazionale al 16,9 per cento, al di sotto. Riduzione analoga, anzi, leggermente superiore, è quella di cui hanno beneficiato anche i monogenitori. C’è stato invece un aumento dell’indigenza per le coppie senza prole, molte delle quali del resto anziane, ma anche per quelle con un solo figlio, dell’1,2 per cento.
Dati Istat
La minore povertà delle famiglie con figli, in particolare quelle in cui sono più di uno o in cui c’è un solo genitore, è un’ottima notizia, ma a cosa è dovuta? Solo a un migliore welfare, vedi assegno unico, per i nuclei numerosi, o c’è anche altro? Forse a incidere è anche un altro aspetto, è il fatto che questi nuclei familiari sono meno, in particolare quelli più numerosi.
Secondo l’Istat le coppie con figli sono il 29,2 per cento delle famiglie, nel 2014 erano il 36,1 per cento e nel 2003 il 42,2 per cento, significa che potrebbe esserci una sorta di autoselezione, in base alla quale solo chi ha già in partenza un buon reddito decide di fare dei figli, e tra questi solo chi è in una situazione economica molto solida ne ha più di uno. Questo spiega anche la differenza tra il trend in salita della povertà delle coppie con il figlio unico, che sono ancora numerose, e quello opposto delle coppie che ne hanno due, numericamente in caduta libera, e sempre più benestanti.
È in quest’ottica che va probabilmente letta la riduzione del rischio di indigenza tra i nuclei numerosi, di quattro componenti, sceso dal 21,5 al 17,5 per cento, sotto la media e non lontano da quello delle famiglie con due o tre persone, mentre sale la povertà tra chi è da solo, ora al venticinque per cento.
Dati Istat
Potrebbe avere influito su questi numeri anche l’aumento occupazionale degli ultimi anni. Del resto, il rischio di povertà dei nuclei con, come reddito principale, il lavoro dipendente, è sceso ai minimi, il 12,5 per cento e ciò ha contribuito alla minore indigenza di quelle famiglie in cui un genitore ha trovato lavoro. Ancora di più è diminuito tra gli autonomi, del 4,9 per cento in dieci anni, ma anche qui conta una sorta di autoselezione, cioè il fatto che le partite Iva sono sempre meno, di fatto lo sono rimasti coloro che possono permetterselo, avendo un reddito più che adeguato. Al contrario, questo è il dato fondamentale, sono aumentate le famiglie di pensionati poveri, erano il 20,8 per cento del totale nel 2014, sono diventate il 25,7 per cento nel 2020 e sono rimaste poi su quei livelli.
Dati Istat
Dietro l’apparente stabilità del dato sulla povertà c’è in atto una trasformazione importante, il cui risultato è, per esempio, la riduzione dal 12,1 al 2,8 per cento del gap tra l’indigenza delle coppie anziane senza prole e quella delle coppie con due figli.
In entrambi i casi è il risultato della crisi economica e demografica: la prima ha parzialmente influito sulla seconda, per esempio riducendo il numero di famiglie numerose, che ora sono più frequenti tra i benestanti, mentre il calo delle nascite ha imposto politiche previdenziali sempre meno generose. Oggi, quindi, comincia a farsi sentire l’effetto del calcolo contributivo, che abbassa il rapporto tra l’ultimo stipendio e il primo assegno pensionistico, nonché della riduzione di molte agevolazioni per i pensionandi.
Dati Istat
Siamo forse alla fine di un’epoca, è ormai già presente quel futuro di cui trentenni e quarantenni da molto tempo sono stati avvertiti da parte degli economisti, un futuro fatto di una vecchiaia povera, caratterizzata da pensioni, basse, anche per le carriere discontinue. Allo stesso tempo la crescita occupazionale, anch’essa collegata alle dinamiche demografiche, attenua la povertà di chi è in età da lavoro, ma non al punto da fare risalire la natalità.
Il reddito diventa oggi uno dei parametri in base ai quali si sceglie di avere dei figli, e non viceversa, figli che sono una sorta di lusso per pochi e, anzi, in un certo senso, diventano un indicatore di minore povertà. Diventare vecchi invece non è una scelta, ma il destino di tutti, è per questo che oggi la crescente indigenza dei sempre più numerosi pensionati è più preoccupante di quanto siano confortanti le migliori condizioni economiche delle sempre più rare coppie con figli.