Culto della presenzaLa mitologia pacifista, e la dissoluzione del dibattito pubblico

La manifestazione dei Cinquestelle a Roma è servita soltanto a creare contenuti virali da far girare sui social. L’unico obiettivo raggiunto è quello di produrre visibilità per quella parte di politica che insegue solo slogan per trovare una forma di legittimità

Lapresse

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui il concetto stesso di manifestazione si è svuotato. Non più gesto collettivo dotato di progettualità politica, ma esercizio scenico di una volontà astratta, destinata non a incidere sulla realtà, ma solo a produrre rappresentazione. La manifestazione contro il riarmo andata in scena a Roma non è stata un evento politico: è stata un contenuto.

Non conta più ciò che si afferma, ma il fatto che si sia presenti. “Io c’ero”, declinato in infinite varianti digitali, ha sostituito “io penso”, “io rischio”, “io decido”. In questa nuova religione della presenza, il giornalismo si inginocchia accanto alla politica e all’influencer, nella stessa posa, con la stessa smania di legittimazione visiva. Marco Travaglio che prende parola in piazza non è un gesto neutro: è la dissoluzione del confine tra chi analizza e chi agisce. Un giornalista in piazza è un performer, non un cronista. E se non è ingenuo, allora ha un interesse. In entrambi i casi, il risultato è tragico.

A fare da cornice ideologica a questo teatro, c’è il pacifismo recitato di Tomaso Montanari, che ha detto: «La pace è il più sano dei realismi». Una frase nobile, a patto che venga detta in un seminario di letteratura comparata, non in un continente circondato da minacce armate e in fase di de-polarizzazione strategica. Ma si sa, al pacifismo borghese non interessa la realtà. Gli interessa la coerenza simbolica del proprio posizionamento morale.

E se questa frase già suona come un versetto da catechismo morale, il contesto in cui è stata pronunciata merita una nota a parte. Montanari non ha partecipato fisicamente, ma ha inviato un videomessaggio. Un’epistola da remoto, con tono da profeta in pantofole, probabilmente ritardato dai suoi doveri più urgenti – come cucinare per gli ospiti. Così, dalla cucina o dal salotto, ha impartito la sua benedizione civile, introducendo la manifestazione con l’autorevolezza di un papa laico in smart working. Che il pensiero sia assente dal campo è grave. Ma che lo si annunci con toni oracolari dal terrazzo sfiora la pantomima.

Intorno a lui, come se non bastasse, prende posizione una delegazione del Partito democratico che si affretta a dichiarare di avere più punti in comune che divergenze con il Movimento 5 stelle. Come se questo, in sé, non fosse già una dichiarazione di resa. È difficile stabilire se a parlare sia l’opportunismo o la confusione strategica – ma resta la sensazione netta che nessuno, tra i presenti, sapesse realmente che ci facesse lì. Il Partito democratico, in questa piazza, ha avuto la dignità di un coinquilino imbarazzato che si presenta alla cena sbagliata e decide di restare perché ha già tolto le scarpe.

L’idea che basti dire no alla guerra per fare politica internazionale è l’ultima illusione di una sinistra che ha smarrito non solo la forza, ma il coraggio della complessità. La pace non si dichiara. La pace si costruisce con l’intelligenza strategica, con gli strumenti della forza legittima, con la capacità di dissuadere chi vorrebbe distruggerti. Chi oggi rifiuta il riarmo in modo assoluto, non sta difendendo la pace. Sta contribuendo alla vulnerabilità. E lo fa in nome di un’etica che non sa farsi storia.

Ma ciò che rende questa manifestazione emblematica è il modo in cui il discorso politico è stato colonizzato dal dispositivo mediatico. Non è più la verità a fare scandalo, ma la viralità. A testimoniarlo, in modo tragicamente perfetto, è stata la diffusione di una foto falsa, generata con intelligenza artificiale da una celebrità digitale, che ha finto la propria presenza in piazza. Un gesto che, se fosse stato compiuto trent’anni fa, avrebbe portato allo sdegno. Oggi, è accolto con indifferenza. Perché la verità non è più rilevante.

Quella foto finta è, paradossalmente, il documento più autentico della giornata: rivela la struttura profonda dell’evento. La piazza non era uno spazio pubblico. Era un palcoscenico di presenze, vere o simulate, in cui ciò che conta è esserci, anche in forma algoritmica. E qui la politica sprofonda. Si dissolve nel social. Viene usata come scenografia morale per la narrazione personale, per il branding, per la promozione del proprio canale YouTube o della propria rubrica editoriale.

La manifestazione è fallita nel suo obiettivo, ma ha avuto successo nel suo scopo non dichiarato: produrre visibilità. Per i politici che cercano nuova legittimità. Per i giornalisti che vogliono ridefinirsi come attori. Per le figure marginali che si inseriscono nel discorso con la violenza visiva dell’intelligenza artificiale. È l’epoca in cui l’assenza di verità viene colmata con la quantità di visualizzazioni.

Ecco perché tutto questo non è solo grottesco. È grave.

Perché una democrazia che trasforma la discussione pubblica in narrazione algoritmica, disarma se stessa. Una società che confonde la messinscena con la lotta, la simulazione con la testimonianza, la presenza col pensiero – quella società è già stata sconfitta. Non sul campo di battaglia, ma nel linguaggio.

Mentre in Ucraina i missili cadono su quartieri residenziali, dilaniando nove bambini in un solo pomeriggio, mentre in Medio Oriente si ridisegnano con il fuoco le sfere d’influenza, mentre la tecnologia stessa riformula la grammatica del potere, noi restiamo immobili, ad applaudire manifestazioni in cui la politica si traveste da filtro, l’etica si degrada in meme, e la storia si riduce a hashtag da trend del giorno.

Nel silenzio che segue l’ennesimo slogan, resta solo il suono costante delle notifiche. Il mondo continua a bussare – con missili, dati, bambini morti. Ma chi ha trasformato la coscienza in un’interfaccia, non visualizza più. Scorre.

X