Cinque minuti d’identitarismoGiorgia, Trump, lo spettro dell’autismo, e altre storie di slittamenti semantici

Gli intellettuali hanno trovato un modo per farci sapere quando stanno dicendo una parola imprecisa, e chiamano «performativo» dirsi non riducibile ai due pronomi di persona che l’umanità usa per tutti gli altri

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In principio fu “spettro”. Non nei sensi antichi in cui eravamo abituati a usarlo: non come fantasma formaggino o come antibiotico a largo spettro di quelli che ti danno quando hai la cistite e ancora non sono arrivate la analisi che dicano che batterio specifico hai. In principio, le parole terminarono il loro utilizzo sensato su questo pianeta con la sessualità che è uno spettro, l’autismo che è uno spettro.

«È uno spettro» significa: sto dicendo una cosa imprecisa. Sto usando una parola, cioè quella cosa che gli umani hanno inventato per dire cose precise (di precise parole, si vive, diceva quello), per dire un concetto che sia largo abbastanza, inesatto abbastanza, generico abbastanza da non voler più dire niente.

Una parola che vuol dire tutto, lo sa chiunque non sia Mowgli e non viva nella giungla (ma pure Mowgli ha probabilmente diversi suoni gutturali per cose diverse), è una parola che non serve a granché: non entro da Princi a chiedere del pane, perché ne hanno cento tipi diversi e “pane” non è di nessuna utilità al commesso, non gli sto dicendo cosa mettermi nel sacchetto.

Ormai, ogni volta che la sinistra fa una cosa scema (cioè cento volte al giorno, esattamente come la destra, che però fa le cose sceme in modo meno scemo), noialtri con velleità di capire il mondo sospiriamo: Giorgia vincerà trecento anni, Trump vincerà trecento anni (Trump non lo chiamiamo per nome perché c’è un limite anche al voler ostentare confidenza).

Io sull’invincibilità di Trump ho un’ulteriore tesi, che attiene al sollievo della maleducazione. È il complemento del «non si può più dire niente», che è uno slogan che nella realtà non ho sentito mai usare per dirlo ma solo per negarlo. Può essere che, fuori dalle mie frequentazioni, ci sia davvero qualcuno frustrato dal sentirsi inibito all’idea della disapprovazione sociale se non usa i termini giusti. Comunque: la sinistra sbeffeggia la destra, in tempo di identitarismo e linguaggio sterilizzato, caratterizzandola come quella che lamenta «non si può più dire niente», e poi arrivano Trump e i suoi, che paiono Fabrizio Corona. Così cafoni che ti viene il sospetto siano privi di lobi frontali e relative inibizioni.

E quindi l’altro giorno Robert Kennedy jr. fa una tirata sui vaccini e l’autismo, una tirata intessuta dell’abituale cafonaggine, cafonaggine così spiccata che diventa la vera cifra: non importa se sei inattendibile scientificamente, importa solo che sei quello che ha deciso che si può dire tutto. E parla degli autistici veri, quelli che stanno male sul serio, e i buoni si offendono, ma i commenti più interessanti che vedo in giro sono quelli dei genitori che hanno figli autistici veri. Non quei bambini odiosi ma gestibili cui qualcuno ha detto che sono «sullo spettro» perché si stufano a fare i compiti, o perché sono di malumore la mattina, o perché ti fanno un cazziatone se cucini una cosa che non gli piace, o tutto quel che una volta, quando le parole volevano dire qualcosa, avremmo chiamato «caratteraccio».

Abbiamo deciso che l’autismo è uno spettro, che con una parola chiamiamo cose così diverse da rendere diversissime le vite di chi ne viene afflitto. E quindi ora da una parte abbiamo quelli che come ti permetti di chiamarlo malattia, l’autismo non è una malattia, e dall’altra quelli per i quali ci voleva Robert Kennedy jr, uno con un verme nel cervello, per avere diritto anche loro ai loro cinque minuti d’identitarismo, a far sentire vive e rappresentate le loro vite di merda.

Nel frattempo la Meloni andava da Trump, in una città in cui parlano la lingua inglese, e i giornalisti italiani presenti chiedevano di fare una domanda alla prime minister, perché come altro dovevano definirla, e Trump diceva «you have a great prime minister», perché come altro doveva definirla, e qui c’era gente che s’indignava, noi abbiamo una presidente del consiglio, primo ministro era Mussolini, lo vedete che sono fascistiiii. Certo, la prossima volta diciamo agli americani di dire president of the council of ministers, quella che sta under the table assieme al cat.

Come spesso accade le parole non erano alla portata di chi le usa per mestiere, e quindi l’interprete dall’italiano all’inglese nel tradurre la Meloni ha iniziato a balbettare, che è una cosa che mi lascia sempre incredula, perché l’inglese è un esperanto e com’è possibile che tu di mestiere traduca e non riesca a renderlo perfettamente, allora cosa succederà con chi traduce dalle lingue difficili e che la maggior parte di noi non è in grado di seguire, cosa succede quando traducono dal cinese, com’è possibile che non ci sia ancora scappato il nucleare. Comunque, Meloni interviene con l’aria «tanto in qualunque casa mi trovi devo comunque fare sempre tutto io», e si mette a tradursi da sola, e qui di nuovo ma allora lo vedi che è fascistaaaa, come il punto fosse la vessazione della lavoratrice inadeguata invece della creazione di una commissione internazionale di salvezza dalle imprecise parole.

E poco dopo un altro giornalista italiano chiede a Trump «direbbe di nuovo che gli europei sono dei parassiti», e la Meloni dice «mica l’ha mai detto», e Trump «I don’t know what you’re talking about», ed è tutto stupendo: l’italiano che si percepisce eroico a chiedere a Trump conto di quel che ha detto il suo vice nella chat “Bombardiamo lo Yemen”, la Meloni che deve scansare l’incidente diplomatico, e Trump cui come sempre alzano la palla per dire che lui sarà pure cafone ma noi siamo fake news.

Che è, ovviamente, un’altra locuzione che non vuol dire niente, per una parte è fake news Robert Kennedy che parla del vaccino, per Trump è fake news qualunque domanda che non gli piaccia, per molti editoriali di per così dire sinistra è fake news dire che una donna non possa avere il cazzo. Le parole non sono condivise, e quindi non sono più un linguaggio: non servono a capirsi.

Nell’impaginazione d’un articolo di Jonathan Bazzi su Domani – che ovviamente non ho letto, perché sono pur sempre figlia di questo secolo e delle sue imprecise parole, la cui più plastica manifestazione è leggere solo i titoli e i grassetti che rappresentano gli articoli agli occhi distratti – c’è, parlando della sentenza della Corte Suprema inglese, questa frase: «Nessuno si salva in questo meccanismo ansiogeno e performativo, neppure alcune femministe che approfittano della nuova sensibilità verso la condizione delle donne per accanirsi contro le più fragili e vessate: le donne trans».

In principio fu lo spettro: era trans chiunque, chi aveva i capelli blu e chi amava i colori pastello benché maschio; era autistico chiunque, chi si innervosiva negli ambienti rumorosi e chi non usciva di casa se non aveva rifatto il letto. Era autistico chiunque, tranne chi si faceva venire una crisi isterica se, avendo lui la barba, lo indicavi come «lui».

E da quello poi gli slittamenti semantici divennero valanghe, frane, disastri ambientali, e finimmo così: che un intellettuale poteva, senza mettersi a ridere, dire che fosse performativo dire che gli organi sessuali sono una cosa con cui t’accade di nascere e te li tieni e pazienza se ne avresti preferiti degli altri, e gli altri ti chiamano declinando il tuo genere a seconda dell’aspetto che hai e pazienza se stamattina non mi son svegliata proprio dicendo «uh, come mi percepisco donna».

È performativo dire che come sei ti tieni, mica dire che sei speciale, non mammifero, non identificabile, non riducibile ai due pronomi di persona che l’umanità usa per tutti gli altri. Quello no, non è performativo, non significando le parole più niente. Meno male che, per esprimerci, abbiamo i disegnetti sul telefono. Vado subito a mandare agli amici quello spettro non performativo che è il disegnetto dell’uomo incinto.

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