Ragion di impresa Palazzo Chigi, il golden power, e il futuro del capitalismo italiano

La Commissione europea ha chiesto chiarimenti al governo Meloni sull’applicazione del potere di fermare le acquisizioni societarie

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Il Re del golden power è sempre più nudo. Il governo sta cavalcando il potere di controllo sulla sicurezza nazionale in tutte le grandi partite bancarie e finanziarie aperte, comprese l’offerta di Monte dei Paschi di Siena (Mps) su Mediobanca, quelle di Unicredit su Commerzbank e Banco Bpm, e l’operazione Generali-Natixis. 

Rispetto ad altri passaggi epocali di consolidamento o di rimescolamento dei grandi poteri finanziari, avvenuti nei decenni passati, questa è la prima volta che il governo dispone della carta del golden power, che si sta manifestando per quello che è. O, meglio, per quello che è diventato con l’esecutivo sovranista a Palazzo Chigi: un quarto potere di autorizzazione che si somma alle tre tradizionali authority che vigilano su mercati e società. 

Nel nostro, come negli altri ordinamenti che chiamiamo di capitalismo liberal-democratico (ivi compresa l’Unione europea), questi tre poteri in teoria sono: l’Antitrust per quanto riguarda la concentrazione; la Consob per la trasparenza e tutela del pubblico risparmio; la Banca centrale in riferimento prioritario alla stabilità del sistema finanziario. Tre authority indipendenti per natura giuridica e governance, a cui tramite il golden power se ne aggiunge surrettiziamente un’altra: il governo, di natura squisitamente politica.

Non a caso si è appreso che a Bruxelles qualcuno ha storto il naso: la Commissione europea ha chiesto chiarimenti al governo italiano sul ventilato possibile utilizzo del golden power per fermare alcune acquisizioni bancarie. Lo ha detto il portavoce dell’esecutivo europeo, Olof Gill il 7 aprile scorso, confermando le indiscrezioni sull’esistenza di una lettera della Dg Fisma (direzione generale della Stabilità finanziaria, dei Servizi finanziari e dell’Unione dei mercati dei capitali) inviata all’Italia in cui si chiedono chiarimenti sull’applicazione del golden power

La lettera è firmata dal capo della direzione, Almorò Rubin De Cervin e secondo indiscrezioni si sottolinea che le norme nazionali in materia di golden power non dovrebbero essere applicate in assenza di una minaccia reale e sufficientemente grave a un interesse fondamentale della società, né dovrebbero applicarsi là dove violino le norme che attribuiscono poteri alla Bce.

 «Possiamo confermare – ha detto Gill – che la Commissione ha richiesto alle autorità italiane maggiori informazioni sulla possibile applicazione della cosiddetta legislazione sul golden power. Ciò riguarda le acquisizioni bancarie che potrebbero aver luogo in Italia». Si tratta di una procedura chiamata Eu Pilot e finalizzata a verificare se gli Stati membri – in questo o in altri casi – agiscano utilizzando strumenti legislativi in conformità con il diritto comunitario.

Per il governo Meloni è tutto regolare, al punto che la lettera della Dg Fisma, secondo fonti vicine alla maggioranza e nell’interpretazione dei media di centrodestra, è stata interpretata come un’invasione di campo. 

Prima di questo episodio, il 2 marzo scorso, nel question time alla Camera, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva dovuto difendersi sull’utilizzo del golden power, spiegando che «nel settore finanziario, la normativa impone l’obbligo di notifica – indipendentemente dalla nazionalità italiana o straniera del soggetto acquirente – nel caso in cui l’operazione di acquisizione abbia ad oggetto attivi di rilevanza strategica». Di conseguenza, ha sottolineato Giorgetti, «non è una mia discrezione, ma era mio dovere ricordare che esiste il golden power».

Ma se sulla carta non esiste un controllo di Stato sul mercato, nella sua attuale forma e nell’utilizzo che il governo fa anche solo brandendolo (basti andarsi a rivedere le minacciose dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini di fronte alle iniziative di Unicredit a lui non gradite), il golden power sottopone le operazioni di mercato al benestare del potere esecutivo, modificando quello che era lo spirito originale di uno strumento introdotto nel 2012 dall’allora governo guidato da Mario Monti. 

Si pensi che nel primo anno della sua applicazione, il 2014, le notifiche di operazioni sensibili alla Presidenza del Consiglio sono state otto; cinque anni dopo sono salite a ottantatré; e dopo un altro lustro, nel 2024, sono state seicentosessanta (più le centosettantacinque prenotifiche, ormai utilizzate dalle imprese per protezione preventiva). Nel calderone, ogni tipo di acquisizione: dalle fabbriche di elettrodomestici, all’immobiliare; dagli scambiatori di calore, all’automazione industriale.

L’idea originale era quella di lasciare al governo poteri speciali limitatamente alle società oggetto di privatizzazione, piena o parziale. Si chiamava golden share, è diventata golden power per la necessità, emersa nelle fasi più drammatiche della crisi dello spread dei primi anni Dieci, di estendere tali poteri anche a tutte le società, pubbliche o private, che svolgano attività di interesse strategico ai fini della difesa della sicurezza nazionale. 

A caratterizzare lo strumento c’è l’obbligo di notifica per atti, operazioni o variazioni nell’assetto azionario ai fini dell’imposizione di condizioni, fino al potere di veto. Ebbene: nel tempo, si è assistito da un lato alla proliferazione normativa dei settori ritenuti strategici per la sicurezza nazionale e degli interventi possibili, anche sanzionatori; dall’altro a un’interpretazione sempre più estensiva per l’applicazione di tale potere, soprattutto da parte dell’attuale governo, fino all’odierna situazione in cui l’esecutivo può agire come una sorta di azionista di maggioranza occulto di qualsivoglia società italiana. 

La moral suasion, che da sempre svolge comunque un ruolo tra la politica e il mercato, in questo modo si istituzionalizza, spostando il baricentro di un sistema di mercato verso un capitalismo dove l’ultima parola è politicamente discrezionale e spetta, per legge, allo Stato.

Inverosimile, pensare che questi ragionamenti restino circoscritti nel dibattito nazionale. Più facile, al contrario, immaginare che chi prepara gli investimenti internazionali in Italia, consulenti legali e partner finanziari, abbiano ben presente cosa è diventato e cosa implica il golden power italiano. Alla stregua di uno strumento di politica industriale statale o di un’imposta patrimoniale occulta sul valore delle imprese. Che tutto questo rappresenti l’interesse nazionale, che il golden power dovrebbe difendere per sua costituzione, lascia assai perplessi.

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