Quelli che non viaggiano li riconosci perché dicono «mi piace viaggiare», che è una frase che può pronunciare non ironicamente solo chi non abbia mai viaggiato in questo secolo, un secolo in cui ai viaggi è successo ciò che era già successo un po’ a tutto il resto, dalla rappresentanza parlamentare alla letteratura alla sanità: diventando alla portata di tutti, sono diventate delle schifezze.
Quelli che non viaggiano li riconosci perché ti dicono «ma certo che lo puoi cambiare, è un biglietto di prima classe», giacché non sanno distinguere le classi di viaggio da quelle di prenotazione, che è quel che ti succede se i viaggi li hai visti solo nelle foto di quando le prime classi erano prime classi, costavano come prime classi, ci si vestiva eleganti per andarci, e quindi la hostess ti avrebbe detto «certo dottore che le cambio il biglietto».
Quelli che non viaggiano fino a non molto tempo fa li riconoscevi perché, allorché in prima classe, dicevano «niente, grazie» con lo stesso timore che li coglieva davanti ai loro rarissimi frigobar nelle loro rarissime stanze d’albergo: se dico «un caffè» poi chissà che mutuo devo accendere per pagarlo, si domandavano tremebondi, ignari che il biglietto di prima uno lo pagava sì per sedili più comodi ma anche per essere sfamato senza preoccuparsi del conto.
C’è una vecchia vignetta di Altan in cui l’omino seduto sulla riva del fiume constata sconsolato che passano solo amici. M’è tornata in mente seduta nell’ultima prima classe che ho preso, quando mi sono resa conto che, a furia di essere finiti i soldi un po’ ovunque, ora quelli che non sanno viaggiare sono diventati quelli che sanno viaggiare.
L’ultima prima classe che ho preso tecnicamente non è una prima classe ma una business, ma poiché sui voli a raggio breve non c’è la terza classe (quelli che non viaggiano li riconosci perché, quando su Trenitalia prendono la terza classe, pensano non sia tale: si chiama smart, diamine, mica carro bestiame), poiché sui voli continentali ci sono solo la business e l’economy, allora chiameremo la business dell’aereo che dall’Italia ti porta all’Inghilterra “prima classe”.
Avevo già avuto la percezione che la British Airways avesse finito i soldi qualche mese fa, mi era arrivata una mail che spiegava che da quel momento i punti che si accumulavano sui voli non dipendevano più dalla tratta e dalla classe, ma dal costo del biglietto. Cioè: se compro un biglietto di business a un prezzo vantaggioso, poi non mi accreditano abbastanza punti per, chessò, ogni dieci voli pagati (non ho mai fatto il conto esatto della proporzione) prenderne uno gratis.
Quando viaggiavo molto – perché non avevamo tutti finito i soldi, e anche perché non ci mettevo una settimana a riprendermi da uno spostamento e un mese a riprendermi da un fuso orario – andavo a New York gratis almeno due volte l’anno. Ci volevano, me lo ricordo ancora, ottantamila punti Alitalia o centoventimila British (per il biglietto di business).
I biglietti a prezzo pieno costavano meno di adesso (il biglietto da Milano a New York della Emirates, sempre in business, costa il doppio di dieci anni fa; quello di prima classe non lo so, perché sono sempre stata troppo poco ricca per investire in una prima classe la cui differenza precipua, rispetto alla business, è che puoi farti la doccia in volo: ho i capelli ricci, non faccio docce lontano da parrucchieri che me li stirino).
Ciononostante, li compravamo tutti scontati. Ci fu un periodo in cui un’azienda che mi faceva i biglietti per Los Angeles tramite agenzia di viaggio mi chiedeva se preferivo la first class all’andata o al ritorno: le agenzie erano talmente le uniche a pagare i cari vecchi prezzi pieni che la linea aerea riteneva di premiarle regalando una tratta in prima classe per ogni andata e ritorno acquistata in business.
(La prima volta in prima classe intercontinentale, ero come i non viaggianti di fronte al frigobar. Quando arrivò la hostess con le lenzuola e il compito di trasformare la mia poltrona in letto, non capii cosa ci facesse in piedi ferma di fianco a me, cosa mai volesse: era forse lì per cacciarmi perché aveva percepito il mio abusivismo del semilusso a scrocco? Tenerella poco ricca e pochissimo di mondo).
Non so se le aziende di trasporti abbiano come tutti finito i soldi o abbiano deciso che dovevano fare più profitti (in aziendalese: marginare di più). Fatto sta che un paio d’anni fa la mia amica L. si è accorta per prima della tragedia, e mi ha avvisata sapendo che io come lei non mi sposto senza tramezzini di Cracco, e abbiamo pianto insieme: l’executive (la prima classe) di Trenitalia non si poteva più prenotare nelle categorie pezzenti di prenotazione, supereconomy ed economy.
La prima volta in cui andai a Los Angeles fantasticavo di sedermi vicino a Jack Nicholson a vedere i Lakers, in quelle poltroncine che sono praticamente in campo. L’uomo che amavo mi svelò quanto costavano e aggiunse con la spietatezza che sanno avere gli amori giovanili: quella è una città che ti rende ben chiaro quanto sei pezzente.
A un certo punto, dunque, senza che la vegliarda me fosse preparata, Trenitalia ha deciso di diventare Los Angeles: se vuoi prendere il treno in prima classe, devi poterti permettere quella prima classe a prezzo pieno. In alternativa puoi fare un lavoro su te stesso, e concentrarti fino a convincerti che la business, quella senza tramezzini di Cracco, sia una prima classe.
Vi dirò, io – poco ricca ma classista – sono a favore: tempo fa ho preso una executive in cui oltre a me c’era un gruppo di donne velate, probabilmente mogli d’uno sceicco, con bauli che costavano un anno d’affitto, e al binario le sono venute a prendere le guardie del corpo. Le guardavo e mi chiedevo se sapessero di stare condividendo quel semilusso con una miserabile che per permetterselo aveva dovuto rompere il salvadanaio. Fossi stata in loro, avrei protestato.
Ma non vi sarete già dimenticati dell’omino di Altan e della business della British seduta sulla quale ho visto passare i cadaveri delle mie certezze. Sul retro del sedile davanti c’è una brochure. “High Life Café – An original selection of drinks and bites – March-July 2025”. È un menu con, santo cielo, i prezzi. Lo spritz già mescolato nella bottiglietta Aperol costa sei sterline e mezzo. Il caffè nel bicchiere da asporto tre e mezzo, ma diventano tre se ti porti il bicchiere da casa.
(I soldi sono finiti più o meno in contemporanea a quando abbiamo tutti iniziato a fingerci altruisti rispetto all’ambiente e non solo: con la stessa carta di credito con cui puoi pagare due sterline e mezzo una bustina di olive, ti rassicura la brochure, puoi donarne altre due e mezzo a una fondazione per la salute mentale o a una per chi non ha un giardino, che non so bene che disabilità sia, forse quella dei poco ricchi senza uno straccio di villa col parco).
Sono lì che dico vedi, è tutto finito, i pavidi del frigobar e dei tramezzini di Cracco ci vedevano lungo, avevano ragione quelli che pensavano di dover pagare pure l’acqua di rubinetto, l’Europa ha finito i soldi come l’America, dove saranno pure in media più ricchi di noi ma in aereo nessuno t’ha mai dato da bere gratis, neanche negli anni delle vacche grassissime, neanche ben prima delle compagnie senza frizzi.
Sono lì che penso soprattutto a quel “March-July”: ad agosto aumenteranno i prezzi? Finirà la stagionalità delle caramelle gommose da tre sterline e mezzo? Ci sarà un aggiustamento sul mercato del prezzo della pancetta e quindi il panino col bacon non ce lo potranno più dare a sole cinque sterline e mezzo?
Sono lì in piena sindrome da non viaggiante che teme la bancarotta da muffin in volo, che penso che avrei dovuto fare colazione in aeroporto, quando arriva il carrello e lo steward – efficientissimo e gentilissimo: una rarità, visto che in parallelo ai soldi è in genere finita la voglia di lavorare – mi versa il solito succo di pomodoro con la solita Worcester sauce e il solito scambio di battute su quanto siamo tutti addicted a quel liquidino e chissà cosa ci mettono dentro, e mi chiede se voglio l’omelette o altro, e faccio la mia solita colazione e nessuno mi chiede di pagarla.
Ed è allora che decido che la brochure è una forma di disincentivo. Serve acciocché i non viaggiatori che hanno preso la loro prima business coi punti, o ai quali l’ha pagata il datore d’un lavoro troppo poco ricco per concedere un pie’ di lista, serve perché coloro per cui il semilusso è un’eccezione a scrocco pensino che l’omelette dovranno pagarla, e dicano «no grazie» fingendosi inappetenti, e facendo risparmiare a British quelle che stimo siano quattordici omelette su ventotto posti di business.
La brochure probabilmente è per quelli dell’economy, e l’hanno messa anche nei sedili di business, direi se i fatti m’interessassero quanto le suggestioni. Ma mi piace invece pensare che stia a British come la vendita dei biglietti della lotteria sta a RyanAir. Sono finiti i soldi, e ognuno si arrangia come può. Qualcuno facendoti pagare il caffè, qualcuno sperando tu non lo beva spaventato di doverlo pagare, qualcuno sostituendo «mi piace viaggiare» con l’altrettanto lunare ma meno dispendioso «mi piace leggere».