Lessico militanteL’alleanza di paesi anti Israele consigliata dagli esperti “indipendenti” dell’Onu

Il Gruppo dell’Aia si presenta come un’iniziativa per la giustizia globale, ma in realtà è solo un modo per colpire Gerusalemme sotto la copertura diplomatica delle Nazioni Unite

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«Chiediamo a tutte le nazioni di unirsi a noi nel Gruppo dell’Aia nel solenne impegno per un ordine internazionale basato sullo stato di diritto e sul diritto internazionale». Che cos’è? Il claim di un’associazione umanitaria che monitora le violazioni dei diritti umani nel mondo? Il proclama di una task force messa insieme da un gruppo di liberaloni preoccupati dell’ingiustizia planetaria?

Ma va. È la mission del cosiddetto Gruppo dell’Aia. Costituito – prendere nota – da Bolivia, Colombia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia, Senegal e Sud Africa, insomma la crema delle democrazie avanzate, i bastioni della tutela dei diritti civili, il Gruppo ha per esclusivo oggetto sociale la persecuzione di Israele il quale, notoriamente, rappresenta l’eccezione turbativa dell’ordine internazionale e dello stato di diritto – splendenti dappertutto, altrove – a protezione dei quali si pone quell’adunata di Paesi esemplari.

Sbaglierebbe chi immaginasse che il lavoro e le istanze di quelle repubbliche delle banane e della coca rimangano, per così dire, cosa loro, la chiacchiera e l’azione di una specie di cartello di cui non frega niente a nessuno perché meritano l’attenzione che meritano, cioè un’altra volta nessuna.

È infatti dell’altro giorno un rapporto di un manipolo di esperti delle Nazioni Unite il quale intima ad altri Stati l’adesione al Gruppo dell’Aia («More States must join the Hague Group»), un obbligo cui gli altri Stati debbono adempiere se non vogliono più rappresentare lo scudo legale, politico e morale delle atrocità israeliane (testuale: «if they no longer want to represent the legal, political and moral shield of Israeli atrocities»).

Ma non si tratta neppure del profilo più osceno di quel rapporto degli esperti dell’Onu, puntualmente capitanati dalla signora Francesca Albanese. Se si discutesse soltanto, infatti, dell’incredibile iniziativa con cui le Nazioni Unite fanno propri gli intendimenti e la militanza di un organismo politico, e di guerriglia politica, qual è il cosiddetto Gruppo dell’Aia, ebbene discuteremmo di un fatto bensì autonomamente gravissimo, ma che rimarrebbe un episodio di sciatta scompostezza. Non senza qualche probabile segno di violazione statutaria, attenzione.

Gli esperti, infatti, hanno il dovere di agire in modo indipendente e senza pregiudizio politico, e sponsorizzare quel Gruppo costituisce un’evidente violazione di quel dovere. Ma, appunto, a far capolino da quel rapporto c’è qualcosa di ben più grave. E cioè l’imputazione allo Stato ebraico di essere una realtà che ab origine procede illegalmente («Since the creation of the State of Israel»).

È la seconda volta nel giro di poche settimane che questi esperti inoculano nel discorso pubblico onusiano il veleno di quell’allusione. Ne avevamo scritto qui, commentando altro rapporto di quei medesimi esperti secondo cui il diritto di autodeterminazione dei palestinesi passerebbe non, attenzione, dal ritiro israeliano dai cosiddetti Territori occupati, ma dal ritorno dei palestinesi «alle loro terre storiche», dalle quali sarebbero stati «sfollati dal 1948».

Letteralmente, la cancellazione dello Stato ebraico: una soluzione che ora, alla luce del rapporto dell’altro giorno, vuole guarnirsi di giuridica legittimazione in virtù del preteso e originariamente illegittimo comportamento israeliano. Dal fiume al mare con sigillo legalitario dell’Onu.

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