Non è FrancescaLe parole di Mannocchi, e i malati immaginari dell’Instagram

Ormai è tutto uguale, la prosa accurata e quella sciatta, le patologie reali e quelle da cuoricini, i giornalisti di guerra e quelli da red carpet

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Francesca Mannocchi fa la giornalista, qualunque cosa questa slabbratissima parola significhi. Nel suo caso non significa che va alle serate mondane a cercare di farsi dire qualcosa dagli attori, o che racconta l’ultima puntata dell’ultimo reality, o che comunica ai lettori che forse Tizia e Caio si sono lasciati perché lei ha fatto unfollow a lui.

Sono tutti giornalisti: quelli dei profili elencati, e quelli cui Bill Burr ha detto che devono ricominciare ad avere le palle, e Francesca Mannocchi, che se ne va in giro per zone di guerra a raccontare cose che non solo non racconta nessuno di noi (mi ci metto dentro anch’io, che non ho mai dato una notizia in vita mia ma scrivo sui giornali da più o meno metà della mia vita), ma di cui nessuno di noi ha neppure voglia di leggere.

Francesca Mannocchi ha la sclerosi multipla, che è una malattia così del cazzo che, ogni volta che Francesca Mannocchi mi fa innervosire, io penso che al posto suo sarei molto più nevrotica di lei, molto meno allegra di lei, molto più melodrammatica di lei. Che ha la sclerosi multipla lo sanno tutti, ci ha persino scritto un libro (“Bianco è il colore del danno”, Einaudi).

L’altro giorno Francesca Mannocchi ha aperto Instagram e ci ha scritto dentro un po’ di righe di quelle che abbiamo tutti – pure noi fortunati che non abbiamo malattie così stronze – avuto prima o poi voglia di scrivere: sui posti per le analisi nella sanità pubblica che non ci sono, sulla fortuna di potersele pagare privatamente ma la frustrazione di sentirsi abbandonate. Un paese ci vuole, direi se fossi quel genere di citazionista (sono un altro genere di citazionista, un genere peggiore), e a volte sembra che non ci sia.

Non so perché non l’abbia scritto su un giornale (poi ha elaborato più ampiamente sulla Stampa), probabilmente senza una ragione: a volte uno fa anche delle cose perché gli va in quel momento, non è che proprio tutto tuttissimo sia strategia. Quando il suo post aveva già più di mille commenti, le ho scritto cazziandola (mia nonna avrebbe detto: sempre una parola di conforto).

Lei, che ha deciso di guadagnarsi il Nobel per la Pace non mandandomi mai a quel paese, mi ha detto che molti le stavano scrivendo nei commenti che il problema della sanità pubblica sono anche quelli che vanno a intasare il pronto soccorso per farsi dare l’aspirina, come non si dovrebbe fare «in un paese civile». Io le ho detto che dove c’è un’illusione di gratuità c’è un abuso, e infatti in tutti i paesi in cui c’è la sanità pubblica essa è al collasso, qualunque cosa significhi «civile».

Le ho detto anche che non credo che la destra sia brutta e cattiva e per questo non metta più soldi nella sanità pubblica, per la semplice ragione che a qualunque schieramento politico piacerebbe intestarsi la creazione di diecimila nuovi posti di lavoro da tecnico della risonanza, che oltre a creare occupazione farebbero lavorare su più turni i macchinari smaltendo più velocemente le liste d’attesa. Però quei diecimila stipendi in più poi devi pagarli (non eravamo sull’internet, quindi non è intervenuto nessuno a obiettarci però i soldi per il riarmo li trovateeee).

Quel giorno a Nanni Moretti è venuto un infarto, e questo ha fatto sì che tutti quelli della mia età abbiano pensato più del solito alla sanità pubblica, perché la risonanza per una malattia cronica puoi pagartela, ma l’infarto del miocardio se non c’è un pronto soccorso efficiente a gestirtelo non c’è benessere economico che ti salvi. Per gli italiani della mia età, Nanni Moretti è un pezzo di paesaggio irrinunciabile, e quindi ci abbiamo pensato più del solito. Poi è successa una cosa assai minore, che è la ragione per cui sto scrivendo questo articolo ora.

È accaduto che la funzione “esplora” di Instagram mi abbia proposto un post con varie schermate di fumetto, che cominciavano così: «Ho la sclerosi multipla. Lo Stato mi ha dato due opzioni: “Paghi oppure muori lentamente”». Di sclerosi multipla non si muore, quindi già sapevo, senza andare a rileggere, che quella non era Mannocchi, che appartiene alla corrente filosofica del «di precise parole, si vive, e di grande teatro».

La tizia del fumetto, poi, ha gli occhi azzurri, e avrà ventidue anni. Non è Francesca, direi, fossi quel genere di citazionista. Vado avanti con le immagini. «Riattacco. Respiro. Piango». Sembra la parodia di Oriana Fallaci scritta da Michele Serra in “44 falsi” (che prima o poi Feltrinelli ci farà la grazia di ristampare).

«Hanno diviso i malati in “pazienti” e “clienti”. I primi restano in attesa, i secondi vengono curati. Hanno dato un prezzo al dolore». C’è una citazione di Nanni Moretti per tutto, c’è anche per questa rielaborazione persino più fantasiosa dei virgolettati nei titoli delle interviste, e quella citazione è dell’89 ma la ricordiamo tutti: «Io non parlo così, io non penso così».

E infatti le parole non sono di Mannocchi, ma di tal Adamo Romano, nome d’arte (vabbè) Maledizione, secondo le biografie che ne trovo on line nato a Torre Annunziata e «primo AI artist d’Italia». Secondo la sua biografia scritta sulla pagina Instagram, «Disegno per dar voce a chi non ne ha» (ma, se usa l’intelligenza artificiale, mica disegna lui: vabbè, ulteriori imprecise parole).

C’è il minuscolo dettaglio che Francesca Mannocchi è tutt’altro che senza voce: scrive sui giornali, pubblica libri, va in televisione. Ha meno follower di Romano (centosettantunomila a cinquecentoquarantacinquemila), ma fuori dal mondo dei cuoricini esiste, Romano no. Certo, «Disegno per prendere i cuoricini» è una biografia meno struggente.

Al premio Mark Twain, Bill Burr si è indispettito con una giornalista che sul tappeto rosso gli ha chiesto di Luigi Mangione, il ragazzo americano che ha ucciso il dirigente d’un’assicurazione sanitaria. «Non sono qui per darti la polemica con cui fare i clic», ha detto alla tapina raccoglitrice di momenti sperabilmente virali. Lei non ha avuto la presenza di spirito di dire che glielo chiedeva non per sé ma per il bene di lui: perché avesse una voce.

Mannocchi ha garbatamente fatto presente a quello che disegnava per darle voce che lei non parla così, lei non pensa così (non ha neanche gli occhi azzurri e il primo piano in lacrime, diversamente dalla Francesca delle fantasie di questo derelitto).

Lui ha cancellato il post, ma ha pubblicato due storie passivoaggressive in cui precisava che gli dispiaceva molto «per coloro che, invece, si erano sentiti rappresentati», perché è il 2025 e questo conta: che tu, che non hai trovato posto per fare qualche esame, potessi specchiarti in una storia scritta in una prosa povera epperciò più alla tua portata (Mannocchi, nel suo post, cita persino Tina Anselmi: finiamola, radicalscì che non siamo altro, di far cadere dall’alto la cultura, la gente non capisce, la gente ha già tanti problemi, la gente vuole il disegnetto che piange e gli slogan come «un prezzo al dolore», la gente Tina Anselmi non l’ha mai sentita nominare, roba in bianchennero, figuriamoci).

Nei commenti che avevo salvato prima che il tizio cancellasse i suoi preziosi disegnetti, c’era quello d’una tizia che diceva che quest’anno ha speso cinquemila euro di analisi per la fibromialgia, che «i medici liquidano senza indagare». Strano che liquidino una malattia immaginaria, non vogliamo fare una bella proposta di legge per la tutela dalle malattie immaginarie?

Io lo so che ormai è tutto uguale, la prosa accurata e quella sciatta, le malattie immaginarie e quelle reali, Francesca Mannocchi con la sclerosi multipla e Adamo Romano con l’acufene (giuro, c’era sotto al suo stesso post un commento di cento righe in cui ci dettagliava quanto fosse grave che il suo acufene non fosse stato curato prontamente), i comici e i giornalisti.

Bill Burr dice ai porgitori di microfono sul red carpet che lui non ha intenzione di rispondere sul Medio Oriente, andava male a scuola, non è la persona giusta, bisogna che i giornalisti la smettano di chiedere la carità di opinioni sull’attualità ai comici, non è dignitoso; e ha ragione, ma la rivoluzione non la fa chi la dovrebbe fare, mica la faremo oggi qui, no? No. Però, visto che oggi qui certo non risolveremo i guasti della sanità pubblica né quelli del Medio Oriente, forse possiamo occuparci d’un dibattito più alla nostra portata: a chi appartengono le nostre parole?

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