La scusa dei daziIl Green deal continua a essere il capro espiatorio del governo Meloni

Pur di non inimicarsi Trump, la presidente del Consiglio ha scelto di giocare la carta dell’ideologia “verde”, sperando anche di cavalcare il panico creato dalla Casa Bianca per affondare definitivamente le norme ambientali europee (già snaturate)

Giorgia Meloni e il ministro del Made in Italy Adolfo Urso (Roberto Monaldo / LaPresse)

Ogni scusa è buona per screditare il Green deal. Il primo a rispolverare un tema mai archiviato per davvero è stato Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, che il giorno successivo agli annunci di Donald Trump sui dazi ha cancellato gli impegni di governo per partecipare a un question time in Senato e scaricare sull’Unione europea le preoccupazioni per una misura annunciata dal presidente degli Stati Uniti. 

«Chiediamo all’Unione europea di agire subito e di sospendere le regole del Green deal che hanno portato al collasso l’industria dell’auto, di realizzare uno shock di deregulation che elimini lacci e lacciuoli per le imprese europee, di sostenere il buy european, di dare preferenza al Made in Europe negli appalti, e di favorire il libero scambio per aprirsi ad altri mercati alternativi», ha detto. 

Qualche giorno dopo, durante un intervento al congresso della Lega di domenica 6 aprile, Giorgia Meloni ha rincarato la dose: «Chiediamo con forza all’Europa di rivedere le normative ideologiche del Green deal e l’eccesso di regolamentazione in ogni settore, che oggi costituiscono dei veri e propri dazi interni che finirebbero per sommarsi in modo insensato a quelli esterni».

Il tema, poi, è entrato nell’agenda della task force governativa che ieri, lunedì 7 aprile, si è riunita per capire come affrontare e ridurre gli impatti dei dazi della Casa Bianca. Una parte degli aiuti economici che l’esecutivo vuole destinare alle imprese più esposte, scrive Repubblica, arriverà da una «rimodulazione» del Piano Transizione 5.0, che mette a disposizione 12,7 miliardi di euro (biennio 2024-2025) per la trasformazione digitale ed energetica delle aziende. Secondo Palazzo Chigi, durante l’incontro si è discusso anche «degli strumenti necessari per sostenere le imprese, intervenendo sulle regole ideologiche e poco condivisibili del Green deal e sulla necessità di semplificare il quadro normativo».

In realtà, l’Unione europea sta facendo esattamente ciò che chiedono Urso e Meloni, smentiti da un’attualità che non lascia spazio a dubbi: i temi climatici e ambientali, per come li conoscevamo, sono scivolati nei bassifondi del dibattito pubblico. Questo capovolgimento delle priorità si sta traducendo in un depotenziamento sistematico delle politiche “verdi” dell’Ue, sempre più irriconoscibili rispetto alle loro ambiziose versioni iniziali. 

Il 3 aprile, per fare un esempio, il Parlamento europeo ha approvato la proposta della Commissione di posticipare le date di applicazione delle norme comunitarie sul dovere di diligenza e la rendicontazione di sostenibilità. Gli Stati membri avranno tempo fino al 26 luglio 2027 – un anno in più del previsto – per applicare le leggi comunitarie negli ordinamenti nazionali. 

A febbraio, parallelamente alla presentazione della versione industriale del Green deal (il Clean industrial deal), la Commissione Ue ha annunciato che ridurrà dell’ottanta per cento la platea di aziende obbligate a comunicare i loro impatti ambientali e sociali. In più, l’esecutivo comunitario ha proposto una nuova soglia (cinquanta tonnellate annue di merci introdotte nell’Ue) che esenterà il novanta per cento degli importatori dal meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam). Quest’ultimo applica dei dazi sulle merci non europee ad alta intensità di emissioni. 

Bruxelles ha chiuso un occhio anche sul regolamento europeo sulla deforestazione, che punta a garantire che i prodotti – dalla carne alla soia, fino alla gomma e al caffè – importati nell’Ue o esportati dall’Ue provengano da terreni non soggetti a processi di disboscamento, dannosi per le comunità locali, il clima e l’ambiente. A dicembre, infatti, l’Europarlamento ha posticipato di un anno le scadenze entro cui le aziende dovranno cessare l’acquisto e la vendita di prodotti provenienti da aree deforestate: le grandi e medie imprese dovranno adeguarsi entro il 30 dicembre 2025, mentre le piccole e micro imprese entro il 30 giugno 2026.

Il Green deal è un pugile malmesso sull’orlo del ko che prova a resistere, nonostante tutto. Le destre italiane ed europee lo sanno, e vogliono approfittare del panico creato dai dazi di Trump per infliggergli il colpo definitivo. Urso e Meloni si accontenterebbero però di festeggiare l’annullamento del regolamento comunitario sull’automotive, anche se la Commissione europea ha recentemente confermato l’obiettivo sul divieto di vendita dei veicoli a benzina e diesel entro il 2035. 

Trump ha annunciato dazi del venticinque per cento sulle auto importate negli Stati Uniti, inducendo diverse aziende europee a sospendere le esportazioni nel Paese (con conseguenze preoccupanti a livello di fatturato). Da qui la richiesta di Urso e Meloni di rivalutare o sospendere le parti del Green deal dedicate all’auto.  

Il rinvio del phase-out dal motore termico sarebbe l’ultimo e irrevocabile attacco a un regolamento, quello sull’automotive, che è stato gradualmente snaturato, in linea con le richieste di un’industria che ha spesso peccato di lungimiranza. Lo stop al 2035 è sul tavolo dall’estate del 2021 (anche se l’ipotesi circolava da ben prima), ma ciò non ha impedito alle aziende e ai governi che dovrebbero supportarle di scegliere la via della procrastinazione. 

Urso e Meloni vogliono chiedere all’Ue di rivedere i target sull’automotive, ma ignorano tutti i compromessi accumulati nel corso degli anni: le multe per le imprese che non rispettano gli standard sulle emissioni, ad esempio, sono slittate dalla fine del 2025 alla fine del 2027; la revisione del regolamento europeo sull’auto è stata anticipata alla seconda metà del 2025 (prima si parlava del 2026); Ursula von der Leyen è diventata la nuova paladina della neutralità tecnologica, aprendo più volte all’ipotesi di prolungare la vita – anche dopo il 2035 – delle auto ibride o alimentate con gli e-fuel (sarebbe contenta la Germania) o i biocarburanti (sarebbe contenta l’Italia). 

A proposito di automotive, il 7 aprile è uscito uno studio commissionato dal think tank per il clima Ecco e da Transport and Environment (T&E) a un gruppo di economisti della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e del Centro Ricerche Enrico Fermi di Roma. Secondo i risultati, entro il 2030 il valore della produzione del settore (in Italia) potrebbe scendere del 56-58 per cento rispetto al 2020. 

Tutto questo non accadrà sicuramente, ma “solo” «senza un piano di politiche industriali e misure di stimolo economico per l’industria dell’auto italiana, mirate alla transizione alla mobilità elettrica». Lo «scenario più prudenziale», secondo la ricerca, mostra una perdita di oltre sessantaseimila posti di lavoro, il trentasette per cento diretti e il sessantatré per cento nel resto della filiera. Senza transizione elettrica, insomma, la produzione dell’automotive italiano sarà più che dimezzata. 

Per la destra di governo, giocare la carta dell’ideologia green e della svalutazione delle norme ambientali europee è politicamente più conveniente che parlare di soluzioni e criticare senza ambiguità l’amministrazione Trump. Un’arma di distrazione di massa sempre più evidente, ma anche una strategia che rispecchia l’opportunismo e l’indecisione della presidente del Consiglio sui temi più importanti della politica internazionale.

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