Il piano per rifare grande la CinaTrump sta distruggendo l’economia globale, una follia alla volta

L’eccezionalismo americano che ha sempre caratterizzato il commercio globale viene cancellato da un presidente che fa l’esatto contrario di ciò che ha reso grande quella nazione. A trarne vantaggio sarà Pechino, mentre l’Europa dovrà adeguarsi e imparare a essere il nuovo baricentro dell’Occidente liberale

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La decisione di Donald Trump di imporre pesanti tariffe su tutte le esportazioni verso gli Stati Uniti è economicamente folle, e porta il mondo verso un nuovo ordine globale unicamente per ambizioni politiche insensate. L’Europa e l’Italia dovranno reagire compostamente ma con determinazione, e adattarsi a un mondo in cui inevitabilmente – ma alla fine, forse, con beneficio per tutti noi – il centro economico e geopolitico globale diventerà la Cina.

Le tariffe imposte da Trump sono insensate e rasentano il suicidio economico. Ipotizzare che alzando i prezzi di tutte le importazioni si forzi il trasferimento degli investimenti industriali negli Stati Uniti è ridicolo anche solo da pensare, e non succederà per nessun motivo. Questo perché il costo dei fattori di lavoro negli Stati Uniti, in particolare la manodopera, resta elevatissimo, proprio perché l’economia americana, anche per effetto di un deficit di bilancio altissimo e di un indebitamento collettivo altrettanto alto, ha prosperato come nessuno al mondo negli ultimi vent’anni (e anche perché la manifattura rappresenta una quota minoritaria dell’occupazione in un’economia sviluppata, circa il quindici per cento).

Qualsiasi ceo o membro del consiglio d’amministrazione di una società multinazionale, almeno fino a quando Trump avrà autorità sulle due camere del Congresso (speriamo poco), sarà estremamente negativo sull’investire negli Stati Uniti a fronte di una politica economica volatile, dissennata e senza alcuna logica economica. Gli investimenti necessitano di stabilità e di condizioni sia legislative sia economiche di contorno prevedibili: nulla di tutto ciò esiste, almeno finché Trump ha qualche briciolo di potere. E oggi di fatto ha un potere quasi assoluto.

Quindi l’obiettivo dichiarato del presidente americano non verrà raggiunto, anche perché gli Stati Uniti entreranno in recessione a breve, con un incremento cospicuo dell’inflazione e un notevole deprezzamento del dollaro.

La recessione è ovvia per l’impatto negativo dell’incertezza su aziende e consumatori, e anche per l’impatto delle tariffe di risposta (a partire da quelle che arriveranno dalla Cina).

L’aumento dell’inflazione è altrettanto scontato. A parità di altri fattori, le aziende scaricheranno i dazi con un aumento anche pesante – e facilmente giustificato – dei prezzi. Alcuni beni non hanno sostituti prodotti negli Stati Uniti: dai cellulari Apple alle auto di lusso, fino alla moda. Altri ancora forse li potrebbero avere, ma installare la capacità produttiva per farli Made in Usa richiede tempo, e il rischio che in un futuro non lontano le tariffe vengano meno, rendendoli antieconomici, fa sì che questi investimenti non verranno realizzati.

La caduta del dollaro è una conseguenza altrettanto scontata. Trump metterà una pressione indicibile sulla Federal Reserve, fino a minacciare la sostituzione del presidente Jerome Powell. Decisione che non è nei suoi poteri, ma che ugualmente diventerà oggetto di discussione nella narrazione totalmente distorta e falsa del presidente. La pressione sarà finalizzata al ribasso dei tassi di interesse su cui Powell dovrà almeno un po’ resistere, perché si troverà di fronte al peggiore scenario possibile per un banchiere centrale: recessione e inflazione insieme. Ma il solo parlarne o paventare la sostituzione di Powell con un fantoccio di Trump è negativa o fortemente negativa per il dollaro.

Tuttavia, il vero colpo letale al dollaro arriverà dai flussi di capitale. Gli Stati Uniti hanno goduto negli ultimi vent’anni di un’enorme concentrazione di flussi di capitale legati all’esplosone della bolla tecnologica: le magnifiche sette, cioè Apple, Nvidia, Microsoft, Amazon, Google, Meta e Tesla, capitalizzano oggi sedici trilioni di dollari con multipli assurdamente elevati legati al cosiddetto eccezionalismo americano, e cioè la concentrazione negli Stati Uniti di innovazione, libertà economica, free trade e management orientato alla creazione di valore. Tutto questo viene spazzato via in un colpo dall’eccezionalismo opposto di Trump: negazione del commercio mondiale, volatilità delle scelte, condizionamento delle decisioni allo status di amico o nemico personale del presidente, e in ultima analisi subordinazione della logica economica all’interesse politico di una singola persona.

In questo contesto è facile prevedere un massiccio flusso di vendita nell’ordine di due o tre trilioni di dollari da parte degli investitori non americani che non vogliono esporsi al capriccio del Caligola di Mar-a-Lago. Se due o tre trilioni di dollari – a cui si somma un trilione di dollari di deficit commerciale e quasi due trilioni di deficit pubblico non eludibili nel prossimo anno – vengono venduti nel mondo per reazione a Trump, l’offerta di dollari sul mercato sarà esplosiva, mentre la domanda probabilmente sarà minima. Difficile pensare che la Cina o il Giappone, già possessori di debito pubblico americano in dosi che si possono definire letali, e consapevoli che Trump tenterà di svalutare il dollaro più che può, acquistino dollari. Sulla probabilità di un massiccio flusso di investimenti negli Stati Uniti mi sono già espresso e quindi la logica economica e le rigide leggi della domanda e dell’offerta porteranno a una massiccia svalutazione del dollaro, per effetto di molte vendite e pochi acquisti, con ulteriori conseguenze negative sull’inflazione e con drammatiche conseguenze sulle economie dei Paesi in via di sviluppo.

Non sorprende che Larry Fink, ceo di BlackRock, che è il più grande asset manager del pianeta, ipotizzi la possibilità che il dollaro perda lo status di moneta rifugio a favore dell’oro (che veleggia ai massimi di sempre) o delle criptovalute o, più probabilmente, a una combinazione di euro, yen e yuan in una coalizione di volenterosi a difesa dell’ordine economico mondiale.

Purtroppo per noi una repentina caduta del dollaro (e me l’aspetto già nel 2025) ha conseguenze ulteriormente negative sull’economia mondiale, anche perché probabilmente fa parte dell’agenda di Trump e del suo principale consigliere economico (Stephen Miran), il quale in un Paese con decine di premi Nobel per l’Economia si distingue per la pochezza del pensiero.

Ci si può quindi aspettare:
– minore crescita economica mondiale (si stima 1,5 per cento in meno per un anno, che è un’enormità);
– maggiore inflazione statunitense;
– una significativa caduta del dollaro;
– una significativa caduta dei prezzi delle materie prime, petrolio e gas in primis, e la conseguente crisi di molti Paesi in via di sviluppo e di molte economie dell’area mediorientale (non la Russia, che avrà ben maggiori problemi del prezzo di petrolio e gas);
– un generalizzato e ulteriore calo dei tassi di interesse in tutto il mondo, più accentuato negli Stati Uniti, dove la leva monetaria è più potente, realistico che si possa inopinatamente ritornare a tassi inferiori all’uno per cento, che sembravano essere solo una breve anomalia in epoca Covid;
– una tendenza delle aziende a ridurre i rischi di catene di fornitura globali per evitare distorsioni da dazi;
– una marcata riduzione delle transazioni di fusioni e acquisizioni globali per effetto della sfiducia e dei rischi connessi a un commercio mondiale senza regole;
– un marcato aumento del premio per il rischio per le notevolissime discontinuità di tutto quanto sopra e quindi un prolungato periodo di ampia volatilità verso il basso dei listini azionari contrastato però dei tassi di interesse di nuovo prossimi allo zero;
– una forte tensione verso il basso dei rendimenti finanziari nominali, con conseguente messa in discussione dei flussi di capitale di risparmio a sostegno dei baby boomer ormai in pensione.

Quindi, in sintesi, mercati finanziari in subbuglio e soggetti a repentine crisi come nei giorni immediatamente successivi ai clowneschi annunci di Trump nel Rose Garden, maggiore disoccupazione, minore prosperità, tensioni sociali ovunque, forte riduzione del ciclo di investimenti nel mondo.

La domanda di fondo è: perché Trump fa tutto questo? Io credo che la motivazione sia eminentemente mercantile e sottilmente politica. Trump pensa di attivare la processione verso di lui di Stati sovrani, ma soprattutto di aziende americane per ottenere eccezioni a queste tariffe in cambio di favori o «deals», come li chiama lui, specifici. La nozione sottostante è che Trump non è al servizio del Paese, ma l’opposto: pensa di essere il dittatore unico e onnipotente (del resto lo hanno rivotato pur conoscendone le menzogne e le follie, e quindi si ritiene ormai intoccabile), e pensa di trattare con Stati, aziende o chiunque, forte del suo potere assoluto e incontrastato, distribuendo concessioni sui dazi in caso di obbedienza al suo volere.

«[Vladimir] Putin deve fare la pace se no metterò tariffe» è un’assurda menzogna, visto che la Russia non esporta praticamente nulla se non in Cina, viste le sanzioni, quindi le tariffe, sono totalmente irrilevanti. «Se fanno concessioni fenomenali rivedo le tariffe» è il cosiddetto ramo di ulivo offerto a tutte le nazioni, e la Cina ha prontamente risposto con una contro tariffa del trentaquattro per cento, così come il Canada.

Ma la processione delle aziende americane inizierà a breve, e Trump chiederà contributi elettorali, promesse di perseguitare i suoi avversari politici, garanzie di parlare pubblicamente a suo favore e quant’altro possa definire perpetuamente il suo controllo sul Paese.

Il disegno è essenzialmente di diventare un autocrate simile a Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdoğan o Xi Jinping, statisti che Trump ammira, tutti privi di contrappesi democratici. Molti professori universitari, giornalisti e opinionisti stanno lasciando gli Stati Uniti perché non vogliono vivere con uno pseudo-dittatore.

Trump pensa che il mondo si divida in figure forti – lui prima di tutto – e imbelli fantocci della «passata democrazia» che lui non rispetta, non considera e sostanzialmente vuole calpestare. L’Europa, con tutti i suoi difetti di costruzione, è il nemico pubblico numero uno perché, così come per Putin, è un esempio mondiale di libertà civili, alternanza democratica e rispetto della diversità. Quindi va distrutta prima che il fascino di un’Europa libera e prospera si insinui tra i fedeli adepti del Make America Great Again.

Per fortuna nostra e del mondo, tra soli diciotto mesi ci saranno le elezioni di midterm e, se le previsioni fatte sono realistiche, Trump e i Repubblicani saranno cancellati dal panorama di Camera e Senato, con gli Stati Uniti in recessione, il dollaro sottoterra, il deficit federale alle stelle e una crisi di potere contro la Federal Reserve.

Io credo che sia possibile che il Partito Repubblicano si spacchi in due e la parte sana del partito si ribelli a tanto scempio. In un sistema bipolare, una tale evenienza rende molto bassa la possibilità per la parte deteriore dei Repubblicani Maga di essere eletti. In particolare, al Senato, Trump deve vincere ventitré seggi su trentacinque in palio e non sarà per nulla facile. Senza il controllo del Senato non passerà praticamente nulla delle intenzioni di Trump, inclusi i dazi, e soprattutto le elezioni presidenziali del 2028 saranno tossiche per i Repubblicani che abbandoneranno la nave di Trump in forze per evitare di essere travolti.

In questo quadro ci sono alcune implicazioni di second’ordine, forse meno evidenti oggi, ma di grandissimo impatto a medio termine.

Il modello occidentale di sostanziale adesione alle scelte di costume, abitudini e comportamenti “americanizzati” è fortemente a rischio. Anche i più convinti sostenitori degli Stati Uniti nel tempo, e io sono uno di questi, avranno un sentimento negativo e le evidenti negatività degli anni passati (eccesso di mercantilismo, una discreta dose di superficialità, e qualche significativo errore di politica estera) non saranno più compensate dalla tradizionale posizione in difesa della democrazia, della libertà individuale e collettiva; né dall’idea di un ascensore sociale davvero diffuso o dall’amore per il fare.

Il comune sentire che ci viene dalla Seconda guerra mondiale e dai soldati americani morti in Europa per salvarci dal nazismo è ormai lontano, mentre l’orrido ricordo recentissimo dell’umiliazione di Volodymyr Zelensky orchestrato alla Casa Bianca in diretta mondiale fa davvero disgusto.

È più che possibile che ciò che esce da questi Stati Uniti sia improvvisamente per nulla attrattivo, e più odiato, e che le negatività amplificate superino di molto gli aspetti positivi, a loro volta molto ridimensionati. Se così fosse, si andrebbe verso una polarizzazione dell’Occidente liberale, a cui si unisce di nuovo l’Inghilterra dopo la sciagurata Brexit, e di cui diventano parte integrante la Polonia, la ricchissima Scandinavia e i Paesi baltici. Ma anche i Paesi balcanici dell’est, una volta bloccati dalla cortina di ferro. Con il modello isolazionista, egoista e mercantile degli Stati Uniti, usi, costumi e comune sentire dell’Occidente sono un lontano ricordo. L’Occidente diventa l’Europa. Mentre, ad esempio, quel che stanno facendo gli Stati Uniti con la Groenlandia è molto vicino, per mentalità, a quello che fa la Russia di Vladimir Putin con l’Ucraina o che vuole fare la Cina di Xi Jinping con Taiwan.

La contrapposizione diventa “democrazie liberali contro autocrazie”. Se Trump riesce nel suo disegno autocratico (io ne dubito, ma potrebbe) il mondo come lo abbiamo conosciuto finora viene cancellato. Il primo ministro canadese Mark Carney lo ha detto con tono triste, ma fermo e pacato. L’ordine mondiale a cui siamo abituati è finito. È una tragedia, ma bisogna prenderne atto.

L’Europa non ha scelta. Se prima l’ombrello americano consentiva liti da cortile perché garantiva sicurezza e democrazia, adesso il tempo delle liti è finito. Non si può più tollerare Viktor Orbán (perché non lo cacciamo dall’Europa?) né l’unanimità sempre e comunque, e si deve andare verso modelli di coalizioni di volenterosi. Il Green Deal non è economicamente sostenibile. Il riarmo è una necessità assoluta e più importante. La difesa dell’autonomia dell’Ucraina è essenziale.

Il riavvicinamento commerciale con l’Asia diventa un’altra necessità assoluta. Impostare un dialogo con la Cina che, per quanto molto interessata alla sua posizione di potere geopolitico in Africa e in generale nel Sud del mondo, non ha mai fatto scelte irragionevoli, diventa fondamentale. E se dobbiamo accettare qualche richiesta cinese, così sia. Xi Jinping ottiene un risultato incredibile e insperato molto prima del fatidico centenario della Lunga Marcia del 2049: la Cina diventa la prima potenza economica e commerciale al mondo con la collaborazione fattiva dell’Europa, un rapporto solido con la Russia e un antagonismo non superabile ma non bellico con gli Stati Uniti.

In questo quadro, la difesa strenua dell’autonomia di Taiwan è meno importante se sul piatto ci sono rapporti commerciali preferenziali, fluidi e senza dazi o tariffe. L’incremento dei salari reali in Cina rende questa possibilità molto reale, e se Xi non fosse manicheo su Taiwan una soluzione forse si potrebbe configurare scongiurando un focolare di possibile guerra. Cosa pensino gli Stati Uniti sul tema diventerebbe pressoché irrilevante, e sarebbe una storica vittoria su un tema fondamentale per la Cina. E un messaggio al resto del mondo.

I rapporti con l’India – e in minore misura con Indonesia, Vietnam e Cambogia, gli unici grandi Paesi a non fronteggiare ancora una crisi di calo demografico, vanno salvaguardati e coltivati. La potenza dell’India nella manodopera di servizio è nota, e il mercato asiatico potrebbe garantire enormi possibilità di sviluppo per tecnologie e beni di investimento manufatturieri di origine europea. Lo sviluppo di accordi di free trade con l’India e il Sud Est asiatico è quindi una priorità importante per l’Europa, che non avrà demograficamente disponibilità di manodopera per produzioni a basso valore aggiunto e quindi non ha nulla o quasi da perdere a comprare beni di consumo di basso prezzo dall’Asia, quando la Cina diventerà troppo costosa per fornirli.

Per la politica italiana, così come nel 1948, la politica estera diventa fondamentale e assoluta. Stare con Trump non si può e non si deve. Stare con i pacifisti tanto meno. E non si può nemmeno stare con la cultura woke, che è una causa importante di frustrazione che ha generato il mostro Trump. Non a caso Giuseppe Conte, Matteo Salvini e in minore misura Elly Schlein sono espressione di chi sta dall’altra parte. Giorgia Meloni per ora sta in una posizione di equilibrio a tratti equivoca (a favore del riarmo e della difesa dell’Ucraina, ma non contro Trump) ma dovrà scegliere in modo chiaro e netto. Se saprà farlo avrà probabilmente, anche per mancanza di avversari credibili, un lungo futuro alla guida del Paese.

Il Partito democratico dovrà scegliere nettamente tra l’armocromia pacifista e le posizioni di Paolo Gentiloni, Giorgio Gori e Irene Tinagli. Da tempo sostengo che fossero incompatibili. Adesso diventa lampante, e anche qui l’equivoco non può durare nonostante tentativi abbastanza patetici di sostenere che si tratti di piccolezze.

Il Paese arriva abbastanza stremato dopo lo spreco di tempo e di denaro assurdo del governo Conte (centodieci miliardi di debito per il 110%, il più grande furto a danni del contribuente della storia repubblicana) e dopo vent’anni di governo di sinistra con intervalli berlusconiani dove nulla si è fatto per superare lo storico vizio del tassa e spendi. Il livello dei redditi è bassissimo rispetto alla media europea e il debito pubblico morde. Ma in uno scenario in cui la Germania esce dalle paranoie anti-debito, la Francia esce dal lassismo migratorio che ha dato il via al Rassemblement National, e forse anche l’Italia esce dall’equivoco dell’ostilità alle imprese, abbiamo una speranza di potercela fare.

In fondo, i Cinquestelle si sono dimostrati quello che sono, cioè essenzialmente incompetenti; la Lega ha avuto la sua stagione, ma è fossilizzata sulla difesa di un uomo solo ossessionato dal potere personale e altrettanto incompetente; il Partito democratico ha seri problemi di alleanza con Conte e il suo opportunismo egoriferito. Nessuno coagula più che una minoranza non rilevante. In comune hanno solo la voglia di essere al governo e null’altro.

Giorgia Meloni può riuscire, se si convince, a coinvolgere nel suo governare persone competenti e di peso (ci sono, e sarebbero disponibili, probabilmente) superando diffidenze ataviche, se trova il modo di sfruttare al meglio il jolly rappresentato dal carisma e dalle idee di Mario Draghi, e se esce da una cultura un po’ provinciale di accerchiamento e di sottogoverno. Non è facile, ma si può fare trovando lungo la strada alleati di peso sia elettorale sia ideologico.

La vecchia legge che non si governa in Italia senza l’appoggio degli Stati Uniti non vale più. Nel vuoto di potere diventa di fondamentale importanza dipingere un quadro di sviluppo economico e sociale armonico che il nord delle imprese ha già in parte sposato abbandonando i rigurgiti di Salvini, ed evitando di ammiccare a nostalgie che in questo contesto sono proprio insensate e fuori tempo. Servono idee semplici, capacità di porle agli elettori, carisma, buon senso e anche evitare le ubriacature di potere personale di cui gli italiani sono ormai consci.

Purtroppo, lo scenario esterno non sarà per nulla favorevole, ma nei passaggi chiave il Paese ha sempre dimostrato capacità di reazione e di resilienza. E magari, con la guida di una presidenza della Repubblica di Mario Draghi, potrebbe anche trovare una stagione di riforme lungamente attese e mai davvero realizzate di cui c’è urgente bisogno, e su cui qualche timido germoglio sembra nascere.

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