Uno dei mantra dei tossicologi è: «La dose fa il veleno». Qualsiasi sostanza può essere potenzialmente dannosa se assunta a volumi elevati, sebbene abbia poco senso paragonare l’acqua e il vino come ha fatto Francesco Lollobrigida, il nostro ministro dell’Agricoltura, durante una chiacchierata con la stampa lo scorso febbraio.
Per quanto riguarda le microplastiche, la comunità scientifica internazionale non ha ancora stabilito la soglia di esposizione necessaria affinché si manifestino effetti avversi sulla salute umana. La famigerata dose velenosa, quindi, è sconosciuta.
Come abbiamo spiegato qui, la scienza sulle microplastiche è grezza e incompleta. Il campo di ricerca è nuovo – il termine, per dire, è nato soltanto nel 2014 – e nessuno studio è finora stato capace di fornire stime di esposizione convincenti. E senza stime di esposizione, è impossibile capire i danni reali sulla popolazione.
Ciò di cui siamo certi è che il nostro corpo è pieno di queste particelle solitamente inferiori ai cinque millimetri, contenute nel cibo, nei vestiti, nell’aria, nell’acqua e nel suolo. Tuttavia, la scienza non ha ancora compreso come le microplastiche penetrino nell’organismo, né se (e in che misura) siano pericolose per la salute.
Uno dei luoghi in cui si sta scrivendo la storia della scienza sulle microplastiche è un laboratorio sotterraneo dell’Università del New Mexico, e il nome da tenere d’occhio nei prossimi anni è quello di Marcus Garcia, assegnista di ricerca post-dottorato in Scienze farmaceutiche. A fargli visita è stata Nina Agrawal del New York Times, che ha seguito l’esperto nella sua caccia alle microplastiche all’interno dei cadaveri umani. Un’esperienza macabra ma anche, sotto certi versi, affascinante.
In fondo al corridoio del laboratorio, scrive Agrawal, c’era un armadietto pieno di cervelli, fegati, reni, arterie e organi sessuali in vitro. A un certo punto, il dottor Garcia ha aperto con disinvoltura un barattolo etichettato con la sigla “D.B.” (dementia brains, ossia cervelli di persone affette da demenza); usando delle pinzette, ha estratto un pezzo di tessuto cerebrale per poi posizionarlo delicatamente su una capsula fatta di vetro. «Assomigliava a un pezzo di tofu; c’era una spessa materia grigia che circondava una stretta linea bianca», scrive la giornalista del quotidiano statunitense.
È esattamente questo processo, ripetuto decine di volte, che ha portato alla pubblicazione di uno degli studi più autorevoli sulle microplastiche. Molte ricerche, si legge in questo articolo sul sito di Nature, sono contraddistinte da campioni ristretti, contaminazioni all’interno di laboratori colmi di plastica e fasi di revisione poco rigorose. Ecco perché è fondamentale approcciarsi al tema con la dovuta cautela, senza minimizzare il rischio o creare allarmismi capaci di alimentare pericolosi esempi di isteria collettiva.
Garcia e i suoi colleghi dell’Università del New Mexico hanno rilevato che i cervelli di esseri umani deceduti nel 2024 contenevano quasi il cinquanta per cento di microplastiche in più rispetto a quelli del 2016. È un risultato significativo, che conferma il peggioramento di una situazione potenzialmente problematica a livello di salute pubblica.
Stando al paper dello studio dell’Università del New Mexico, pubblicato a febbraio su Nature Medicine, la concentrazione media di microplastiche nei ventiquattro cervelli umani del 2024 era pari a quasi cinquemila microgrammi per grammo. Si tratta di circa sette grammi di plastica per ogni cervello, la stessa quantità contenuta in un cucchiaio usa e getta o in cinque tappi di bottiglia. Inoltre, le concentrazioni maggiori sono state rilevate negli organi di persone affette da demenza.
Il motivo è ancora sconosciuto. Forse, spiegano i ricercatori, quei cervelli hanno una barriera ematoencefalica – fondamentale per proteggere il tessuto cerebrale e regolare gli scambi con la circolazione sanguigna – più porosa e meno propensa a eliminare le tossine. Non ci sono convinzioni granitiche, ma è ragionevole pensare che certe quantità di plastica facciano male alla nostra salute.
La scienza sulle microplastiche è difficile da comprendere ma anche da costruire. I campioni di cervello, prosegue il New York Times, sono complessi da reperire, e i macchinari che analizzano le plastiche costano circa centocinquantamila dollari l’uno. E poi ci sono i già accennati problemi di contaminazione: i laboratori sono pieni di plastica soprattutto per motivi igienici e metodici, il che rischia di alterare i risultati delle analisi.
Il capo del dottor Garcia è un tossicologo di fama internazionale, Matthew Campen. Le caratteristiche delle plastiche rilevate nei cervelli umani dal suo team hanno fornito importanti indizi sulla loro provenienza: potrebbero essere detriti di rifiuti prodotti molti anni fa, che hanno inquinato gradualmente l’ambiente in cui viviamo. Gli esperti, infatti, hanno notato quantità significative di polietilene, un polimero molto diffuso negli anni Sessanta.
La produzione di plastica raddoppia ogni dieci-quindici anni a livello globale, ricorda il New York Times. Anche se smettessimo di produrre questi materiali oggi, i problemi ambientali e (forse) sanitari continuerebbero per decenni. Il dottor Campen non è allarmato dalle cosiddette plastiche “fresche”, rilasciate ad esempio dai taglieri da cucina o dalle bottigliette che acquistiamo al bar o al supermercato. Le particelle appena menzionate sono molto più grandi rispetto a quelle trovate nei cervelli analizzati nel laboratorio del New Mexico. L’ipotesi è che siano troppo voluminose per riuscire a oltrepassare le nostre barriere biologiche.
Secondo Campen, le microplastiche entrano nel nostro organismo soprattutto attraverso l’apparato gastrointestinale. Dunque, a suo modo di vedere, sarebbe più pericoloso mangiarle o berle che respirarle (sì, fanno anche parte delle polveri sottili). Ma Tracey Woodruff, direttrice del Programma sulla Salute riproduttiva e l’Ambiente presso l’Università della California, avverte: «Le particelle più grandi possono comunque avere un impatto negativo sul nostro intestino, che a sua volte rischia di influenzare il resto dell’organismo», spiega al New York Times.