Gotico romanticoLo sguardo di Stefano Gallici dietro i codici di stile di Ann Demeulemeester

Un sogno che si articola tra gli spazi sterminati della west coast, sulle note irriverenti di una chitarra elettrica, alla ricerca di autenticità. È la cifra stilistica di un direttore creativo che racconta della sua smisurata fede nelle possibilità che ogni giorno nuovo ci concede

La collezione s/s 25 è un mix tra la decadenza del romanticismo e l’anima ribelle del rock

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Etc dedicato al tema della Fede. Disponibile nelle edicole di Milano e Roma, negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia, e ordinabile qui(senza spese di spedizione) 

Quando a soli 23 anni, nel 1971, Robert Plant scrisse il testo di Stairway to Heaven, non sapeva che quella composizione sarebbe diventata un inno trans-generazionale, con posti sul podio in qualunque classifica esistente (miglior assolo di chitarra, miglior canzone, etc), ma di certo era consapevole della necessità di infondere in chi lo ascoltava un senso di speranza, di fronte a un mondo che sembrava andare in frantumi. 

«Era un periodo importante, il mondo era diverso e c’erano tensioni e problemi, dalla guerra in Vietnam alla corruzione politica. C’erano artisti molto più eloquenti di me che hanno fatto un lavoro migliore nell’affrontare le questioni e arrivare al punto. Io ho dipinto un quadro», disse un paio di anni fa in un’intervista a Rolling Stone. Un quadro capace di essere colto, con la stessa dolente intensità, anche diverse decadi dopo, da un ragazzo nato nel 1996, a Teor – lillipuziana frazione in provincia di Udine – che cita il verso “There’s a feeling I get, when I look to the West” per spiegare la fascinazione imperitura che prova, sin da bambino, per un luogo geografico che incarna lo spirito di quei vasti spazi americani, dominati esclusivamente dalla natura, che portano l’animo a interrogarsi sulle molteplici possibilità di reinvenzione, nonostante tribolazioni e tormenti. «Anche Bret Easton Ellis in Meno di zero, uno dei miei libri preferiti, cita quel verso nell’esergo», sostiene quel 28enne, che poi è Stefano Gallici, direttore creativo di Ann Demeulemeester, seduto nel suo ufficio a vetri, nell’headquarter di Antonioli, gruppo che detiene la proprietà del brand dal 2020.

L’estetica di Gallici parte da atmosfere che sono apparentemente dark, ma che riportano alla luce tutto il coté decadente del romantico

Capelli ricci e corti come un chitarrista di un gruppo indie con base a Los Angeles, riservato e reticente a concedere interviste – «non mi sento mai molto a mio agio», mi confida –, indossa una t-shirt a maniche lunghe sotto una giacca senza maniche a quadri blu e neri, con sul petto una foto incastonata in una spilla. 

«È Dylan Reider, lo skater scomparso nel 2016: è una sua foto da piccolo, dicono che gli assomigli», spiega. E proprio nel 2016 Gallici ha iniziato lo Iuav, l’Università di Venezia nella quale si è formato nell’arte della costruzione di un immaginario, con conseguente guardaroba. «Un mese dopo aver iniziato la scuola, Raf Simons ha lasciato Dior e si iniziava a parlare di Vetements, che era nato l’anno prima. Era un momento piuttosto effervescente nel settore moda. Se però devo pensare a cosa mi ha avvicinato a questo mondo, devo andare un po’ più indietro, agli anni dell’adolescenza, quelli nei quali si viveva su Tumblr. Nel 2012 Hedi Slimane è tornato da Saint Laurent, Lana Del Rey pubblicava i videoclip di Blue Jeans e Born to die, quelli nei quali c’era Bradley Soileau, il modello vestito solo di jeans e tatuaggi che incarnava la mitologia del ribelle di James Dean. Insomma, quell’estetica che proveniva dall’universo della musica rock, era ripresa in una forma patinata, e mi ha portato a pensare che fosse una materia che si poteva studiare».

L’estetica di Gallici parte da atmosfere che sono apparentemente dark, ma che riportano alla luce tutto il coté decadente del romantico

E a guardare la collezione primavera-estate 2025, si capisce quanto quei riferimenti musicali, mischiati a una certa epica tutta cinematografica che va da Dennis Hopper in Easy Rider a Paura e Delirio a Las Vegas scritto dal vate del gonzo journalism Hunter S. Thompson, rivivano su una passerella di un edificio industriale cosparsa di gigli. 

Anticipata da una performance live del chitarrista Marco Fusinato, nella collezione i vestiti ariosi, in pizzo, si indossano con un denim morbido, le camicie con collo lavàlliere sono quelle che avrebbe scelto Jimi Hendrix se avesse aderito alla religione del total white; i completi gessati si rivoluzionano nelle proporzioni con la giacca cropped e il pantalone over, e si indossano con t-shirt consumate dalla vita e dagli usi; i boot alti si portano con le fibbie slacciate, perché la rivoluzione giovanile non può attendere; in testa, fasce di pizzo o gioielli in argento incorniciano il volto, a regalare misticismo a questi novelli missionari convertiti al culto eterno del rock, nato negli anni Settanta e poi tornato a sedurre altre generazioni nei primi Duemila, grazie anche al lavoro di stilisti come Hedi Slimane.

Una figura, quella dell’elusivo stilista francese, con il quale Gallici condivide una serie di ossessioni e casualità numeriche: entrambi nominati direttori creativi per la prima volta a 27 anni; entrambi cultori e avidi fruitori della musica e della mitologia che arriva dalla West Coast; entrambi riservati al punto da apparire sfuggenti; entrambi con una passione per la macchina fotografica. Gallici deflette però timidamente qualunque tipo di professionalità con il mezzo, sebbene ritragga spesso artisti e musicisti che ispirano il suo lavoro, da Stella Rose Gahan – figlia del Dave fondatore dei Depeche Mode – a October, cantante neozelandese della band October and the Eyes, in un diario visivo che fa parte del progetto Kids, visitabile sul sito del brand.

Nel 2020 Ann Demulemeester viene acquisito dal Gruppo Antonioli, e nel 2023, il giovane stilista Stefano Gallici, nato nel 1996, diventa direttore creativo. Il suo stile unisce influenze gotiche, romantiche e androgine a una forte impronta minimalista e decostruzionista

«Non mi reputo assolutamente un fotografo, la macchina fotografica è un oggetto che mi piace portarmi dietro da quando andavo a sentire i miei amici suonare, o a suonare ero io. Mi piace la grana dell’analogico, l’Ilford HP5 (pellicola per foto in bianco e nero, ndr) con il quale scatto continuamente, le macchine point and shoot, nel mio lavoro non c’è una tecnica vera e propria di messa a fuoco, o un’evoluzione della metodologia. Il desiderio con Kids era solo scattare delle persone che per me sono parte integrante dell’universo che mi ispira». A ispirarlo, in maniere visibili e sotterranee, è anche la fondatrice del brand, il cui carisma ha attratto Gallici da ben prima di divenire direttore creativo. 

«Quando, a fine del percorso scolastico abbiamo dovuto fare la richiesta di stage, mi sono reso conto che le candidature da Ann Demeulemester erano già esaurite. Quindi ho optato per uno stage da Haider Ackermann, che all’epoca faceva parte dello stesso gruppo di Ann, il 32BVBA. Volevo andare via dall’Italia, ed essere fisicamente vicino a quel mondo che aveva ispirato lei, e Anversa è stata una culla creativa che ho amato, anche oggi vado spesso a fare ricerca lì. È stato il luogo dove ho scoperto la new wave che tanto ispira Raf Simons, in Friuli i miei amici ascoltavano un rock più “dritto”» . Ed è stato proprio ad Anversa, durante i lavori di riapertura della boutique del brand, nel 2020, che Gallici – all’epoca già transitato nell’ufficio stile di Ann Demeulemeester – ha incrociato per la prima volta la creativa. I due, però, hanno avuto modo di conoscersi più a fondo nel 2022, quando, complice la cornice del Pitti, alla Leopolda, è andata in scena una installazione dedicata ai 40 anni del brand, incapsulati in altrettanti look. 

Coinvolto nell’installazione, Gallici ammette di aver sperimentato «un’esperienza quasi trascendentale. C’era lei che mi spiegava ogni dettaglio di ogni abito, ha sfatato leggende popolari, mi ha raccontato aneddoti sconosciuti, abbiamo parlato di moda e design, è stato straniante vederla insieme al suo team storico, gente che ha lavorato per lei per anni e che poi, dopo che lei ha abbandonato la moda, ha scelto di fare tutt’altro».

L’estetica di Gallici parte da atmosfere che sono apparentemente dark, ma che riportano alla luce tutto il coté decadente del romantico

Ad Ann Demeulemeester, che il brand lo ha fondato nel 1985, undici anni prima della nascita di Gallici, lui stesso riconosce, oltre che una genialità conclamata nel leggere il suo tempo, anche un’autenticità nel volersi circondare di anime alle quali si sentiva legata da affinità elettive. «Ann l’ho scoperta grazie a un vinile, scovato tra quelli di mio padre. A volte restavo così affascinato da una copertina, che non sentivo il disco se non anni dopo. Penso a Rumors dei Fleetwood Mac, o Amanda Lear in Mugler sulla copertina di For your pleasure dei Roxy Music. E poi ho visto la copertina di Horses, un’immagine oggi nota a tutti, che ritrae Patti Smith con indosso una camicia di Ann. Quel capo era parte di un set di tre camicie che Ann aveva inviato gratuitamente alla cantante, perché, pur senza conoscerla, l’aveva trovata interessante sin dagli inizi, e poi quel sodalizio artistico è durato per decenni. 

«Ogni tanto cerco di immedesimarmi, e pensare a come può essere stato per una ragazza avere vent’anni in Belgio, e ascoltare per la prima volta Because the night: non è una canzone che ascolto spesso oggi, ma ha la potenza di una parabola evangelica, non credi? E allora, conoscendo Ann, mi viene da pensare che scegliere Patti Smith come musa è stata una scelta naturale, quasi obbligata, di certo precisissima».

Un discorso, il suo, che risuona come dolorosamente idealista in un ecosistema, quello della moda attuale, nel quale i testimonial vanno e vengono, scelti sulla base dei follower sui social o dell’area demografica di riferimento, spesso senza contezza o senza una reale vicinanza al brand che pur rappresentano per una stagione o poco più. E forse quell’idealismo assoluto che è prerogativa di chi ha la gioventù dalla propria, o semplicemente è incapace di compromessi, lo ha riconosciuto la stessa Ann Demeulemeester, che è stata presente in prima fila a tutte le sfilate curate da Gallici sino a oggi, a testimoniare una sorta di tacita approvazione del suo lavoro. Un’approvazione che è stato però Gallici a chiederle, quando gli è stata proposta la direzione del brand.

La collezione s/s 25 è un mix tra la decadenza del romanticismo e l’anima ribelle del rock

«L’ho chiamata al telefono, le ho chiesto se a lei andava bene», ammette lui. «Non avrei potuto accettare altrimenti. Oggi mi piace sentirla prima delle sfilate, mandarle una panoramica generale di quello che presenteremo, non per una questione di ruoli, ma perché è una persona con la quale ho voglia di condividere idee, ci scambiamo spesso messaggi dove ci consigliamo libri o musica. Non siamo sempre in accordo, ovviamente, ma nel mio lavoro credo sia anche una sfida affascinante: far incontrare la sua visione, l’heritage, i suoi canoni, con quelli che sono i miei riferimenti. 

Certo, in passato c’è stato il timore nel confrontarsi con un personaggio così importante, ma ho deciso di affrontarlo cercando di essere concreto e onesto nei confronti del lavoro di Ann e del mio». La devozione nei confronti della fondatrice – che lo ha portato a passare i primi mesi dalla sua nomina immerso negli archivi – non sembra infatti impedire allo stilista di deviare dal sentiero originale, innestando nel guardaroba che tutti hanno imparato ad associare al brand, pezzi e lavorazioni che riconosce come più suoi, archetipi che spaziano dagli slip dress reduci dei Nineties al denim («aveva ragione chi diceva che la dea dell’amore si muove nei jeans»), fino ad arrivare alle giacche in pelle, alle quali è legato per via di un’affiliazione con la biker culture che ha attratto la sua immaginazione sin da bambino. 

«In Friuli c’è una grande tradizione legata ai biker club. Mio nonno poi aveva un’officina e a volte succedeva che si organizzassero feste in giardino, e ci si ritrovasse con la fila di Harley parcheggiate nel piazzale. Tra gli amici di mio padre c’erano diversi harleisti: sono le persone più divertenti e leali che abbia mai incontrato. Forse per questo quando sono andato in America, al netto delle differenze paesaggistiche, non ho percepito uno shock culturale. Mi sono sentito a casa, come non mi capita neanche a Milano, a dirla tutta. Ma sai poi cosa mi piace di quello spirito della West Coast? Sta tutto nella franchezza quasi coraggiosa, di prendere un sogno e dedicarcisi totalmente, che sia la moto, la musica, la letteratura. Oggi forse a Los Angeles quell’atmosfera non si ritrova più, né al Rainbow né al Whisky a Go Go, ma esistono ancora delle sacche di resistenza che si oppongono a quel mondo di celebrities e finzione, gente che vive ancora come i beatnik del romanzo di Keruac, I vagabondi del Dharma o Henry Miller a Big Sur. O forse è solo che sono un grande romantico, e più piccolo è il paese dal quale vieni, più grande è l’immaginazione», concede divertito.

Due scatti personali di Gallici e del suo mondo fatto di feticci rock e di viaggi in quel di L.A.

Gallici sarà anche romantico, ma di certo è consapevole di quanto la sua stessa esistenza sia un’eccezione, in un panorama che offre poche opportunità a chi è così giovane (e, in un odioso stereotipo tutto italiano, troppo inesperto per essere alla guida di un brand). «L’idea del couturier che cuce da solo nel suo atelier è di certo evocativa, ed è legata anche ad alcuni creativi che ho sempre ammirato, ma non mi appartiene e forse quel tempo è passato.

Credo nel lavoro costruito con il mio team e non mi importa molto se qualcuno fuori pensa che i designer giovani siano automaticamente più superficiali. Tutti i maggiori movimenti artistici o musicali nascono da un desiderio di sovversione delle regole e chi può scardinarle meglio dei giovani? Quando e se ci saranno delle critiche, mi piace pensare che le affronterò con una certa irriverenza. E andrà bene così». 

L’intervista volge al termine, mentre, in un’atmosfera distesa, in una mattinata dicembrina assolata e gelida, Gallici si prepara per Los Angeles. «Mi piacerebbe lavorare tra Milano e L.A., anche se non sono certo Hedi Slimane» ironizza. Ci si saluta e quasi mi dimentico di chiedergli in cosa ha imperitura fede, un ventottenne con l’immaginazione fantasiosa e sfrenata di chi viene da un paesino nascosto tra le Alpi orientali, dove si ascolta musica rock e si passeggia sulle rive del Fiume Stella, sognando la California. 

«Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards» sorride divertito, citando il celeberrimo monologo di Radio Freccia. «E poi credo nelle infinite possibilità che ogni giorno ci concede; nel divorarlo con la voglia di imparare qualcosa di nuovo; nel rincorrere la versione migliore di me stesso; e poi credo anche nello smettere di fumare. Mi sembra già una bella sfida così, no?».

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