Miracolo italianoL’inaspettata compostezza della politica di fronte alla morte di Papa Francesco

Nessuna corsa al protagonismo, pochi commenti, nessun slogan: un momento raro in cui la classe dirigente è riuscita a restare al proprio posto

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Per una volta, va notato, la politica non si è azzuffata. Poteva farlo sulle rievocazioni e i giudizi su Papa Francesco. Invece niente polemiche in un mondo nel quale si litiga anche su che ore sono: ha vinto il rispetto per la figura di Bergoglio. Bene. Anche perché non era scontato che i Francesco Lollobrigida, i Marco Furfaro, gli Ettore Licheri, i Maurizio Gasparri, le Augusta Montaruli, le Laura Ravetto se ne stessero zitti, evitando di appropriarsi di questo o quel gesto, di questa o quella frase del Pontefice scomparso.

Stavolta sono stati risparmiate agli italiani i soliti slogan e le trite frasi fatte. Purtroppo non si sono evitate le fotografie con il Papa, i ricordi personali, i tanti «quella volta mi disse»; nella giungla della politica il narcisismo abbonda – praticamente inestirpabile. 

Il miracolo di Francesco è quello di aver annichilito sul nascere ogni velleità polemica tra i ragazzi della via Pál sbarcati a Montecitorio: perché dirsi bergogliani contro i non bergogliani deve essere parso penoso persino a una classe politica che si mette le magliette per qualunque cosa e che parla di ogni argomento come se lo masticasse dalla nascita, che in fondo è il classico vizio italico: in questi giorni tutti saranno esperti di diritto canonico come quando c’è il terremoto sono tutti sismologi.

Gli italiani sono fatti così, ognuno ha un cognato «che mi ha detto come stanno veramente le cose» – e qui cresce la malapianta del complottismo come un rampicante sul muro – gli italiani chiacchierano in ufficio, a tavola, al bar: nell’era dei social poi la maionese impazzisce subito. 

Il Palazzo si fa specchio del Paese, e certamente alla buvette di Montecitorio tutti sanno già chi sarà il prossimo Papa: si tira a indovinare, come a tombola, se ci prendi hai vinto, ma di ragionamenti seri poco o nulla. A parte qualche estremista di sinistra che sui social ha dipinto Bergoglio come Che Guevara per esaltarlo, esattamente come ha fatto qualche fascistello per condannarlo, i dirigenti dei partiti sono stati calmi, zitti e buoni. Quelli che hanno parlato hanno tutti detto cose giuste. Giusto il ministro Nello Musumeci nemmeno stavolta è riuscito a trattenersi dal raccomandare «sobrietà» per le celebrazioni del 25 aprile. Come sarebbe a dire, sobrietà? Ma perché di solito ci si va a ubriacare?

Il migliore come al solito è stato Sergio Mattarella: esatto, non retorico: «Il suo insegnamento ha richiamato al messaggio evangelico, alla solidarietà tra gli uomini, al dovere di vicinanza ai più deboli, alla cooperazione internazionale, alla pace nell’umanità. 

La riconoscenza nei suoi confronti – ha detto Mattarella – va tradotta con la responsabilità di adoperarsi, come lui ha costantemente fatto, per questi obiettivi». Perfetto. Così, purtroppo per questo grande lutto, la politica va in vacanza per un po’ di giorni. Non sentiremo – almeno non dovremmo sentire – le solite frasi da comizio delle seconde e terze file dei partiti, quei personaggi che inzuppano i pastoni dei Tg tutte le sere. L’ultimo regalo di Francesco.

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