
Nell’Italia democratica, solo col passare di molti anni gli storici hanno affrontato il tema dei giovani fascisti che nel ’43-’45 avevano dato la vita per Salò, quando ormai nessuno (neppure Mussolini) nutriva più speranze su una vittoria di Hitler. Si tratta di una pagina storica lasciata nell’ombra perché riapriva la ferita della guerra civile, nella quale a uccidere gli antifascisti non c’erano solo i gerarchi fedeli al duce, le spie prezzolate al servizio delle SS, i torturatori affiliati alle Brigate Nere di Pavolini, i delinquenti comuni, sempre emergenti quando la violenza inquina il vivere civile.
Oltre ai soldati arruolati d’imperio nell’esercito di Graziani, che pure subiva ogni giorno massicce diserzioni di reclute, passate a rischio della vita nelle file dei partigiani, c’erano da considerare quei giovanissimi che si arruolavano volontariamente nelle guardie repubblicane della Rsi, rimasti fedeli al duce e al fascismo in nome dell’onore e della fedeltà alla parola data ai nazisti, in nome del coraggio, dell’ardimento, della coerenza, di un credo assoluto al quale erano stati educati nell’Italia totalitaria.
Naturalmente, non era tempo di riflessione in quei frenetici giorni di aprile, quando quel che restava del fascismo repubblicano si dissolveva in un generale “si salvi chi può”, a cominciare da Mussolini e dal suo gruppo di fedelissimi. Gli ultimi giorni del dittatore sono stati raccontati in numerose pubblicazioni, libri di storia, memoriali, diari, raccolte di testimonianze e di fotografie, in filmati d’epoca e in ricostruzioni cinematografiche.
In estrema sintesi, Mussolini aveva lasciato il 18 aprile la sua residenza sul Garda e si era trasferito a Milano in prefettura. Qui il 22, di fronte a un centinaio di ufficiali della guardia repubblicana, aveva pronunciato il suo ultimo discorso dal quale nulla emergeva riguardo ai suoi piani per l’immediato futuro; piani che lui stesso in realtà non aveva ancora formulato.
Probabilmente l’unica certezza restava la sua determinazione a non finire nelle mani degli antifascisti, dai quali non aveva ricevuto alcuna garanzia dopo il colloquio con la delegazione del Clnai, organizzato grazie alla mediazione del cardinale Schuster. Sapeva che i tedeschi stavano già trattando la resa con gli alleati, ma sapeva anche che il 23 aprile erano arrivati a Parma gli angloamericani e a loro, e solo a loro, intendeva arrendersi. Era dunque fuggito nella speranza di sottrarsi alla cattura dei partigiani, rimanendo nascosto il tempo necessario per venir preso in carico dagli americani o dagli inglesi.
Si è molto discusso sulla famosa divisione di fascisti organizzata da Pavolini nel ridotto della Valtellina, in un supremo tentativo di resistenza contro i partigiani. In realtà, lo stesso Mussolini aveva congedato gli uomini convocati dal suo gerarca quando aveva iniziato la sua fuga verso Como, cioè la strada più breve per la Svizzera. Non riusciva a raggiungerla, però: il convoglio dei soldati tedeschi, al quale si erano aggregati il duce e i suoi più stretti collaboratori, era stato intercettato da un commando partigiano che il 28 aprile fucilava Mussolini, Clara Petacci – l’amante che lo aveva raggiunto a Dongo, in provincia di Como – e sedici gerarchi fascisti al seguito.
La fucilazione era stata eseguita in base al decreto del Clnai che prevedeva la pena di morte o l’ergastolo per i membri del governo e i gerarchi di più alto grado del fascismo. Era bastato quindi un processo sommario per un’esecuzione immediata, dopo una breve telefonata tra il capo partigiano Valerio e i dirigenti del Clnai. Tanta fretta si spiega con la determinazione, condivisa da tutti gli antifascisti, di evitare che il duce fosse arrestato e processato dagli alleati.
Gli angloamericani non avevano ostacolato questa decisione, consapevoli di quale clamore avrebbe suscitato un processo pubblico di Mussolini, anche per loro scomodo, se si dà credito alle voci sui documenti contenuti nella cartella che il duce portava con sé nella fuga. Una cartella scomparsa, ma nella quale si nascondevano anche gli ultimi messaggi scambiati con Churchill, dai quali sarebbe emerso un piano del leader britannico per attaccare l’Unione Sovietica.
Non si dispone delle fonti necessarie per avvalorare questa tesi, ma la quantità di materiale contraffatto messo in circolazione dopo il 1945 porta a ritenere che effettivamente il dittatore possedesse qualche salvacondotto per evitare la pena di morte. Fuori da questo scivolosissimo terreno, resta il comune interesse degli antifascisti e degli angloamericani, entrambi decisi a liberarsi quanto prima del problema Mussolini. Del resto, fare giustizia del dittatore significava per il Cln anche rivendicare la propria sovranità sull’Italia.
I corpi dei fucilati, portati a Milano, venivano esposti quali trofei di guerra a piazzale Loreto, luogo simbolo, dove i tedeschi nell’agosto ’44 avevano fucilato quindici partigiani. Trofei di guerra per una folla che si accaniva contro i cadaveri, li massacrava, li insultava e infine li appendeva a testa in giù. È una pagina che fa parte degli orrori delle guerre, quando il valore della vita e del corpo umano perde ogni significato e la sete di vendetta si scatena proprio su chi non è più in grado di nuocere.
Era però questo lo scenario che si delineava nei territori dove le truppe di occupazione naziste fuggivano e i fascisti collaborazionisti si nascondevano per sottrarsi alle vendette di chi aveva covato odio nei lunghi anni del regime o di chi voleva vendicare i suoi compagni uccisi solo il giorno prima. Il Clnai si era impegnato con i protocolli di Roma a farsi carico dell’ordine pubblico, in attesa di passare i poteri nelle mani dell’amministrazione alleata. E non sarebbe stato un compito facile, tanto più che ai crimini politici si sommava l’esplosione di una delinquenza comune, in alcune zone di una criminalità organizzata, in grado di trovare armi – persino mezzi pesanti – disseminati per le campagne trasformate in fronti di guerra.
Il problema dell’ordine pubblico era dunque diventato la priorità per gli antifascisti, che dovevano dimostrare la loro capacità di controllo sulla situazione di fronte agli alleati e di fronte alla popolazione; una popolazione che nella stragrande maggioranza aspirava solo a ritrovare un po’ di calma e la certezza di aver trovato un’autorità capace di provvedere a una condizione di vita sempre più disperante.
Gli antifascisti non avrebbero deluso queste aspettative, grazie a quella politica unitaria indispensabile per mettere insieme i pezzi di un paese diviso e chiudere le ferite ancora sanguinanti. L’intera sinistra antifascista che tanto aveva sperato nel “vento del Nord” doveva accettare il prevalere invece dello scirocco che spirava dal Sud, dove si era avviata la storia dell’Italia postfascista, mentre nell’Italia centrale e settentrionale ancora si combatteva. Certo, non era questa l’Italia immaginata dagli antifascisti socialisti, azionisti e comunisti nei vent’anni di lotta alla dittatura e neppure quell’Italia sognata dai più giovani, arrivati a una scelta politica nel fuoco della guerra civile.
Soprattutto per quanto riguardava la generazione che non era stata protagonista della prima guerra civile, la delusione avrebbe avuto conseguenze, acceso scontri e divisioni destinate a durare negli anni a venire, tanto più che, allontanandosi nel tempo la vicenda della lotta antifascista, l’antifascismo diventava strumento politico di un permanente conflitto destra-sinistra. Perdendo il suo significato storico, si smarriva però anche la consapevolezza di quale fosse stata la complessità e la pluralità delle voci antifasciste, ciascuna con una propria storia alle spalle e ciascuna, dopo il ’45, destinata a trovare un proprio originale percorso politico nel sistema democratico della nuova Italia.
Restava intatto però il patrimonio politico e ideale elaborato per un ventennio fino alla scelta, da tutti condivisa, di fare della democrazia il pilastro portante della nuova Italia. In questa luce la Costituzione rappresenta l’ultimo e più maturo frutto di quell’unità antifascista, ricercata invano negli anni della dittatura, raggiunta solo al momento della seconda guerra mondiale e conservata con cura fino a quando l’opera dei costituenti non fosse stata compiuta.
Tanta saggezza, non scontata, nasceva dalla consapevolezza di quanto fosse indispensabile rendere solide le basi democratiche della Repubblica italiana; una consapevolezza ben chiara ai leader dei partiti che guidavano questa prima fase di fondazione, non a caso tutti, da De Gasperi a Nenni, a Togliatti, protagonisti della vita politica italiana al momento dell’attacco fascista allo Stato liberale.
Per quanto lontani gli uni dagli altri nelle scelte ideologiche, la lunga lotta contro il fascismo – che li aveva visti divisi – aveva insegnato però il valore della libertà e della democrazia, requisiti indispensabili per garantire il vivere civile. Una volta fissati questi parametri, la nuova Italia repubblicana e democratica sarebbe stata in grado di affrontare le tempeste politiche interne e internazionali che in quasi ottant’anni hanno cambiato il volto della nazione e del mondo intero.
